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Jobs Acts, sorvegliare e punire

giugno 24, 2015 • Lavoro, z in evidenza

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di Vincenzo Vita

La rela­zione annuale del Garante per la pro­te­zione dei dati per­so­nali Anto­nello Soro – pro­nun­ciata ieri alla Camera dei depu­tati — è sem­brata un po’ come il Conte zio di Man­zoni: «..sopire, troncare….troncare, sopire».

Vale a dire, a fronte della Grande Guerra in corso tra tutela dell’identità delle per­sone nell’era digi­tale e il «Sesto potere» della sor­ve­glianza glo­bale (è ancora vivo e fumante lo scon­tro nel con­gresso degli Stati uniti), la pur impe­gnata e seria comu­ni­ca­zione del respon­sa­bile dell’Autorità è sem­brata drib­blare gli sco­gli. E spun­tano ancora una volta i due riflessi con­di­zio­nati del tempo, dal vago sapore cen­so­rio: sull’uso delle inter­cet­ta­zioni tele­fo­ni­che da parte dei gior­na­li­sti; sui rischi del web, veri ma da non enfa­tiz­zare in un’Italia tut­tora assai arre­trata per ciò che riguarda Inter­net e banda larga.

Comun­que, pur nella pru­denza, un freno è stato messo all’inquietante ini­zia­tiva del governo sul con­trollo a distanza dei lavo­ra­tori. Si tratta dell’articolo 23 del decreto sulle Sem­pli­fi­ca­zioni, attua­tivo del tri­ste­mente famoso «Jobs Act». E sì, per­ché non sono tute­lati da nes­sun vin­colo gli «stru­menti uti­liz­zati dal lavo­ra­tore per ren­dere la pre­sta­zione lavorativa…».

Stiamo par­lando di tablet, tele­foni cel­lu­lari, iPad, e così via. Ecco, allora, che il «sesto potere– grande fra­tello» si dispiega con ben altra intru­si­vità rispetto alle tele­ca­mere nelle strade o alle stri­sciate delle carte di credito.

Lo Sta­tuto del 1970 è ulte­rior­mente ampu­tato, venendo meno ogni sal­va­guar­dia delle squi­site pre­ro­ga­tive della per­sona che lavora. Che c’entri tutto que­sto con la disci­plina o la sicu­rezza non è dato sapere, essen­dovi una nor­ma­tiva piut­to­sto strin­gente su tali temi.

Ma non è qui il punto. «Sor­ve­gliare e punire» scri­veva Fou­cault (1975); la sor­ve­glianza è una dimensione-chiave del mondo moderno, aggiun­gono Bau­man e Lyon (2013). Insomma, il decreto in que­stione è un altro stru­mento pre­ven­tivo, una dimi­nu­zione delle libertà, una cinica grida coercitiva.

Non è esa­ge­rato pen­sarlo, visto che il «Jobs Act» sdo­gana la parola «licen­zia­mento». Tra l’altro, per­sino il testo-base parla molto gene­ri­ca­mente – art.1, comma 7, let­tera e — di disci­plina dei con­trolli a distanza «tenendo conto dell’evoluzione tec­no­lo­gica». Pare evi­dente un eccesso nella delega, da stig­ma­tiz­zare con net­tezza. Ecco, è legit­timo atten­dersi dal Garante una segna­la­zione for­male al par­la­mento, di fronte ad un arti­co­lato che della pri­vacy si fa dav­vero un baffo.

Atten­zione. Il rischio sta diven­tando gene­rale e non si limi­terà al mondo del lavoro. Quest’ultimo è messo pla­teal­mente nel mirino, in quanto nelle sot­to­cul­ture domi­nanti conta poco e va sva­lo­riz­zato. E’ la vec­chia linea con­fin­du­striale che – pur­troppo — trova la sua epi­fa­nia pro­prio con l’attuale com­pa­gine gover­na­tiva. Altre cate­go­rie segui­ranno, visto che la sor­ve­glianza capil­lare e intru­siva è un «cult» del «main­stream» odierno. Del resto, la man­canza di ege­mo­nia e di visione stra­te­gica si tra­muta nell’esasperazione del controllo.

Un nuovo, aggior­nato fat­tore K, che non sta per comu­ni­sta, bensì per dis­senso o pen­siero cri­tico. Impor­tante la mobi­li­ta­zione avviata dalla Cgil, che chiede una pro­fonda modi­fica del decreto. E’ bene che cre­sca in que­ste ore l’iniziativa, a comin­ciare dalle com­mis­sioni com­pe­tenti di Camera e Senato. Quel comma va cancellato.

Un chia­ri­mento, se neces­sa­rio. Nell’era digi­tale pub­blico e pri­vato scon­fi­nano a vicenda. E sepa­rare in maniera mani­chea le due sfere è pres­so­ché impos­si­bile. O che se ne fa — chi lavora — di tec­no­lo­gie a rischio?

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