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Sperimentazione animale, se “l’indispensabile premessa” è fallace

giugno 15, 2015 • z editoriale

pelle_artificiale

di Maurizio Mori

Qualche dubbio sulla protesta del dr. Carlo Manfredi circa i limiti posti alla sperimentazione animale. Il focus dell’appassionato contributo di Carlo Manfredi su questa testata http://caratteriliberi.eu/2015/05/27/uncategorized/sperimentazione-animale-quanto-e-necessaria/riguarda il decreto 2014/26 che pone alla ricerca scientifica italiana limitazioni così pesanti da condannarla “all’emarginazione e all’arretratezza”. Non intendo qui entrare nel merito della specifica questione giuridica, sia perché l’interpretazione del testo normativo è sempre difficile e complicata, sia perché a volte capita che la traduzione in norme di una buona idea è così cattiva da renderla indigeribile. Può darsi, quindi, che il summenzionato decreto sia tanto brutto da accreditare in qualche modo la protesta di Manfredi.

Invece di fissare l’attenzione sui dettagli normativi, mi pare però sia più interessante considerare la prospettiva (filosofica e teorica) che sta sullo sfondo del discorso di Manfredi. Diversamente da lui non ho certezze incrollabili e mi limito a avanzare alcune brevi osservazioni che possono allargare il nostro sguardo e farci andare al di là delle opinioni ricevute dalla tradizione. Da quando Galileo ci ha spiegato che non è il Sole a girare attorno alla Terra dobbiamo essere pronti a rimettere in discussione le iniziali certezze a fronte di valide ragioni contrarie: cerco qui di presentarne qualcuna e non dispero di riuscire a instillare almeno qualche dubbio.

Manfredi osserva che “gli animali costituiscono ad oggi il modello più accurato per la comprensione della fisiopatologia delle malattie”, per cui “il fine etico della sperimentazione animale è … quello di conoscere la biologia per capire la malattia e usare le conoscenze acquisite al fine di poterla curare”. Le limitazioni poste alla sperimentazione animale sarebbero quindi inaccettabili perché costituirebbero un ostacolo al progresso scientifico che ha consentito di alleviare tanto dolore agli umani e continuerà a farlo.

Anch’io come Manfredi voglio che la scienza progredisca rapidamente, e credo che l’aumento della conoscenza sia sicuramente un bene. Ma non è il bene supremo da perseguire a ogni costo: è invece un bene tra altri e come tale il suo conseguimento va bilanciato con altri da cui derivano vincoli e limitazioni che vanno individuati.

Il vincolo principale è posto dal principio morale che impone di diminuire al massimo le sofferenze nel mondo, principio che ci porta per esempio a evitare la crudeltà ossia l’aumento di dolore. Questo è uno dei doveri morali più stringenti, perché il dolore è cattivo, e infliggere dolore è sempre prima facie sbagliato: in certe circostanze è lecito farlo, ma ci vogliono solide ragioni che lo giustifichino. Poiché la sperimentazione animale è fatta su mammiferi che sono capaci di soffrire come noi e essa comporta inflizione di dolore (e morte), si deve riconoscere che è problematica. Si replicherà che il dolore causato è ripagato dai possibili vantaggi conoscitivi e terapeutici, e dal conseguente risparmio di dolore agli umani: mossa che vale a patto di dare per scontato che il “dolore umano” valga di gran lunga più del “dolore non umano”.

Ma come giustificare quest’assunto? Dal punto di vista di chi lo prova il dolore è sempre altrettanto cattivo, e non fa differenza che a provarlo sia un senziente “umano” o uno “non umano”. Perché solo il dolore umano sarebbe cattivo e da evitare, mentre quello animale non conterebbe o sarebbe utilizzabile per soddisfare interessi umani?

Non è che la presunta radicale differenza tra i due tipi di dolore dipenda da quella nostra prospettiva ristretta che ci porta a privilegiare gli interessi del nostro gruppo rispetto agli altri? Non è forse vero che quella ristretta prospettiva ci ha portato a dire che il dolore dei “neri” (degli zingari, ecc.) valeva meno del dolore dei “bianchi”? Fino a qualche tempo fa era normale pensarlo e anche dirlo apertamente, mentre oggi non lo si dice più ma lo si ripropone implicitamente quando si sostengono i respingimenti o le espulsioni degli “immigrati”, il cui dolore ovviamente conterebbe meno, molto meno, di quello degli “italiani”.

Se è vero che quello di diminuire le sofferenze nel mondo è uno dei doveri morali più stringenti, forse il principale, e che il dolore è cattivo ovunque si trovi (sia nell’ambito “umano” che in quello “non umano”), allora per giustificare la sperimentazione su animali senzienti non basta la prospettiva di un qualche possibile aumento della conoscenza scientifica utile per gli umani. Come ho detto, non ho certezze granitiche e può darsi si diano casi particolari in cui la sperimentazione animale è giustificabile. Ma certamente non basta la generica osservazione circa la sperimentazione animale come “indispensabile premessa” per la sicurezza e l’efficacia di ogni terapia.

