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Nigeria, addio alle mutilazioni genitali femminili

giugno 12, 2015 • Cultura e Società, z in evidenza

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di Dario Cataldo

Finalmente. Il governo nigeriano ha dichiarato illegittima la mutilazione genitale femminile. Una chiara presa di posizione da parte dell’ex presidente Goodluck Jonathan che prima di cedere il mandato a Muhammadu Buhari ha garantito che l’abominevole rituale fosse considerato illegale.

Già in 36 stati della nazione, la pratica era stata bandita; adesso è legge in tutta la Nigeria. Un segnale chiaro proveniente dal territorio con la più alta pressione demografica in Africa. Come però afferma Tanya Barron, dell’organizzazione non governativa Plan International: “L’esperienza globale ci insegna che, alla fine, è attraverso il cambiamento di mentalità che porremo veramente fine alle mutilazioni genitali femminili.

Non basta passare una legge”. È soltanto nella considerazione che le donne non sono un mero oggetto da ammaestrare e abusare, con cui giocare e in seguito gettare che sarà realmente arrivato il momento dell’emancipazione. Il cambiamento deve partire dalla consapevolezza da parte dell’universo femminile che le mutilazioni genitali non fanno parte di un retaggio culturale da proteggere bensì da denigrare.

Il divieto al pianto durante il taglio, l’inespressività come sintomo di distacco e di appartenenza a coloro le quali sono già passate attraverso tale calvario, sono frutto di una visione unilaterale della storia, trascritta e letta dalla visione distorta del capobranco.

Le frottole in merito alle mutilazioni come metodo per rendere più fertile la malcapitata, come prescrizione religiosa, in particolare dell’Islam, come garanzia di verginità – e per conseguenza di fedeltà all’uomo – come garanzia di purezza e pulizia, sono speculazioni con cui imporre una supremazia di pensiero, con cui controllare le vite di bambine, adolescenti e donne. La realtà recita un altro copione.

Tra gli effetti immediati, la letteratura scientifica elenca: emorragie, piaghe, infezioni batteriche. In seguito invece: sterilità, complicazioni durante il parto, maleodoranti odori causati dalla circoncisione, infezioni pelviche dovute alla cattiva fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono circa 140 milioni nel mondo le ragazze che hanno subito la barbarica infibulazione.

Una chiara violazione di diritti umani riconosciuti e conseguiti a denti stretti. Solo in Africa le incluse al bacino a rischio sono circa 3 milioni. Nella mutilazione culturalmente è intravisto un rito di passaggio, un transito dal celibato alla condizione sponsale. È per tale motivo che la presa di posizione da parte della Nigeria può è deve considerarsi una battaglia vinta, perché intacca le granitiche consuetudini di pensiero.

La guerra è ancora lunga ma esistono i presupposti per sperare. La strada parte dal basso, dal cambiamento di mentalità, dall’autoconsapevolezza femminile di non essere alla stregua di bestie da domare, da tenere a bada perché pericolose per via dei loro irrefrenabili impulsi sessuali. Come spiega James Kusi Boama di ActionAid, molte famiglie africane aggirano il divieto delle mutilazioni nei loro paesi d’origine “costringono le loro figlie a passare il confine, in paesi che hanno leggi meno punitive, per poi riportarle nel Paese.

Per combattere contro questo fenomeno – continua Boama –  ActionAid sta collaborando sia con le Ong locali che con le associazioni dei Paesi limitrofi”. È per tale motivo che la rivoluzione deve essenzialmente essere culturale prima che normativa. Sapere comunque che il lento processo di sensibilizzazione adesso è supportato da un embrionale comparto legislativo legittima la fiducia nell’inversione di tendenza.

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