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Genocidio armeno e negazionismo, una questione aperta. Parte sesta

giugno 2, 2015 • L'eco della memoria

 

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di Claudio Vercelli

Alla base dell’esperienza di Giovani turchi vi era senz’altro la consapevolezza di dovere dare sostanza ad un percorso di modernizzazione dello Stato ottomano. Ciò che ad essi non riuscì fu però l’offrire risposte credibili alle turbolenze che, soprattutto nei Balcani, stavano agitando le popolazioni che erano ancora parte dell’Impero. Di fatto l’intera traiettoria politica delle élite moderniste fu contrassegnata, nei fatti, da un centralismo autoritario, nel tentativo di tenere insieme parti altrimenti centrifughe di un sistema politico che aveva ancora poco tempo di vita dinanzi a sé. Ne derivò, quindi, un risultato per più aspetti paradossale, ossia capovolto rispetto a quelli che erano gli obiettivi dichiarati inizialmente (unione federale e progresso sociale) con il risultato, da un lato, di accentuare le preesistenti spinte indipendentiste e, dall’altro, di sancire il declino definitivo della presenza turca in Europa.

All’interno del Comitato di unione e progresso la compresenza di diverse motivazioni ideologiche – uno dei fattori che portò ad esiti contraddittori la linea politica che avrebbe dovuto invece realizzare unitariamente – era giustificata dalla difficoltà di vedere affermate le idee modernizzanti in società tradizionaliste o comunque legate ad un retaggio conservatore. Dal punto di vista politico, ad esempio, i principi liberali e quelli nazionalisti risultavano stridenti con la concezione teocratica che costituiva il retaggio più importante nei processi di legittimazione istituzionale dell’Impero. Non di meno, e sarà questo un punto di crisi e collassamento nei percorsi decisionali – fatto che incentiverà quelle spinte aggressive le quali, sovrapponendosi alla memoria della repressione hamidiana, porteranno a politiche genocidiarie contro la minoranza armena – il discorso che intendeva ricondurre l’identità collettiva di una miscellanea di gruppi distinti ad una moderna «nazione laica», intesa come valore condiviso, sarebbe cortocircuitato ben presto con l’esperienza concreta, e persistente, di un insieme di comunità tra di loro diverse ma unite da un’appartenenza comune, che di secolarizzato presentava poco se non nulla. In altre e più semplici parole: il costituzionalismo, la fedeltà repubblicana, l’identificazione con un potere laicizzato non erano valori e modalità identitarie che potessero essere imposte a prescindere dalla storia della società con la quale ci si doveva confrontare.

Peraltro, il movimento dei Giovani turchi deriva spontaneamente dallo sviluppo del moderno ottomanismo, inteso come traduzione costituzionalistica del percorso di costruzione delle cittadinanza imperiale. È infatti depositario dei Tanzimat, del cosmopolitismo delle élite, di un riformismo inteso non solo come orizzonte necessario ma anche imprescindibile per fare sì che l’Impero non solo non si sfaldasse ma potesse tornare ad essere protagonista nei rapporti con le potenze occidentali e con gli avversari orientali. In tale senso, la componente più marcatamente nazionalista del Comitato, guidata da Mehmed Tal’at Pasha, che diverrà ministro degli Interni nel 1913, ricoprendo tale carica per tutta la durata del Primo conflitto mondiale, è particolarmente sensibile alla necessità di spingere in avanti, accelerando i processi politici, l’evoluzione in atto delle dinamiche interne.

Ma per ottenere ciò, contraddicendo parte delle stesse premesse culturali e ideologiche del Movimento, verrà sancita la conclusione delle politica dell’eguaglianza, quanto meno formale, tra le diverse comunità, mentre sarà ribadito, ancora una volta, il ricorso all’identità musulmana come strumento di governo dell’Impero. Prima di arrivare a questo esito è tuttavia bene fare un passo indietro, ripercorrendo la traiettoria del Movimento “rivoluzionario”. L’organizzazione dei Giovani turchi si costituisce formalmente nel 1906, quando una decina di esponenti della cospirazione politica che si stava attrezzando contro il sultanato diede vita alla Othmânli Hürriyet Cemiyyeti (l’«Associazione ottomana della libertà»). Ad essa aderirono ben presto diversi esponenti dell’esercito. Solo l’anno successivo, tuttavia, il gruppo, che aveva base a Salonicco, iniziò a prendere contatto con gli oppositori in esilio, per dar luogo a quello che sarebbe per l’appunto divenuto il Comitato di unione e progresso. All’origine dell’attivismo turco stava un’associazione che nel 1889 si costituì a Costantinopoli, parallelamente ai fermenti organizzativi di taglio nazionalista presenti diffusamente in campo armeno e curdo, con l’obiettivo di recuperare la Costituzione del 1876. Nel 1896 la «Società dell’unione e del progresso» (tale era il nome che nel frattempo aveva assunto) tentò un colpo di Stato, immediatamente abortito. Fatto che decretò l’espulsione, la fuga quando non la morte, dei rivoluzionari.

