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Obiezioni all’obiezione di coscienza

giugno 21, 2015 • Bioetica, z in evidenza

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di Maria Teresa Busca

Nel mondo occidentale l’obiezione di coscienza come rifiuto del servizio militare ha originariamente motivazioni di carattere religioso. L’avvento del cristianesimo ha determinato un notevole sviluppo di questa forma di obiezione: infatti la Chiesa cristiana dei primi secoli ha grandi sostenitori dell’obiezione di coscienza.

La disciplina ecclesiastica fino al III secolo proibì ai battezzati di farsi soldati e combattere con il divieto di militare et bellare e permise ai militari convertiti di rimanere nell’esercito a condizione di non uccidere e di non commettere atti di idolatria. San Cipriano, vescovo di Cartagine e padre della Chiesa, predicava: «Il mondo è bagnato di sangue fraterno: ecco che l’omicidio è crimine quando sono i singoli a commetterlo, ma diventa virtù quando è compiuto in nome dello stato».

Il primo grande obiettore di coscienza di cui si abbiano notizie è Massimiliano di Tebessa. Secondo quanto stabilito dalla legge romana nel II secolo d.C. il servizio militare era obbligatorio per tutti i figli dei graduati. Massimiliano, pur essendo figlio del veterano Fabio Vittore, si rifiutò di arruolarsi nell’esercito romano. Per tale ragione il 12 marzo dell’anno 295 d.C. venne condannato dal proconsole Dione e giustiziato. Aveva ventuno anni.
Dagli atti del processo si evince che Massimiliano rifiutava di fare il servizio militare per ragioni di coscienza.

Dione disse: «Fa’ il militare se non vuoi morire». Massimiliano rispose: «Non faccio il soldato. Tagliami pure la testa, io non faccio il soldato per questo mondo, ma servo il mio Dio». Il proconsole Dione riprese: «Chi ti ha messo queste idee nella testa?». Massimiliano rispose: «La mia coscienza e colui che mi ha chiamato». Dione si rivolse a suo padre Vittore: «Consiglia tuo figlio». Vittore rispose: «Lui sa da sé, con la propria coscienza, che cosa deve fare. » (Acta Massimiliani)
Con la piena integrazione della Chiesa all’interno dell’Impero, in seguito all’Editto di Costantino del 313 d.C., si verificò una vera e propria inversione di tendenza. Il Concilio di Arles, nel 314 stabilì l’obbligo anche per i cristiani di prestare servizio militare per l’imperatore.
Recentemente, in anni più prossimi a noi, la Chiesa Cattolica ha mutato radicalmente il suo atteggiamento verso l’obiezione di coscienza, tornando a considerarla, come in origine, un dovere morale per il buon cristiano.

Si tratta ora di esaminare se l’obiezione di coscienza sia o no razionalmente giustificata. Per farlo forse è opportuno ricordare che il problema dell’obiezione di coscienza,  ha cominciato a porsi in campo militare quando c’era la coscrizione obbligatoria, già ai primi del ’900 alcuni cittadini hanno obiettato al servizio di leva.  Quando negli anni ’60 la situazione socio-culturale è profondamente cambiata e le società occidentali hanno cominciato a diventare più fluide e meno militarizzate,  l’obiezione di coscienza al servizio militare di leva è diventata un’opzione diffusa per molti giovani cittadini.

Tralasciando le possibili osservazioni sulla sincerità di molti giovani verso l’impegno per la non violenza, c’è da prendere atto che la richiesta di obiezione di coscienza al servizio militare si è completamente dissolta non appena la legge statale ha abolito quello che in passato era ritenuto un indefettibile dovere per tutti i cittadini maschi, ossia la difesa della Patria. Questa legge ha fatto sì che l’obbligo di difendere il territorio non fosse più in capo a tutti i cittadini maschi, ma  fosse delegato a un gruppo di professionisti che sceglievano di svolgere tale compito e di fatto ha cambiato la natura del servizio militare e così facendo ha annullato la pretesa di obiezione di coscienza. Chi sceglie di arruolarsi sa sin dall’inizio quali sono i compiti previsti dalla professione, e non può poi vantare titolo di fare obiezione di coscienza all’uso delle armi e all’uccidere in situazioni di guerra. Può darsi che, per ragioni di praticità, a chi si arruola non sia sempre richiesta come tassativa la disponibilità a partecipare in tempo di pace a specifiche missioni in zone particolarmente calde e che per queste si prevedano ulteriori incentivi per i volontari, ma questi sono problemi interni all’organizzazione militare.

Negli anni ’70 in Italia veniva posto con forza il problema dell’obiezione di coscienza al servizio militare e, nello stesso periodo, nell’Europa occidentale e anche in Italia si procedeva alla legalizzazione dell’aborto. I critici hanno subito sostenuto che tale pratica comporta una forma di omicidio, cosicché è stata subito sottolineata la stretta analogia tra l’obiezione di coscienza all’aborto e quella al servizio militare.
Come l’aborto era legalizzato per evitare situazioni peggiori come la clandestinità, così l’uccisione in guerra era legalizzata per garantire la difesa della Patria e evitare l’occupazione nemica. Ma come, nonostante il dovere civico di difesa, veniva riconosciuta ai cittadini la facoltà di obiettare al servizio militare, così per la stessa ragione avrebbe dovuto essere riconosciuta agli operatori sanitari la facoltà di obiettare all’aborto.

