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“La vita quotidiana e la morte” nella visione buddista

maggio 27, 2015 • Cultura e Società, z in evidenza

FiorDiLoto

 

di Norma Trezzi

In questo articolo si fa riferimento ai principi del Buddismo di Nichiren Daishonin, monaco giapponese del XIII secolo che riprese il Sutra del Loto e ne approfondì i suoi insegnamenti. Di lui sono rimasti numerosissimi scritti sotto il nome di “Gosho” Il Buddismo di Nichiren ha spiegato gli enigmi della vita con una chiarezza maggiore persino a quella di Shakyamuni e ha stabilito una modalità ( la pratica buddista) grazie alla quale si può raggiungere l’illuminazione, attingere pienamente alla forza vitale cosmica e contemporaneamente risolvere i problemi che ci troviamo ad affrontare.

Dagli scritti di Nichiren Daishonin “ Lettera a Niiike”
….Come passano rapidamente i giorni. Questo ci fa capire quanto sono pochi gli anni che ci rimangono. Gli amici con i quali una mattina di primavera ammirammo la fioritura dei ciliegi sono stati spazzati via insieme ai fiori dal vento dell’impermanenza lasciando dietro di sé nient’altro che i loro nomi. Benchè quei fiori siano scomparsi, la prossima primavera i ciliegi sboccerranno ancora. Ma quando rinasceranno quelle persone? I compagni con i quali nelle sere d’autunno componemmo poesie in onore della luna sono svaniti insieme alla luna dietro le nuvole incostanti. Solo le loro mute immagini rimangono nei nostri cuori. Anche se la luna è tramontata dietro le montagne a occidente , nel prossimo autunno comporremo per lei altre poesie. Ma dove sono ora i nostri compagni che sono morti? Persino quando la tigre dell’impermanenza che si avvicina ruggisce, noi non la sentiamo e non ne siamo turbati ……

Il tema della morte nella società odierna
Nascita, malattia, vecchiaia e morte sono le quattro sofferenze che il Buddismo di Nichiren Daishonin identifica come costitutive e ineluttabili per ogni essere vivente Sembrano ovvie, naturali e tali sono state nei secoli passati, accettate o combattute come eventi indipendenti dalle volontà individuali: l’uomo non ha responsabilità di fronte alla nascita o alla morte, in quanto rispecchiano un dono e la volontà di Dio secondo le prevalenti religioni monoteistiche.
Oggi però la scienza e la tecnica in materia di nascita, malattia e morte, hanno creato un cambiamento radicale nel nostro atteggiamento in proposito: sono mutate le modalità del nascere e del morire. Quanto alla malattia è sotto gli occhi di tutti il grande balzo della ricerca medica in tutti i suoi risvolti.
Nascita e morte, in particolare, sono diventate anche oggetto di definizioni legislative che i vari Stati hanno promulgato in modo spesso differente rispetto alle tematiche in esame e i dibattiti, anche nel nostro Parlamento sono stati sofferti e difficili per trovare un indirizzo condiviso di pensiero. Non è qui il caso di citare i casi umani che la cronaca ci ha più volte ampiamente fatto conoscere coi conseguenti dibattiti.
Ciò che è peculiare oggi, e ci si limita qui al tema della morte che è oggetto di riflessioni, è la centralità dell’individuo nelle scelte riguardanti la propria persona fisica e la sua condivisione di responsabilità nel riguardo di cure e decisioni in merito alla sua malattia o morte. Conoscere la diagnosi e decidere strategie terapeutiche è diritto fondamentale della persona interessata, che esprime il suo consenso informato. Sulla spinta dei progressi medico scientifici è avvenuto un cambiamento di valori, che vanno oltre ogni credo religioso: anche nel morire la dignità della persona è imprescindibile dal suo progetto esistenziale.
Ciascuno può esprimere, preventivamente, la propria posizione e le proprie direttive riguardo la fine della propria vita.
Problemi di scelte sofferte si pongono anche sulla vita dei ”gravi prematuri” quei feti compresi dalla 22/25 settimana di gestazione in bilico tra la morte e la vita. Rianimare o non rianimare? …è la difficile scelta dei pediatri che devono decidere della sorte di neonati che presentano gravi problemi di sopravvivenza.