I sopravvissuti ripararono in Europa, dove diedero corso a due congressi, il primo dei quali a Parigi nel 1902, ai quali presero parte anche componenti armene appartenenti al Dashnak. Ciò che si sarebbe poi formalizzato in un corpo unico, con la nascita del Comitato di unione e progresso, si era però quasi da subito diviso tra due opzioni. La prima di esse, per così dire “liberal-ottomana”, puntava alle riforme interne al sultanato, sulla scorta del modello anglosassone; la seconda, invece, marcatamente nazionalista, guadava con sospetto alle pressioni europee, accettando il processo di modernizzazione ma rifiutando quelle che considerava come mere infiltrazioni straniere. Tuttavia, anche nel secondo caso, la scelta nazionale non implicava necessariamente un futuro di discriminazioni in base ai gruppi di appartenenza.
Le caratteristiche dell’organizzazione, nel suo complesso, erano quelle tipiche di una società segreta, sul modello massonico, nella quale l’affiliazione degli aderenti avveniva sulla base della presentazione da parte dei membri anziani. Il sistema verticistico, la composizione gerarchica rigida, il vincolo alla più totale riservatezza, la condanna a morte di quanti venissero considerati “traditori”, l’obbligo del giuramento di fedeltà con la spada sul Corano, rendevano l’intera struttura piramidale qualcosa di assai più vicino ai modelli cospirativi ottocenteschi che non ad un moderno partito.

Il passaggio da società segreta a organizzazione partitica comincia infatti solo con la ramificazione di una struttura locale, su base strettamente territoriale, a ricalco della suddivisione amministrativa dell’Impero, in grado di penetrare ogni livello dell’amministrazione pubblica. La rete prevedeva in origine anche un corpo di combattenti, pronti a morire per la causa, le cui famiglie sarebbero state poi protette e supportate dall’organizzazione. Di fatto, sarà soltanto dopo la rivoluzione del 1908 che la struttura del Comitato si avvicinerà agli standard dei partiti moderni, con l’elezione di rappresentanti in ogni organismo locale e assemblee annuali, anche se il potere rimarrà sempre saldamente nelle mani dei gruppi di vertice. Non è un caso, quindi, che a fronte dello scarso o nullo seguito iniziale tra popolazione vi si accompagnasse da subito, invece, l’incremento significativo di adesioni tra i militari, soprattutto quelli di stanza in Macedonia e a Salonicco.

L’esercito del sultano, riformato una prima volta con le Tanzimat, era divenuto infatti il luogo del malcontento per eccellenza, laddove serpeggiavano competizioni, l’ossessione per il complotto, la tendenza alla delazione, lo scoordinamento tra i reparti e gli oramai endemici ritardi nei pagamenti delle truppe. Detto questo, l’obiettivo iniziale dei Giovani turchi era e rimaneva principalmente il ripristino dello stato di diritto, quello previsto dalla Costituzione del 1876, l’uno e l’altra rimasti sulla carta. Quando Abdul Hamid II, intimorito dall’evoluzione delle cose, comincia a congedare, imprigionare e poi ad assassinare gli ufficiali coinvolti nella nuova associazione politica, la situazione assume immediatamente una piega drammatica. I reparti di stanza a Salonicco, centro strategico per l’esercito imperiale, minacciano di marciare su Istanbul. Siamo al fatidico luglio 1908, quando gli insorgenti costringono un sultano recalcitrante a ripristinare la Costituzione, con l’aggiunta di una serie di norme supplementari come l’abolizione dei tribunali speciali, l’inviolabilità della corrispondenza, la libertà di stampa ed altro ancora. Si tratta, quanto meno, di un’accelerazione potente rispetto ai tempi abituali del sultanato, che vive infatti l’imposizione come una torsione violenta, uno snaturamento delle sue funzioni e una violazione delle sue stesse prerogative. E di ciò, a conti fatti, si tratta.

