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Il calcio, una faccenda per “veri uomini”

maggio 28, 2015 • Agorà, z in evidenza

 

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di Dario Cataldo

Lo sport unisce, aggrega, rafforza dinamiche sociali, almeno la sua parte sana. Per il rovescio della medaglia, purtroppo, lo sport crea distanza, conflitto e violenza. In Italia il calcio è per eccellenza croce e delizia del tempo libero.

Il passatempo con la “P” maiuscola, la valvola di sfogo per staccare la spina. Basta accendere la Tv per rendersi conto della perenne tensione tra bellezza e schifezza consumata dentro e fuori gli stadi. Quando però a fomentare odio, rancore e livore sono i vertici delle Istituzioni, i pezzi da novanta, i colletti bianchi che dietro una scrivania sentenziano e si trincerano dietro un “ma la mia era solo una battuta!”, il termometro dell’inciviltà continua a salire, fino a scoppiare.

Non sono un femminista con i paraocchi; penso tra l’altro che il gentil sesso non abbia bisogno di un altro avvocato che perori la causa. Sono piuttosto un fautore delle pari opportunità, delle stesse chance proposte a entrambe le parti. Nel vissuto giornaliero, purtroppo, le cose sono leggermente diverse.
Come accade in tanti settori, anche il calcio non è esente dallo sfiancamento maschilista, tanto da celebrarsi tacitamente e adesso pubblicamente come una faccenda per soli uomini, Felice Belloli docet. Il Presidente della Lega Dilettanti ormai è balzato agli “onori” della cronaca per la frase pronunciata in merito al movimento calcistico femminile.

Quel “non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche” non è solo una sventurata battuta; è un ulteriore schiaffo morale al sesso “debole”, in realtà solo nel nome. Nei fatti, è sinonimo di debolezza il trincerarsi dietro luoghi comuni, dietro clichè e stereotipi costruiti per garantire una supremazia maschile, la quale ha prodotto risultati – nel calcio e non – sotto gli occhi di tutti. Partite truccate, stadi fatiscenti, tangenti – per non farci mancare nulla, uno scandalo internazionale fresco di giornata: la polizia svizzera ha appena arrestato per corruzione a Zurigo sei funzionari della Federazione calcistica internazionale, conosciuta con l’acronimo (Fifa. Tra le accuse formulate dalle autorità c’è quella di avere incassato tangenti per milioni di dollari negli ultimi vent’anni.

Indagato anche l’illustre presidente dell’organizzazione Joseph Blatter, candidato per il sesto mandato a capo della Fifa. Ma non solo; nel ricco menù delle pietanze servite dai Lor signori del calcio, il ricco buffet è infarcito di violenza gratuita spesso legata a deprecabili espressioni razziste, sessuali e mafiose. Lungi dal condannare solo in Bel Paese o i paesi limitrofi. Alle porte, in Canada c’è il mondiale femminile di calcio. La nazionale svedese in partenza è stata salutata dai vertici della propria federazione con lo slogan “clapforsweden” un hashtag che se da un lato è tradotto in “applaudite la Svezia”, dall’altro denota nel termine “clap” un’imbarazzante traduzione in “malattia venerea”. Per evitare ogni fraintendimento – che ovviamente c’è stato – il portavoce della nazionale ha annunciato la rapida rimozione dello slogan.

Come consuetudine, con una pacca sulla spalla, le scuse di facciata e i buoni propositi mai in realtà attuati, il carrozzone del calcio si tinge sempre meno di rosa, specchiandosi in una condizione che è il riflesso della quotidianità. Dopo le discolpe rituali, buone per tappare falle last minute, in buona sostanza, cosa resta? Un collaudato atteggiamento denigratorio, il quale, dietro sporadiche poltrone concesse qua e là alle beneficiate di turno, regala l’ennesimo zuccherino per addolcire la bocca, che ha sempre più il retrogusto amaro. E smettiamola di circoscrivere l’accaduto a fenomeni di nicchia come il “pallone rosa”.

Il movimento calcistico femminile fotografa chiaramente e senza sfocature una certezza, che scoccia dirlo ma è incoraggiata anche dal gentil sesso. Le dinamiche del compromesso, dell’esibizione gratuita del proprio corpo, della rassegnazione e accettazione di certi atteggiamenti da capo branco, rinvigoriscono gli attributi sviliti di certi esponenti del sesso “forte”.

Non è questa la via per un sistema che si autodefinisce “civile”. Il rispetto dei ruoli, dei generi, delle tendenze sessuali, passa da entrambe le parti. Una maggiore consapevolezza da parte delle donne, che sia capace di stimolare un cambio di direzione, una virata verso le acque dell’equità, sarebbe da stimolo per certi cervelli maschili, formattati, tarati e schiavizzati dai propri organi riproduttivi. La tortuosa strada che porta alla soluzione del problema dei riconoscimenti sociali passa da entrambe le parti. Saremo in grado di percorrerla o come al solito, devieremo per scorciatoie più facili ma effimere?

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