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Spose bambine, il macabro rituale riguarda anche l’Italia

giugno 27, 2015 • Agorà, z in evidenza

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di Dario Cataldo

Ogni anno 60 milioni di ragazzine sono costrette a matrimoni contro la propria volontà. Forzate dalla famiglia e dal sostrato culturale, sono prigioniere del padre prima e dello sposo dopo. Private del sacrosanto diritto di vivere la propria giovane età in serenità, anche in Italia, 2 mila innocenti, come un pacco sono spedite nei paesi d’origine per consumare il macabro rituale.

Entro il 2020, il numero globale del fenomeno potrebbe toccare la cifra record di 140 milioni di pratiche sponsali. L’allarme è stato lanciato dall’Aidos, l’Associazione italiana donne per lo sviluppo, che durante una conferenza ha illustrato un quadro chiaro e preoccupante.

Tra le nazioni più colpite dalla barbarica piaga si registrano: il Ciad, la Guinea, il Niger, Mozambico, il Bangladesh e il Mali. Nei paesi appena citati, 1 ragazza su 10 sotto i 15 anni è già madre. Oltre al danno, anche la beffa. Secondo il rapporto dell’Onu, ogni giorno, “20 mila ragazze sotto i 18 anni partoriscono e 70 mila di esse perdeno la vita per complicazioni durante la gravidanza”.

Inoltre, se non bastasse, la disgrazia è tramandata da genitrice a figlia. Pia Locatelli, coordinatrice del gruppo Parlamentare “Salute globale e diritti delle donne”, dichiara con dovizia di cronaca che “chi nasce da una madre-bambina ha un’alta probabilità di morire in età neonatale e, anche quando sopravvive, corre maggiori rischi di denutrizione e di ritardi cognitivi o fisici”.

L’anno scorso, la terza Commissione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con una decisa mossa legislativa ha adottato la prima risoluzione sui matrimoni precoci. Sono 146 le Nazioni nelle quali è considerato lecito lo sposalizio sotto i 18 anni mentre in 52 paesi è garantito al di sotto dei 15 anni. Con la presa di posizione dell’Assemblea, si invitano gli stati membro a contrastare il fenomeno.
Il presidente della Camera dei Deputati, Lauda Boldrini, inviando un messaggio durante i lavori della conferenza afferma: “ Se è fondamentale che gli Stati si dotino degli strumenti normativi per assistere le vittime e punire i responsabili, non bisogna dimenticare che la mera repressione non è sufficiente.
Occorre svolgere un lavoro di educazione ai diritti che coinvolga non solo le vittime di questa violazione dei diritti umani, ma anche le loro comunità. Aver compreso che i propri figli sono individui portatori di diritti è una conquista recente anche in Italia. Finché ci saranno bambine a cui un uomo può chiedere la mano, l’eguaglianza di genere rimarrà una chimera irrealizzabile”.

A tal proposito è chiaro che è opportuno agire sulle coscienze collettive, scardinando logiche e retaggi culturali per i quali la bambina prima e la donna dopo sono un mero oggetto domestico e sessuale, buono a sfornare figli come conigli e garantire il decoro della casa, senza diritto di parola, senza diritto di replica.

Le autorità governative dovrebbero attivarsi per una capillare sensibilizzazione a cascata, sia a livello personale che sociale, all’interno dei nuclei familiari e nelle scuole. Come sottolinea Sandra Zampa, vicepresidente della Commissione per l’infanzia, “L’Italia deve difendere i diritti di tutti gli adolescenti: una ragazza che ha un bambino da piccola può offrire molto meno alla società; è costretta ad abbandonare la scuola e diventa una schiava.

Non è una questione che riguarda solo le donne, interessa il futuro dell’umanità”. La consapevolezza della dignità femminile passa attraverso l’uomo, padre e sposo, che è invitato con un atto di altruismo a inficiare parte della sua indole da capobranco a favore della dignità femminile.
Il diritto alla scelta è dovuta a ogni essere umano, specie se trattiamo di bambine alle quali è precluso il diritto allo studio, al gioco, a decidere in merito al proprio corpo, insomma alla propria infanzia.

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