Le elezioni politiche dello stesso anno portano infatti in parlamento una maggioranza di deputati appoggiati dal Comitato, che tuttavia non si è presentato come lista unitaria. Allo stesso tempo, il quadro geopolitico conosce una serie di nuovi scossoni. La Bulgaria dichiara l’indipendenza, proclamandosi regno a sé, Creta è attraversata da una rivolta che la porta ad essere annessa alla Grecia e i territori della Bosnia e dell’Erzegovina entrano a fare parte dell’Impero austroungarico. In meno di un anno, il capitale di credibilità con il quale i Giovani turchi avevano acquisito seguito presso gli elettori si sgretola. Se la loro piattaforma si fondava sul binomio tra riforme e preservazione della sovranità territoriale, il secondo elemento sembrava ora essere messo in aperta discussione dall’evoluzione dei fatti. I quali sono negativi anche sul piano interno, dove la maggioranza parlamentare e il governo costituzionalista non riescono a fare fronte agli innumerevoli problemi finanziari e di bilancio.

L’Impero è indebitato e qualsiasi manovra politica, interna ed internazionale, è vincolata dagli obblighi che da tale stato di cose, estremamente gravoso, derivano. Non di meno, la composizione del parlamento si rivela politicamente instabile, essendo il prodotto di una maggioranza rissosa, comunque al di sotto della sfida dettata dalle circostanze. Anche per queste ragioni, il 13 aprile 1909 il sultano tenta una vera e propria controrivoluzione, stroncata militarmente, pressoché sul nascere, dal presidio di Salonicco. A Costantinopoli, infatti, alcuni reparti fedeli al sovrano, sopraffacendo i propri superiori, avevano cercato di imporre l’abrogazione delle riforme nel mentre introdotte, invocando il pieno ritorno della legge islamica. Il potere legittimo inizialmente sembra non reagire ma dieci giorni dopo procede all’eliminazione dei gruppi ribelli. Ad Abdul Hamid II, prontamente deposto, succede quindi, due settimane dopo, il remissivo fratello Resha Efendi, con il nome di Mehmet V, penultimo sovrano nella lunga linea dinastica e sbiadito protagonista dei suoi tempi.
Il quadro diventa chiaro per gli osservatori: se la lunga frizione tra le nuove idee diffusesi largamente nell’Impero e il suo letargico immobilismo aveva portato alla rivoluzione del 1908 e, quindi, a quello che sembrava un periodo di nuove libertà, il tentativo di controrivoluzione mette definitivamente in evidenza quali siano le concrete condizioni a cui il Comitato di unione e progresso è obbligato a sottostare per non essere politicamente emarginato: le prerogative delle popolazioni musulmane non debbono essere ridimensionate, né estese e condivise dagli altri gruppi nazionali e religiosi; l’egualitarismo e la libertà, che derivano dall’impianto costituzionalista, al di là delle premesse ideali, non sono una strada concretamente praticabile; l’elemento religioso non tollera l’idea di Stato laico promossa da buona parte del gruppo dirigente. Per i gruppi dirigenti del Comitato di unione e progresso si tratta quindi di rivedere le idee che l’avevano portato a guidare la “rivoluzione ottomana”, o meglio di modificarle radicalmente, adattandole alla situazione contingente e utilizzando le suggestioni vincenti per ottenere i propri scopi.

L’unico strumento per governare, utile a scongiurare l’instabilità che caratterizzava ormai in maniera permanente la vita dell’Impero, diventa quindi un governo centralizzato, forte e, possibilmente, stabile. Un esecutivo che in linea di principio non si contrapponga al sultanato, il quale infatti continua formalmente a sussistere (essendo però depotenziato della sua carica controrivoluzionaria), ma in grado di fare fronte alla decadenza in atto passando sempre di più attraverso gli atti di forza o, comunque, di imposizione coatta. Alla controrivoluzione hamidiana del 1908 avevano peraltro partecipato gruppi delle minoranze, in quanto le rivolte si erano estese alle altre province dell’Impero, dove si erano inoltre verificati nuovi massacri di armeni. Con il ritorno della Costituzione il partito Dashnak aveva ufficialmente abbandonato la lotta armata. Ma la situazione delle province armene non era nel mentre significativamente variata. Semmai l’odio etnico era stato rinfocolato dal nuovo quadro politico. Il 14 aprile 1909, ad Adana, in Cilicia, erano infatti cominciati nuovi massacri da parte di componenti di gruppi fondamentalisti islamici. Le violenze durarono fino al 16, quando si ottenne un cessate il fuoco. Gli armeni di tutta la provincia, che avevano resistito e si erano difesi, furono poi disarmati.