C’è anche un’incongruenza che conferma l’inadeguatezza della protesta di Manfredi, che è la seguente: Manfredi accetta e sostiene la “Reduction”, ossia la riduzione del numero di animali sacrificati nelle sperimentazioni. Eppure, in barba ai proclami la realtà è che in termini assoluti il numero di esperimenti e di animali usati è in crescita, e ciò anche perché alcune sperimentazioni vengono ripetute dal momento che i risultati negativi non sono pubblicati: gli sponsor non permettono che siano resi noti i “fallimenti” per evitare un cattivo ritorno d’immagine. Perché Manfredi è solerte a protestare solo contro i vincoli posti alla sperimentazione animale ma non lo è altrettanto a protestare contro i vincoli posti dagli sponsor alla pubblicazione di tutti i risultati, la cui abolizione consentirebbe di risparmiare molte vite animali?

Ancora: poiché il dolore animale è moralmente rilevante tanto che c’è un preciso dovere etico di evitare al massimo ogni sofferenza (umana o non umana che sia), perché non considerare la possibilità di fare ricerca sui pre-embrioni, che certamente non soffrono (non avendo ancora la corteccia cerebrale)? A imporcelo è l’uguaglianza del trattamento dei soggetti coinvolti nella sperimentazione, che è condivisa da tutti.

Per esempio, pur essendoci ancora chi afferma che il consenso informato di chi entra in una sperimentazione sia un serio ostacolo al progresso scientifico, noi riteniamo che sia obbligatorio per tutti, e abbiamo riprovato lo scienziato americano negli anni 1980 venne in Campana per sperimentare con meno vincoli etici, e oggi riproviamo chi va a sperimentare in paesi (Kenya, Ucraina, ecc.) in cui l’arruolamento dei pazienti è meno controllato (e forse fatto su persone deboli: neri, ispanici, poveri, ecc.). Perché Manfredi, che ora è così solerte a protestare contro i vincoli posti alla sperimentazione animale, non è altrettanto solerte a protestare contro i vincoli che in Italia impediscono la ricerca sui pre-embrioni, la cui abolizione consentirebbe di evitare tanto dolore animale? Eppure, questi vincoli condannano la ricerca italiana “all’emarginazione e all’arretratezza” forse più degli altri.

È sempre difficile rispondere a simili domande, ma una ragione forse dipende dall’acritica adesione all’opinione ricevuta che il dolore animale non conti niente o conti davvero poco: in pratica che sia moralmente indifferente come supposto da una diffusa opinione tradizionale. Chi, però, informa il pensiero al metodo scientifico sa bene che le opinioni ricevute non sono affidabili: l’atto di nascita della scienza moderna ha comportato l’abbandono dell’opinione ricevuta che il Sole giri attorno alla Terra per millenni data come scontata e evidente a tutti. Allo stesso modo, oggi, per le ragioni sopra indicate, è tempo di abbandonare l’opinione ricevuta circa l’indifferenza morale del dolore animale.

Se facciamo questo, allora le proteste di Manfredi abbisognano di ragioni più solide. E poiché le sue tesi sono state sostanzialmente accolte dalla Fnomceo, la Federazione dei medici italiani, che all’unanimità ha approvato un documento al riguardo, si deve concludere che la Fnomceo avrebbe dovuto approfondire meglio la tematica. Può darsi che la mia posizione sia sbagliata e sono pronto a rivederla: se però non mi si indica l’errore tocca a Manfredi e alla Fnomceo (http://www.fnomceo.it/fnomceo/Il+documento+conclusivo+del+Comitato+Centrale+della+FNOMCeO+del+5+Giugno+2015+.html?t=a&id=133266)  cambiare rotta e registro.

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5 Responses to Sperimentazione animale, se “l’indispensabile premessa” è fallace