Si potrebbe discutere della validità dell’analogia tra aborto e guerra e sul fatto se l’aborto sia davvero una forma di omicidio. Si può osservare che nella tradizione occidentale, l’aborto (nelle prime fasi) non è mai stato un vero e proprio omicidio. In questa sede è impossibile farlo, ma il punto merita di essere ricordato. A prescindere da ciò, si deve prendere atto che l’analogia tra aborto e guerra è molto frequente, e che secondo alcuni essa sta alla base della clausola al riguardo prevista dalla legge 194/78 che in Italia ha legalizzato l’interruzione della gravidanza. Sembra perfettamente legittimo e corretto che nel 1978 la legge 194 dovesse prevedere la facoltà di sollevare obiezione di coscienza per tutti i medici che già erano entrati nella professione prima dell’approvazione della legge medesima.

L’avvento dell’aborto ha comportato un cambiamento significativo nel compito degli operatori sanitari, per cui coloro che avevano scelto di fare il medico in precedenza, quando tale pratica non era prevista, avevano il diritto di chiedere di continuare a lavorare sulla scorta delle regole tradizionali e di non vedersele cambiare in corso d’opera.
Questa richiesta dipende dai principi generali di rispetto dei diritti acquisiti e dalla non-retroattività delle leggi.  Ma la legge 194/78 ha concesso questa facoltà non solo a coloro che già erano nella professione sanitaria o avevano già iniziato il percorso al riguardo, gli studenti in medicina, ma a tutti gli operatori sanitari, quasi riconoscendo alla medicina uno speciale status che la colloca al di fuori o al di sopra della legge. Questo fatto solleva un problema che merita di essere considerato.

Il funzionamento di società complesse come la nostra si avvale dei servizi svolti dalle diverse professioni, i cui compiti specifici e il cui coordinamento è affidato al diritto che, così facendo, garantisce l’efficienza della vita sociale. Le norme giuridiche stabiliscono i doveri dei giudici, degli avvocati, degli ingegneri, dei giornalisti, dei giornalai, dei militari, dei medici, dei farmacisti, e via dicendo. Un giornalaio, per esempio, ha il dovere di vendere tutti i giornali stampati, e non può fare obiezione di coscienza alla diffusione di testate da lui ritenute immorali o scorrette, perché il mancato servizio danneggerebbe il diritto di informazione del cittadino.

Un giudice ha il dovere di applicare la legge, qualunque essa sia, e non può fare obiezione di coscienza a quelle che da lui non condivise. Non svolgere con puntualità e precisione il compito previsto è omissione di servizio pubblico, una mancanza che non è giustificabile e va sanzionata perché reca danno ai terzi i quali hanno diritto alla prestazione.

Dunque è spontaneo chiedersi come mai la legge riconosca al medico la facoltà di obiezione di coscienza a un servizio che la medesima legge prevede come esplicitamente dovuto. La risposta comunemente data è quella che fa riferimento all’analogia sopra ricordata tra aborto e guerra. Se il rispetto della coscienza del cittadino pacifista gli dà titolo di obiettare al servizio militare, così l’analogo rispetto della coscienza del medico gli dà titolo di obiettare all’aborto. Questo paragone poteva avere una qualche parvenza di plausibilità fino a quando il servizio militare era di leva e obbligatorio per tutti.

Se si considera la nuova situazione creatasi, allora, paradossalmente, proprio l’analogia tra l’obiezione al servizio militare e quella all’aborto mostra come quest’ultima sia priva di sostegno razionale, non potendo contare su alcuna ragione valida. Infatti, la legge circa la professione militare prevede che in essa si compiano azioni militari che possono comportare l’uccisione di nemici. Sulla scorta di questa situazione, il cittadino che sceglie di arruolarsi e di abbracciare la professione militare non ha poi titolo di obiettare all’azione militare prevista. Il pacifista che rifiuta la guerra, ha infatti la facoltà di non arruolarsi e di scegliere un’occupazione diversa da quella militare.

Sulla scorta dell’analogia proposta dai pro-life, la stessa cosa vale in campo medico. Un giovane che sceglie di fare il medico sa già sin dall’inizio che l’aborto è un intervento sanitario previsto dalla professione. Ove in coscienza fosse contrario a tale pratica, semplicemente sceglierà una professione diversa, analogamente a quanto avviene col servizio militare elettivo. Anzi, l’analogia si rivela interessante perché porta a chiarire un ulteriore aspetto: il soldato che ha scelto di arruolarsi non ha titolo a obiettare alle azioni militari normali ma può ancora essere indisponibile a svolgere le azioni speciali riservate a gruppi scelti.

Ove tuttavia optasse di far parte di un gruppo scelto, perderebbe anche il titolo di obiettare alle eventuali azioni speciali. Analogamente, un medico che sceglie la professione sanitaria non ha titolo all’obiezione generale all’aborto, ma potrebbe essere indisponibile ad attuare l’intervento. Tuttavia, se opta di far parte del gruppo scelto di chi è specializzato al riguardo, in forza dell’analogia sopra ricordata è perlomeno dubbio che possa poi vantare un titolo per obiettare alla pratica specifica. L’analisi qui svolta ha mostrato che le conclusioni sul dibattito riguardo l’obiezione di coscienza sono molto diverse da quelle comunemente affermate.

Le donne che decidono di interrompere la gravidanza sono molto penalizzate dalla situazione attuale, gli obiettori di coscienza sono una schiacciante e arrogante maggioranza che pone in atto un boicottaggio alle decisioni che le donne devono prendere in autonomia e veder rispettate secondo quanto prevede la 194/78.
In questo modo le donne vengono messe in condizione di obbedire a un estraneo su questioni intime e travagliate. Questa situazione va cambiata con l’abolizione dell’articolo 9 della legge, perché non vi sono più fondati presupposti alla sua esistenza. Infine è bene sottolineare che le donne non possono permettere a uno sconosciuto che fa il medico di decidere per loro sul tema della salute riproduttiva.
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