Pochi giorni dopo, i rappresentanti inglesi e francesi presenti sulle navi ancorate nel porto di Mersina, avrebbero infine accusato il governatore di Adana della responsabilità dei massacri, indicando in alcuni elementi delle truppe inviate da Costantinopoli i colpevoli delle aggressioni contro gli armeni e dei massacri ai danni della popolazione, a fronte della voluta inanità delle autorità locali. I successivi sviluppi, a partire dalla guerra italo-turca per arrivare ai conflitti balcanici (del 1912-1913), si incaricheranno, mettendo in forse la sopravvivenza stessa di ciò che rimaneva dell’Impero, di fare sì che i Giovani turchi finiscano con l’imboccare la via di un acceso nazionalismo. Nel 1913 con un colpo di stato insediano un triumvirato dittatoriale, sotto la direzione di Ismail Enver, già a capo delle resistenza ottomana all’occupazione italiana della Libia.
La scelta politica fa seguito al superamento del precedente governo di coalizione, con l’Unione liberale. Il 23 gennaio 1913, infatti, si instaura la dittatura che vede compartecipi, nei massimi ruoli, Ahmed Jemal e Mehmed Tal’at. L’indirizzo assunto dalla nuova dirigenza politica porta a consolidare i legami con la Germania mentre tramonta definitivamente l’ipotesi, altrimenti auspicata, nel clima di fraternizzazione tra varie nazionalità prodotto dalla rivoluzione del 1908, di trasformare l’Impero in stato federale. Un conflitto di vasta portata comincia quindi ad apparire inevitabile e l’esercito ottomano viene riorganizzato con l’aiuto di missioni militari germaniche.

In questo quadro, dove il rapporto con i tedeschi viene concepito da una parte della popolazione ottomana come un’infrazione ai dettami musulmani, si fortifica quindi il richiamo al nazionalismo turco. La questione di fondo non è contrapporre l’identità musulmana a quella turca – ipotesi di per sé impraticabile – ma di incapsulare la prima nella seconda, orientando questa nel senso di un progetto imperialista, di cornice panturanica. Già nel 1912 era stata fondata l’associazione dei cosiddetti Türk Ocaklarï, i «focolari turchi», destinata a fomentare l’adesione al patriottismo panturco. Tra i suoi obiettivi, l’unificazione culturale dei popoli che venivamo identificati come omologabili ad un comune ceppo, ossia i turchi stessi, i mongoli e gli ungheresi, poiché ascritti alla più ampia famiglia linguistica uralo-altaica (detta per l’appunto turanica).
A questo obiettivo di massima viene di nuovo associata una politica di separazione tra Stato e religione (che porterà, con la Repubblica, nel 1923, ad una vera e propria istituzionalizzazione della laicità, all’emancipazione delle donne, al divieto della poligamia, alla cessazione della Sharia come legge civile) insieme a obiettivi di crescita interna, come una diversa politica del credito, l’intervento in campo agricolo, l’aumento sistematico della presenza turca in tutti i settori economici ritenuti strategici, a scapito delle minoranze.

In tale clima, dove cambiano i soggetti del processo politico, le società velocizzano il passo ma le tensioni e le contrapposizioni, non di meno, si fanno ancora più intense di quanto già non fossero, emerge definitivamente quell’ala politica che, guidando l’Impero verso la sua definitiva dissoluzione, si renderà responsabile integralmente del genocidio armeno. In un clima montante di disfatta, che negli anni precedenti alla Prima guerra mondiale porta a nuove perdite per l’Impero (già ci si è richiamati alla guerra di Libia 1911 e ai conflitti nei Balcani tra il 1912 e il 1913), viene ripresa la politica di contrapposizione etnica attraverso l’identificazione di un nemico interno. Si tratta di un tema già frutto, a suo tempo, della politica hamidiana, al quale ci si rifà utilizzando gli stessi schemi adottati precedentemente dalla propaganda imperiale, a partire dall’idea dell’armeno come traditore in quanto braccio del nemico nell’Impero, pronto quindi a sabotarne le istituzioni. Ma anche nei fatti, oltre che nei proclami, si riprendono le politiche di violenza di epoca hamidiana, come l’uso di bande di irregolari, e di gruppi curdi per perpetrare i massacri nelle regioni orientali nella primavera 1915, all’inizio del genocidio, e al seguito delle colonne di deportati.

(6/segue)

altre fonti: moked.it

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