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Siria, verso il compattamento delle forze ribelli sunnite

maggio 12, 2015 • Medio Oriente, Medioriente

 

jihad-isis-soldati

Redazione

Arabia Saudita e Turchia si stanno accordando per dare comune sostegno ai ribelli siriani che combattono contro il presidente Assad. Secondo l’Agenzia France Press i Sauditi vogliono compattare sotto un unico comando la maggior parte delle fazioni ribelli siriane e a tal scopo hanno organizzato un summit per metà giugno. Nel frattempo i ministri degli esteri di Turchia e Qatar si incontreranno per discutere della stessa questione.

Turchia e Qatar sono allineati da tempo su posizioni comuni, per l’Arabia Saudita la ricerca di un coordinamento con i paesi della regione appartenenti all’area dei Fratelli Musulmani è una novità, voluta dal nuovo re Salman, salito al trono a fine gennaio. Per operare in Siria i Sauditi hanno bisogno dell’appoggio della Turchia, perchè confina con la Siria. Dal canto suo la Turchia sa di non poter intervenire in Siria senza il benestare dell’Arabia Saudita, anche perché molte fazioni combattenti in Siria sono finanziate dal denaro saudita. Questa reciproca dipendenza non appiana però le divergenze di fondo tra Turchia e Arabia Saudita.

In Siria prima o poi la Turchia doveva assumere un ruolo militare più attivo, e pare che cominci a farlo. Ankara inizia ora a dire che è necessario creare “zone sicure” nel nord della Siria, ma per farlo occorre inviare uomini e mezzi. La Turchia è l’unica potenza regionale in condizione di far entrare uomini e mezzi in Siria. Per il supporto dal cielo la Turchia potrebbe cooperare con l’aeronautica di Arabia Saudita, Paesi del Golfo e Giordania, paese già molto coinvolto nel conflitto siriano.

Un elemento che ha favorito la collaborazione tra Arabia e Turchia è la comune frustrazione per il rifiuto degli USA a intervenire in maniera decisiva in Siria. L’ America oggi ritiene che spetti ai paesi della regione guidare e coordinare le azioni contro Assad.

Alla luce delle vittorie già riportate dai ribelli nella provincia settentrionale di Idlib, è probabile che l’aiuto di Turchia, Arabia Saudita e Qatar permetterà di rovesciare davvero il governo di Assad. Ma che cosa accadrà dopo? Nel summit arabo di giugno organizzato dai Sauditi si discuterà anche di questo.

Pare che a convincere l’Arabia Saudita ad attenuare l’opposizione ai Fratelli Musulmani per poter collaborare con i Turchi sia stato il Qatar. Al momento i Sauditi preferiscono dare priorità alla lotta contro Teheran e ai suoi alleati, ma questo non significa che siano diventati sostenitori dei Fratelli Musulmani, perché i loro fondamenti religiosi e politici sono agli antipodi. Le divergenze saranno importanti quando si tratterà di pensare al futuro governo siriano, che Turchia e Qatar vorrebbero fosse affidato ai Fratelli Musulmani, i quali sono islamisti in quanto ritengono che la sharia debba essere la base costituzionale dello stato, però credono che il potere debba essere gestito dal popolo, non da una dinastia o da una teocrazia non eletta dal popolo. La maggior parte dei ribelli siriani invece fa parte di correnti salafite-jihadiste di vario genere, che non accettano che l’elezione popolare sia la base della legittimità. Sarà ben difficile far loro accettare di condividere il potere con altri gruppi sulla base dei risultati di elezioni popolari. Le forze jihadiste sfrutteranno queste divisioni, alimentando il caos.

Per Arabia Saudita e Turchia la guerra in Siria è anche una guerra per procura con l’Iran, rivale pericoloso per entrambi i Paesi. Per Teheran sarebbe inaccettabile perdere la Siria, dove al Assad è un loro alleato, così come lo sono gli Hezbollah nel vicino Libano. Perciò l’Iran non resterà certo con le mani in mano a vedere rovesciare Assad da fazioni legate alla Turchia e ai Sauditi. Ecco un altro argomento di discussione del prossimo summit di giugno: valutare quali potrebbero essere le reazioni di Teheran, e prevedere come limitarne i danni.

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