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La Germania e le disuguaglianze all’interno dell’UE

maggio 18, 2015 • Economia, z in evidenza

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Redazione
Con il suo surplus commerciale, che è il più alto al mondo, la Germania viene accusata di mettere in seria difficoltà i produttori di altri paesi e di non consumare abbastanza per aiutare le economie in difficoltà dell’Unione Europea. I critici più feroci sostengono che la prima voce delle esportazioni tedesche in Europa non sono i macchinari o le auto, ma la disoccupazione.

Agli inizi degli anni 2000 la Germania adottò politiche volte a contenere l’aumento dei salari e a creare posti di lavoro. L’idea di base era semplice: mantenere bassi i salari, consentendo alle imprese di assumere più lavoratori. I singoli lavoratori così ebbero a disposizione poche risorse da spendere in beni e servizi, perciò incrementarono poco i consumi, privilegiando il risparmio.

L’adozione dell’euro complicò le cose, perché i Paesi europei meno produttivi non ebbero più la possibilità di svalutare la loro moneta per guadagnare competitività. La crisi acuì il problema: l’economia dell’Europa Occidentale si è indebolita, perciò ora la Germania dipende di più dalle vendite all’Europa dell’Est, agli Stati Uniti e alla Cina. L’Europa Occidentale, quella che fa parte dell’Eurozona, ha perso d’importanza per l’economia tedesca. Il rafforzamento del dollaro e il deprezzamento dell’euro aumenterà ulteriormente la percentuale delle esportazioni tedesche al di fuori dell’Eurozona.

La Commissione Europea critica frequentemente la Germania per il surplus della bilancia commerciale, ma non ha la forza politica per fare davvero pressioni su Berlino affinché modifichi la sua politica. Paesi come l’Italia e la Francia hanno bisogno dell’appoggio tedesco per far accettare le loro infrazioni alle regole europee sul deficit, quindi non possono forzare la mano al governo tedesco, mentre i Paesi del Mediterraneo hanno bisogno dei programmi europei di investimento, largamente finanziati dalla Germania, come il “piano Junker”.

Per attenuare il disavanzo commerciale la Germania potrebbe abbassare le tasse, aumentare i salari e incrementare la spesa pubblica. Berlino ha formulato piani di investimento in energia, trasporti pubblici e infrastrutture digitali, ma secondo il Fondo Monetario Internazionale si tratta di progetti modesti. La Germania non può finanziare pacchetti di stimolo o grandi implementazioni infrastrutturali fin quando resta legata a una politica di deficit zero, molto popolare tra gli elettori tedeschi. Inoltre non è affatto certo che l’aumento dei salari avrebbe effetti significativi sulla bilancia commerciale tedesca. Pur con salari contenuti, in Germania il costo del lavoro è più elevato che in gran parte dell’eurozona; le industrie tedesche devono la loro competitività più al tipo e alla qualità dei prodotti e al basso costo dei trasporti che ai bassi costi di produzione.

Sarebbe comunque molto difficile per i Paesi europei conquistare maggiori quote di mercato tedesco. Non c’è alcuna garanzia che, se i Tedeschi avessero salari più alti, acquisterebbero più prodotti di importazione; la popolazione tedesca sta diminuendo e invecchiando ed è più propensa al risparmio che al consumo.
Il dibattito sul disavanzo commerciale tedesco mette in evidenza il problema fondamentale dell’Unione Europea: il libero scambio e la moneta unica hanno contribuito all’aumento delle disuguaglianze in Europa. La costruzione dell’Unione Europea era basata sulla promessa che la libera circolazione dei beni, dei servizi e delle persone avrebbe portato prosperità a tutti gli Stati membri. Manon ha offerto una soluzione alle disuguaglianze esistenti tra gli Stati che si proponeva di unire. Legare Paesi largamente diversi dal punto di vista economico con una moneta comune ha ostacolato le loro possibilità di navigare attraverso le crisi economiche usando politiche monetarie.

La crisi in Europa è in parte il risultato della combinazione di Paesi molto diversi − con obiettivi, problemi e risorse diverse − in un’unione guidata da una struttura istituzionale incompleta. Quando gli Stati membri hanno iniziato a riconsiderare la loro relazione con l’Unione Europea, la crisi è rapidamente diventata politica. Sono spuntati in tutta Europa partiti che chiedono la separazione dall’Unione o dall’eurozona, così come partiti anti immigrazione. Prima o poi i dibattiti dei partiti populisti sul futuro dell’Europa arriveranno a toccare anche il libero scambio, e allora si arriverà al nocciolo del problema: proseguire verso la creazione di strutture politiche comuni, per l’elaborazione di politiche sociali ed economiche comuni, oppure mettere a rischio anche la sopravvivenza del libero mercato.

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