Come si colloca il Buddismo nello scenario bioetico attuale?
In questo sfondo di innovazione scientifica ci poniamo anche un’altra domanda: come si colloca il Buddismo nel contesto dell’attuale dibattito bioetico tra i due grandi modelli teorici della bioetica? Quello di matrice religiosa, proprio della religione cattolica, e delle religioni monoteistiche e creazioniste basate sul concetto di sacralità della vita, della vita come dono, e quindi indisponibile e intangibile, e l’altro, di matrice laica basato sul concetto della qualità della vita e, quindi della sua disponibilità e dell’autodeterminazione dell’individuo nelle questioni che lo riguardano? Ed ancora: come leggere il concetto di sacralità della vita postulato dal Buddismo?

Una premessa sulle fonti
Le fonti di riferimento per la riflessione buddista intorno alle numerose e difficili questioni di bioetica sono costituite dagli scritti e dai dialoghi del presidente Ikeda. E’ innegabile tuttavia che molti sono i temi non trattati direttamente all’interno dei suoi dialoghi e dei suoi scritti. Le ragioni sono diverse, vanno dai problemi di edizione e traduzione delle sue opere e alle innumerevoli problematiche connesse all’avanzamento estremamente rapido del dibattito bioetico; una marcia spesso difficile per gli stessi esperti e studiosi del campo, sovente costretti ad affannarsi dietro nuovi avanzamenti medico-scientifico o ad inseguire dibattitti politico-culturali e infinite e spinose querelle.

Un breve richiamo alla storia del Buddismo
Storicamente il Buddismo è stato fondato dal principe Siddharta Gautama, vissuto secondo alcuni studiosi nel VI o V secolo a.c. nel bacino del Gange; tormentato dal dolore e dalla morte che inesorabilmente investono la condizione umana, rinunciò al trono in giovane età e, dopo aver seguito per diversi anni dure pratiche ascetiche, si illuminò alla verità fondamentale che spiega non solo la causa e quindi la sofferenza, ma anche l’unica possibile via di salvezza per l’uomo.
Dal suo inizio storico, con la predicazione di Shakyamuni, il Buddismo pone subito al centro dei suoi insegnamenti i temi della nascita, della sofferenza, della vecchiaia e della morte, temi che oggi definiremmo bioetici.
E proprio dalla considerazione dell’ineluttabilità delle quattro sofferenze fondamentali di nascita, malattia, vecchiaia e morte che segnano la vita di ogni individuo, e dalla volontà di fornire un mezzo per rintracciare il senso profondo della vita eterna, nonostante l’impermanenza che la caratterizza, che si origina il Buddismo.

I principi buddisti nei temi bioetici di fine vita
Il Buddismo non si fonda sull’idea di un Dio creatore che “dona la vita” e, non essendo un dono di entità superiori la vita richiede di essere vissuta con impegno e libertà, nella consapevolezza che è frutto di un’infinità di azioni passate (Karma) che ogni singola persona o entità di vita ha compiuto e che eternamente compirà.
Il concetto di karma, di eternità della vita e al tempo stesso della sua impermanenza sono tra i concetti fondamentali della filosofia buddista come pure quelli di sacralità e dignità della vita che non sono mai disgiunti.
Per il Buddismo, quindi, la vita è eterna nel senso che si manifesta alternativamente in una forma fisica concreta come la possiamo osservare e in una forma latente, nascosta, non visibile che si ripresenta nuovamente in un’altra forma fisica secondo le leggi del karma. Il ciclo di vita e morte può essere paragonato all’alternarsi del sonno e della veglia. Proprio come il sonno ci prepara alle attività del giorno successivo, la morte è lo stato in cui ci riposiamo e ci rigeneriamo per una nuova vita. Dal momento che, secondo la visione buddista la vita è eterna, la morte non è tanto la fine della vita, quanto l’inizio di una nuova esistenza. Il punto in comune è che né il sonno né la morte distruggono la nostra identità, come una persona che va a dormire rimane la stessa quando si sveglierà, così un’entità vitale che muore sarà la stessa quando rinascerà.
Altri principi fondamentali sono quelli di sacralità e dignità della vita non disgiunti dalla compassione.
Muovendo dai concetti che sono alla base del pensiero filosofico e religioso del Buddismo di Nichiren Daishonin si comprende perché si pensi che il Buddismo possa costituire un momento di sintesi in cui la sacralità e la qualità della vita si incontrano per realizzare vite dignitose e di valore.
Sacralità per il Buddismo è il rispetto per la propria vita e per la vita di ogni essere senziente.
Sacralità è il rispetto per la dignità della vita, che è preziosa, perché ogni uomo è dotato di un’essenza immanente che è condizione vitale di Buddità.

