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Eternit, la morte infinita

maggio 14, 2015 • Agorà, z in evidenza

processo-eternit

di Dario Cataldo
A Torino si è avviata l’udienza preliminare del procedimento penale Eternit Bis. I pm Raffaele Guariniello e Gianfranco Colace hanno chiesto il rinvio a giudizio del magnate svizzero Stepha Shimidheiny per omicidio volontario di 258 vittime dell’amianto.

Le vittime dell’amianto sono tornate in aula, e i famigliari attendono ancora giustizia per i morti di mesotelioma pleurico, la sfiducia nei giudici serpeggia nei commenti dei parenti delle vittime, che hanno convissuto per tutto questo tempo con il senso della sconfitta dovuto alla sentenza della Cassazione, che nel novembre del 2015 ha mandato in fumo anni di battaglie contro Shmidheiny. Unico imputato per le morti dei lavoratori delle fabbriche di Casale, Cavagnolo, bagnoli e Rubiera.
Il magnate si fa forte della recente sentenza, e contrattacca dicendo che “sono stati violati i suoi diritti umani”, e che in Piemonte è in corso una “caccia alle streghe” soggetta a strumentazione politica.

Ricordiamo che nell’aula di Torino si erano già svolti il primo e il secondo grado del maxi processo Eternit per disastro doloso ambientale. E la difesa insiste che il processo non si svolga a Torino, e sul “ne bis in idem”, cioè che per legge non si può essere processati due volte per lo stesso fatto.
La nuova accusa che è ciò su cui si regge il procedimento dei pm Raffaele Guariniello e Gianfranco Colace, non riguarda il disastro, ma l’omicidio volontario aggravato, causato dal comportamento spregiudicato del re dell’amianto, il quale avrebbe perseguito i propri interessi economici nonostante fosse a conoscenza dei pericoli.

Intanto l’unica cosa certa è che a Casale si continua inesorabilmente a morire, è una tragedia infinita che riguarda sessanta decessi circa all’anno per cause dovute all’amianto, che non sono solo i lavoratori dell’Eternit ma anche i residenti; 258 persone morte tra il 1989 e il 2014 di mesotelioma pleurico.
Shmidheiny era già stato condannato dalla Corte d’Appello di Torino a 18 anni di carcere per disastro ambientale, poi fu definitivamente prosciolto grazie alla prescrizione del reato.
Questo è stato inaccettabile per i cittadini che non hanno più fiducia nella giustizia italiana, ha dichiarato Bruno Pesce coordinatore dell’Associazione Familiari e vittime di amianto, non si può accettare la prescrizione di un reato che ancora oggi miete una vittima a settimana.

I pm Guariniello e Colace sono dell’opinione che l’imprenditore non fece nulla per modificare le emissioni nocive di polvere d’amianto nella fabbrica, portando avanti una politica aziendale che fu responsabile della sovraesposizione dei lavoratori e dei cittadini; al solo scopo di lucrare. Con l’aggravante di una ben orchestrata e sistematica campagna di disinformazione.
La difesa punta sul fatto che i fatti sono gli stessi del processo precedente, e pertanto non ammissibili; e che l’accusa di omicidio volontario emessa dalla Procura di Torino, è una forzatura. Resta da vedere se almeno in questo caso la verità dei fatti (le morti che continuano a mantenersi costanti a distanza di anni) coinciderà con quella giudiziaria.

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