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Quando ti morde il Principe delle Tenebre. Addio Cristopher Lee

giugno 14, 2015 • Cinema e Dintorni

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di Roberto Silvestri

La bellezza è una cosa rara. E’ entrata in clandestinità. E ci vuole fegato per reggerne lo sguardo. Destabilizza sempre. Scatena calore, energia collettiva, però.

Quando ti morde il Principe delle Tenebre, un metro e novantasei centimetri di puro Male concentrato (“usava i tacchi in Horror Express per sembrare ancora più imponente, parola dell’attrice Helga Liné), puoi anche godere, per essere la prescelta o il prescelto, ma non sai ancora come sarà la “forma che verrà”. Dal caldo passi al freddo e oltre. Il rosso assume una personalità e uno status differente. Gli spazi si dilatano o delocalizzano. Raramente è grande, la bellezza, solo la black music lo è… Il processo è fulminante.

Horrors of Dracula il capostipite, è del 1958. Seguiranno circa 15 “variazioni Goldberg” sul potere di quei canini superdotati di qualità psicotrope. Non ci fossero stati i cinemini di terza visione, le nicchie auree del consumo di massa non parrocchiale, come avremmo capito, senza leggere Deleuze, l’inebriante potenza di chi non sente nulla e tutto controlla anche il tempo quando nel rito, nell’oltre spazio, subisce la grafica della violenza. E di chi accellera il tempo fino a farlo svanire, schiavo della forma e della forza interiore sadica. La frusta e il corpo. Di Mario Bava. 1963. Forse il vertice artistico (con Gremlins 2) di una lunga e prestigiosa carriera shakesperiana, a parte gli oltre 200 film e telefilm.

Non ci fosse stato un articolo dall’inviato americano di Tv Sorrisi e canzoni mai avrei scoperto l’importanza della scena musicale radicale newyorkese dei primi anni 60. Marion Brown, Giuseppi Logan, Archie Sheep, Cecil Taylor, Sun Ra… ci aprirono un mondo di suoni meravigliosi e di fierezza politica grazie alla svista geniale di un capo redattore che ancora non era funzionario di un partito di destra. Uno di loro, suonatore di sax contralto estremamente strano, perché spesso di plastica (dei razzisti bianchi gli avevano distrutto il suo e così il nostro chiese aiuto ai bambini), decise perfino di fare a meno del piano, il principe della musica occidentale. Di ridurre cioé la trama armonica. Esplorava ancora più di Sonny Rollins la variazione melodica sulla linea, e non sulla sequenza accordistica…. Interessante, no?
Si trattava di proseguire il lavoro di Charlie Parker. “Il mio approccio melodico è basato sul fraseggio, e il mio fraseggio è un prolungamento del mio modo di sentire gli intervalli e l’altezza del motivo che suono. Non vi è definizione di altezza. Si può suonare in bemolle e in diesis. E’ un problema di vibrazione. Il mio fraseggio è spontaneo. Non si tratta di stile. Vi è stile quando il fraseggio si irrigidisce. Il jazz è l’unico genere di musica nella quale la stessa nota pò essere suonata sera dopo sera ogni volta in modo diverso. Si tratta di cose nascoste, del lato inconscio che sta nel corpo e affiora alla conoscenza. Lo sentite e lo suonate”.

E ancora oggi, quando ascolti un disco Atlantic, ormai vintage, degli anni 60, danza nella tua testa un altro sound, qualcos’altro rispetto alle solite melodie perché gli standard vengono trattati alla “necrofilla”. E si muove stranamente qualcosa. Folli accelerazioni sgualciscono i ritornelli, come inquadrati da lenti anamorfiche e di sbilenco. O già appare una futura filastrocca eterofonica, lisergica, hip hop o yoruba quando meno te l’aspetti. Il mostro acustico è favolosità danzante, basta dargli tempo, oggi Lonely woman o Peace sembrano Schubert.

Stai avvicinandoti – con Charlie Haden e Billy Higgins alla ritmica e Don Cherry alla tromba – alla stessa sensazione, all’estasi, al salto di stato (ora sappiamo che era già prefigurata la rotta africana, stato dopo stato, verso la libertà del biblico esodo, ma senza che il mare si apra da solo, purtroppo, di oggi). Billy Higgins sarebbe stato sbattuto fuori da Whiplash. Crea modelli complessi e senza tempi, di evidente derivazione afro-asiatica, una specie di eternità di sfondo ai lamenti surrealisti “di un sax che sa ridere, farfugliare, gemere, ululare, gorgogliare come un animale, un bambino, un uomo o una donna impauriti o angustiati o colti da una gioia improvvisa

Così scrive Wilfrid Mellers in Musica del nuovo mondo (Einaudi, 1975). E dimentica di nominare Isou. Il lettrismo diventa così arte popolare ricollegandosi al blues e al New Orleans, solo un po’ mascherati da Halloween. Il girido istintivo e antico della solitudine non è cambiato. Robert Johnson si è solo urbanizzato e vive malissimo nei ghetti pronti a incendiarsi. Quando vedo per la prima volta Coleman ha un completo viola che sembra uscito dal film Four Rooms di Roberto Rodriguez ambientato tra i bellboy. Che figura. Poi scopro che tra i lavori di Ornette c’era stato anche quello di ascensorista di hotel….

Ornette Coleman ,David Izenson e Charles Moffett
Hammer films e Free Jazz vivono e combattono nello stesso periodo. E’ come se percepissero in quel momento un organismo sociale così malato e malandato da dover subire un trattamento radicale. La tecnica è quella di congelare i virus tossici, rischiare la cristallizzazione, attraversare cacofonie neoespressioniste, risalire verso il caldo… Senza un elettroshock culturale l’umanità sarebbe colata a picco o calata in un unico blocco di piombo.

Erano quelli infatti “gli anni di piombo”, non il decennio successivo…. Lo capimmo grazie all’album free jazz e a quel Dracula. Expressions più che Impressions. Grumi di emozioni sprovviste di significato ma dotate di senso storico. Non istantanee. Non solo Malcolm X e Patrice Lumumba. Thomas Sankara e Bobby Seale. Ma.Oggi Ornette Coleman e Christopher Lee non ci sono più.

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