La posizione buddista sui temi di accanimento, eutanasia, cure palliative
Le riflessioni recenti del fine vita, o meglio del morire, in un momento storico di grandi progressi della medicina e della ricerca, vengono affrontati dal Buddismo con un principio di grande cautela.
Il Buddismo ha una posizione contraria all’accanimento terapeutico, perché ciascuno ha diritto di morire con dignità ed è anche tendenzialmente contrario all’eutanasia attiva proprio in virtù di quella sacralità della vita che ci porta ad affermare che la vita sia il bene più prezioso.
Riconosce al contrario l’importanza delle cure palliative nella lotta contro il dolore fisico, inutile e crudele e il malessere che accompagna il deterioramento del corpo umano negli ultimi momenti della malattia.
” A mio avviso, dice il presidente Ikeda, si deve ricorrere con ogni mezzo per tentare di mitigare le sofferenze. A questo fine vanno compiuti tutti gli sforzi possibili. “Costruirsi una buona vita, prepararsi ad una buona morte” dice il Buddismo. Dunque vivere vite degne fino al nostro ultimo istante ”
E’ questa dunque la direttrice che ci deve aiutare ad orientarci nelle scelte bioetiche.

Il Buddismo non fornisce risposte su ogni aspetto che attenga alle sfere della Bioetica. Laddove esistano “zone grigie” da colmare con scelte individuali, siamo chiamati ad assumerci la responsabilità delle nostre scelte basandoci sulla saggezza, sulla solidarietà e sul sincero e profondo dialogo paziente-medico e familiari per individuare caso per caso una soluzione che rispetti la dignità del morente, i suoi valori, le sue scelte, le relazioni che ha costruito nel corso della propria esistenza.
In uno scritto del presidente Ikeda si trova: ”Dobbiamo fondare le nostre decisioni su canoni etici che comprendono la responsabilità individuale e la solidarietà con il prossimo.
Quando un praticante è posto di fronte ad una scelta etica, quando è chiamato a rispondere e prendere posizione in prima persona, potrà ricercare le parole del maestro, il conforto del suo insegnamento, la lezione buddista; ma dovrà essere consapevole che la decisione finale spetterà a lui.
Nel Buddismo l’uomo è artefice del proprio destino e della direzione della sua vita; l’uomo ha in sé un potenziale infinito per costruire una vita di valore e per morire senza rimpianti.
E’ questo l’umanesimo buddista che mette al centro l’uomo e la sua possibilità di riscrivere la propria vita trasformando il proprio karma.
Non deve stupire quindi se il Buddismo, per sua natura lontano da posizioni dogmatiche e pregiudiziali non si faccia portavoce di una posizione ufficiale e precettiva, ma suggerisca piuttosto l’importanza di una riflessione attenta su temi che riguardano così da vicino la vita e la morte così come l’integrità della vita umana.

Vorrei concludere con una citazione di un filosofo francese André Comte-Sponville scritta in una postfazione al libro “Mourir dans la dignitè”di Catherine Leguay:

“ L’ultima parola di un libro fa parte del libro. Nello stesso modo l’ultimo momento di una vita fa parte di quella vita. Quale scrittore non cura in modo particolare il finale della propria opera? “.

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