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Medico – paziente: un rapporto sbilanciato

maggio 12, 2015 • Bioetica, z in evidenza

 

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di Maria Teresa Busca

La scienza, la mentalità degli uomini, l’atteggiamento verso il proprio corpo sono in continua evoluzione, il cittadino malato oggi avverte maggiormente l’esigenza di un atteggiamento di riguardo da parte del medico. Il rapporto medico-paziente è il fil rouge che collega medicina, etica, bioetica, ricerca scientifica, giurisprudenza, sociologia e psicologia. È difficile muoversi in questo ambito, ogni medico ha un suo stile, ma deve imparare a riconoscere anche quello del paziente e rispettarlo.
Nella vita di tutti i giorni i medici si lamentano di scarsità di strutture, di troppi pazienti, di orari, di turni, faticano a rimanere aggiornati, hanno preoccupazioni di carriera, infine possono sbagliare od ottenere eccellenti risultati. Come qualunque altro professionista.
Ma un particolare carisma non abbandona questa figura e il paziente, spesso, si aspetta qualcosa in più quando va da un medico, rispetto a quando va da un avvocato, che pure può avere grandi responsabilità nella vita di una persona.
Allora questo rapporto, che non si sa bene perché non si possa chiamare paziente-medico, deve essere reso paritario da un comune sforzo educativo, in cui il medico dovrà imparare a riconoscere nel paziente una persona con un progetto di vita che va rispettato e coadiuvato nella realizzazione, mentre il paziente pur seguendo prescrizioni e suggerimenti dovrà imparare ad avere coscienza di sé e del risultato che intende ottenere dal terapeuta. Nulla di semplice o di facile accade in questo ambito, ma è necessario procedere.

La Costituzione italiana all’articolo 13 recita: “La libertà personale è inviolabile.” E all’articolo 32: “La repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”
Sulla base di queste dichiarazioni la Corte Costituzionale nel 1996, con una sentenza, ha escluso che una persona, in assenza di una norma che lo imponga, possa essere costretta a subire un trattamento sanitario non voluto. Nel 2008 è nuovamente intervenuta in maniera argomentata sul problema del consenso informato definendolo “espressione della consapevole adesione al trattamento sanitario proposto dal medico” che “si configura quale vero e proprio diritto della persona”.
Dunque il consenso informato è un principio fondamentale in materia di salute. Ne consegue che la necessità di ottenere un consenso da una persona adeguatamente e completamente informata prima di avviare un’analisi clinica o una cura, medica o chirurgica, è un diritto attribuito al cittadino paziente su una base di rilevanza costituzionale, la stessa che concede il diritto di rifiutare le cure, anche quando questa scelta esponga al rischio della propria esistenza.

Nel tempo si sono susseguite varie modalità di rapporto che oggi tendono a permanere e coesistere, nonostante sia ormai necessario il consenso informato. La più antica e resistente modalità è la scelta professionale o paternalistica: quando il medico, da solo o insieme ad altri professionisti sanitari, prende la decisione su quale trattamento sia nel miglior interesse del paziente, e il paziente acconsente. Il compito del medico è quello di agire nel miglior interesse del paziente. Le regole consuetudinarie nella professione stabiliscono la quantità e il tipo di informazione da rivelare. Ma se si prende sul serio l’autonomia è opportuno ricordare che una persona dà un consenso informato a un intervento se (e forse solo se) riceve un’informazione completa, comprende l’informazione, agisce volontariamente, acconsente all’intervento. Le pre-condizioni sono la capacità di capire e la volontà di decidere; l’informazione deve essere chiara, pertinente e favorire la decisione del paziente. È opportuno ricordare che il consenso informato non è mai un evento ma è sempre un processo in cui interagiscono varie componenti quali la volontà di decidere, la comprensione delle informazioni ricevute e l’autorizzazione a eseguire il piano prescelto.

Senza voler indulgere alla retorica bisogna spendere una parola sul dialogo paziente-medico. Ancora una volta è opportuno sottolineare la convenienza di mettere il paziente al primo posto, in quanto è la persona in quel momento in difficoltà, in una posizione di debolezza, sovente anche psicologicamente provato. Il timore che la salute stia vacillando e che si prospetti un periodo di prova doloroso e faticoso, la paura di non risolvere adeguatamente il problema richiede per il paziente un interlocutore chiaro nelle spiegazioni e gentile nei modi.

La comunicazione tra il medico e il paziente rimane comunque una comunicazione sbilanciata, perché in questo specifico contesto le persone che parlano tra di loro non sono nelle medesime condizioni. Un primo indice riguarda la conoscenza completa della situazione. La parte che sa di meno, il paziente, è la parte più debole. Il tempo che accorda la parte che sa di più, il medico, può apparire una concessione o una negazione. L’ambiente in cui si svolge la relazione, lo spazio, è di solito familiare al medico ed estraneo al paziente e infine il linguaggio che è abituale per il medico e, quasi sempre, inusuale per il paziente. Questi elementi giocano contro il cittadino paziente che si trova in quella situazione per un motivo personale per lui di rilievo determinante. La comunicazione è un processo tra l’emittente e il ricevente che se non entrano in relazione e non scambiano i ruoli, quando il ricevente diventerà a sua volta l’emittente, non può avere efficacia o averne molto poca. Sapere informare è l’inizio della terapia.

Il rispetto del paziente, del suo progetto di vita, delle sue opinioni, delle sue debolezze è tra le prime prestazioni che il medico deve mettere in atto. Il pacchetto assistenziale manca troppo sovente di queste caratteristiche. Sicuramente il sistema ospedaliero dovrà rivedere la sua impostazione ma ci vuole l’impegno personale, l’empatia, e anche la coscienza di fare una cosa che da sempre è richiesta in questo rapporto, se si pensa che già nel VI secolo a.c. il poeta Mimnermo scriveva: “la parola è medicina alle malattie degli uomini”.

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