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Sperimentazione animale, quanto è necessaria?

maggio 27, 2015 • Europa, Uncategorized, z in evidenza

 

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di Carlo Manfredi
La sperimentazione animale è un’indispensabile premessa  per poter dimostrare la sicurezza e l’efficacia di ogni nuova terapia. Infatti, i principali trattamenti che hanno migliorato l’aspettativa di vita di moltitudini di persone non sarebbero mai stati sviluppati senza il determinante contributo della sperimentazione animale.

L’uomo condivide con le specie animali gran parte del cammino evolutivo. Questo significa che vari meccanismi e funzioni biologiche si sono conservate nel tempo e sono regolate dagli stessi principi nell’animale come nell’uomo. Anche il patrimonio genetico degli animali e quello dell’uomo presentano molte più analogie che differenze. Per questi motivi gli animali costituiscono ad oggi il modello più accurato per la comprensione della fisiopatologia delle malattie. La possibilità di disporre di animali transgenici, portatori degli stessi geni implicati nello sviluppo delle patologie umane, permette di avere ancora più informazioni utili da trasferire nella pratica medica.

Pensiamo ai farmaci biologici, come ad es. gli anticorpi monoclonali, oggi impiegati con grande successo.
I test sugli animali servono in primo luogo ad escludere potenziali effetti tossici delle nuove molecole sull’uomo. La possibilità di sviluppare metodi alternativi senza impiego di animali dipende da conoscenze di base che è possibile attualmente ricavare solo dallo studio dell’animale in vivo. Il fine etico della sperimentazione animale è dunque quello di conoscere la biologia per capire la malattia e usare le conoscenze acquisite al fine di poterla curare. Le agenzie regolatorie impongono la verifica di una serie di parametri in modelli animali di piccola e/o grossa taglia prima di consentire di passi all’impiego nell’uomo perché. Se non si acquisiscono queste informazioni sulla sicurezza ed efficacia dei trattamenti, si corre il rischio concreto di sperimentare direttamente su pazienti e bambini. Una prospettiva non può che essere rifiutata per l’orrore che suscita.

La Direttiva Europea (DE) 2010/63 sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici ha inteso eliminare le disparità tra le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative, degli Stati membri. La DE è stata approvata dall’organizzazione animalista Eurogroup for animals, di cui fanno parte i principali gruppi animalisti di vari Paesi europei, Lega antivivisezione (Lav) compresa, che hanno ritenuto la nuova direttiva migliore della precedente.

La DE prevede che, per ogni sperimentazione animale, i ricercatori redigano un documento in cui spiegano se è disponibile un metodo alternativo per sostituire (replace) gli esperimenti con gli animali, su come intendono ridurne (reduce) al minimo il numero, se obbligati a utilizzarli, e su come migliorare (refine) le loro condizioni per minimizzare lo stress e il dolore.

Il Governo Italiano, all’atto della trasposizione della DE 2010/63, avvenuta con il DL 26/2014, ha però inserito le seguenti restrizioni:
divieto di allevamento di cani, gatti e primati non umani da destinare alla ricerca, su tutto il territorio nazionale (Art. 10, comma 5, in vigore dal 29 marzo 2014);
divieto dell’utilizzo di animali per le ricerche sulle sostanze d’abuso e sugli xenotrapianti d’organo (Art. 5, commi 2d e 2e, sottoposti a moratoria fino al 1 gennaio 2017 e Art 42 comma 1);
monitoraggio da parte degli organi competenti sulla effettiva disponibilità di metodi alternativi entro il 30 giugno 2016 (Art 42 comma2);
divieto di utilizzo di animali nelle esercitazioni didattiche dei corsi universitari “ad eccezione della formazione universitaria in medicina veterinaria nonché nell’alta formazione universitaria dei medici e dei medici veterinari” ( Art. 5 comma 2f. in vigore dal 29 marzo 2014);
Queste misure difformi dalla direttiva Europea si prestano alle seguenti considerazioni:
non ha senso impedire l’allevamento di alcune specie quando ne è consentito l’utilizzo;
i costi della ricerca aumentano per l’acquisto di animali all’estero;
l’Italia è in una posizione di svantaggio competitivo rispetto ai Paesi europei che hanno correttamente recepito la DE;
le condizioni degli animali da esperimento peggiorano perché devono essere sottoposti a lunghi trasporti;
non esiste alcuna spiegazione scientifica che giustifichi il divieto di xenotrapianti d’organo e di utilizzo di animali nelle ricerche sulle sostanze d’abuso;
i nostri ricercatori hanno gravi difficoltà per partecipare ai progetti di ricerca europei e a utilizzare risorse che l’Italia comunque versa all’UE come contributo nazionale;
si impedisce ai nostri giovani biologi, farmacisti, biotecnologi, CTF di accedere alla formazione necessaria per poter poi effettuare sperimentazione in vivo.

Queste limitazioni sono inaccettabili perché condannano la ricerca italiana all’emarginazione e all’arretratezza. Il decreto 2014/26 deve essere riformulato per preservare la ricerca quale patrimonio collettivo da conoscere, preservare e promuovere attivamente, anche per tutte le ricadute produttive, sociali, culturali e civili che essa comporta.

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