  1. Giuliano Grignaschi ha detto:

    Caro Dr Mori, in qualità di Responsabile del Benessere Animali di un importante centro di ricerca italiano, mi corre l’obbligo di sottolineare l’inesattezza di alcune sue affermazioni. In particolare è assolutamente sbagliato affermare che “in barba ai proclami la realtà è che in termini assoluti il numero di esperimenti e di animali usati è in crescita”. La prego di verificare sul sito del Ministero della Salute o su quello della Comunità Europea come le cifre, al contrario di quanto lei afferma, siano in costante diminuzione; nel mio istituto, ad esempio, il numero di animali coinvolti nelle sperimentazioni si è più che dimezzato negli ultimi 20 anni. Altro dato importante riguarda le specie di animali utilizzati; chiunque può verificare infatti come non siano praticamente più utilizzati in Italia gatti e sia diminuito tantissimo il numero di cani e conigli.
    Per quanto riguarda invece la pubblicazione dei dati negativi, il problema non risiede tanto nella volontà dei ricercatori o di chi commissiona gli studi ma piuttosto negli editori delle riviste, che tendono a sottovalutare l’importanza dei dati negativi e quindi a non pubblicarli.
    Da ultimo la prego di credere che nessuno sottovaluta l’importanza del dolore di tutte quelle specie che vengono coinvolte quotidianamente nelle nostre ricerche (roditori per il 90%) tanto che il refinement, oltre alla reduction e al replecement, è il nostro obiettivo costante che ha partato alla creazione di moderne “mouse clinic” dotate di strumentazione adatta a ridurre al minimo la sofferenza degli animali (RMN, Ecocardiografi, micrt-CT etc).
    La valutazione dei progetti da parte dei comitati etici per la sperimentazione animale e dell’Istituto Superiore di Sanità (che devono approvarli) è rigorosa e prevede la considerazione del rapporto danno (dolore inflitto all’animale)/beneficio (possibile avanzamento nelle conoscenze).
    La ringrazio per l’attenzione
    Giuliano Grignaschi

    • Marco ha detto:

      È sicuramente interessante il fatto che ci sia una diminuzione nell’utilizzo di animali. Ma credo che il focus dell’articolo del professor Mori sia di promuovere e incentivare la ricerca su cellule staminali che ci condurrebbe verso un nuovo concetto di sperimentazione, che sia in una prospettiva di forte riduzione/eliminazione della sofferenza animale

  2. XM ha detto:

    Se il punto è che il “dolore è sempre da evitare” allora ci troviamo dinanzi ad un bel dilemma morale. Il punto non è che il principio di far soffrire gli animali possa essere sottomesso al principio dell’avanzamento della conoscenza. Qui si stanno contrapponendo due principi: “evita il dolore degli animali non umani” e “evita il dolore degli animali umani”, a questo secondo principio la conoscenza della fisiologia umana è subordinata. Se davvero le sperimentazioni animali sono necessarie per salvare vite umane ed evitare sofferenza umana allora si tratta di bilanciare i costi e i benefici. Se invece tali tecniche possono essere efficacemente rimpiazzate dalla sperimentazione sulle staminali, allora dovrebbero essere proibite moralmente. In entrambi i casi nella questione morale un grande peso lo riveste la questione fattuale “se la sperimentazione animale è necessaria”. Credo che in fin dei conti si parta dagli stessi (o simili) assunti, e che la differenza stia nella descrizione del nostro mondo.

  3. Alberto ha detto:

    Se vogliamo metterla sull’approfondimento filosofico, questo articolo fa uns acco di assunzioni tutte da dimostrare, anzi, indimostrabili. Viene assunta chiaramente una posizione utilitaristica analoga a quella di Singer (le cui conclusioni sono attratti alquanto spevantose), basata sull’assioma che “si deve diminuire il dolore” e che “il dolore è cattivo di per sé”. Non solo questo assioma non è indubitabile, ma si può facilmente dimostrare del tutto ingiustificato.
    Come uomini non siamo tenuti ad altro che a far funzionare bene la società, perché siamo animali sociali, ne facciamo parte ed è bene per tutti che sia così. A margine di ciò possiamo coltivare doti apprezzabili come la gentilezza e la compassione per gli animali, ma nessuno dovere a priori verso di essi può esistere, perché la sorgente di tutti i diritti e i doveri è la società (o al limite Dio per chi ci crede).
    D’altro canto, l’assunto utilitaristico è facilmente dimostrabile per assurdo: dato che la vita è piena di sofferenza, anzi, in effetti contiene molta più sofferenza che piacere, e peraltro è destinata sempre e comunque a concludersi con la morte, se consideriamo il dolore “cattivo di per sé”, finiamo naturalmente col considerare l’affare “vivere” come intrinsecamente svantaggioso.
    Se accettiamo questa conseguenza, allora dobbiamo porre fine alla vita.
    Ma la verità è che non solo il dolore non è “cattivo ovunque si trovi”, ma all’esatto contrario, in un certo senso è “buono ovunque si trovi”, perché l’esistenza del dolore è precondizione della continuazione della vita, che è per molti il bene sommo, sopra il quale nulla esiste.
    Poi, appunto, ci son quelli che pensano che il dolore sia il “Male”, il Male assoluto. Ma costoro dovrebbero suicidarsi per coerenza. Io non credo che esista il Male, mi sembra una credenza troppo religiosa. Credo che esistano alcuni mali; cose che preferiremmo evitarci. Mali relativi, soggettivi, spesso necessari. Tutto lì.

  4. anna mannucci ha detto:

    definizione di esperimento secondo il Decreto legislativo 27/01/1992 n. 116, G.U. 18/02/1992 n. 40

    d) “esperimento”: l’impiego di un animale a fini sperimentali o ad altri fini
    scientifici che può causare dolore, sofferenza, angoscia o danni temporanei
    durevoli, compresa qualsiasi azione che intenda o possa determinare la nascita di un animale in queste condizioni,

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