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Genocidio degli armeni e negazionismo, una questione aperta. Parte seconda

maggio 11, 2015 • L'eco della memoria

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di Claudio Vercelli

Dunque fu un genocidio, quello che si consumò ai danni della comunità nazionale armena. E lo fu non solo per la modalità sistematica e l’intenzionalità politica che lo sorresse bensì per l’evoluzione di quei fatti che portarono, nel corso del tempo, a una tale soluzione tanto drastica quanto, nelle intenzioni dei suoi esecutori, definitiva. La ricostruzione delle premesse storiche e politiche, quindi, è fondamentale. Poiché alla sua origine c’è la definizione di una ‘questione armena’, che parrebbe, agli occhi nostri, quanto meno per alcuni aspetti, anticipare la ancora più sinistra ‘questione ebraica’. Quest’ultima, alcuni decenni dopo, sarebbe divenuta il paradigma genocidiario per eccellenza. Con alcuni antecedenti, che trovano in ciò di cui stiamo facendo oggetto di ragionamento, un ancoraggio significativo.
Facciamo quindi, per meglio intendere il senso del determinarsi dell’azione di genocidio contro la comunità armena, un passo indietro e addentriamoci nel ginepraio che la vede, per più aspetti suo malgrado, protagonista di una tragica partitura che per essere realizzata chiederà una quarantina d’anni. Con la seconda metà dell’Ottocento, dinanzi ai mutamenti sempre più repentini che si accompagnano, come inesorabili effetti, ai processi di modernizzazione che avevano investito l’Europa, dopo le stagioni delle rivoluzioni borghesi e di quella industriale, anche per i sistemi imperiali vigenti tra il Continente e l’Asia si fecero urgenti scelte riformistiche. Da una parte sussistevano resistenze corpose, legate all’indisponibilità, da parte dei poteri costituiti, di procedere ad una revisione degli assetti dati. Il declino dell’Impero ottomano era, tuttavia, un fatto conclamato, sotto gli occhi dei tanti. Datava già ad almeno due secoli prima, traducendosi tuttavia, adesso, in un vero e proprio percorso di restringimento territoriale che, dalla posizione dominante in tutto il Mediterraneo meridionale e orientale, con il succedersi delle erosioni, si stava trasformando in un’implosione progressiva dell’intero sistema politico ed amministrativo nonché della stessa sovranità imperiale.

A questo andamento regressivo, visto con crescente preoccupazione dal Sultanato, l’istituzione politica che reggeva le sorti delle comunità imperiali, ma anche da una parte cospicua delle élite turche, si contrapponeva tentativi di recepimento delle istanze di trasformazione. Erano però timidi, scoordinati e velleitari esercizi, dinanzi alla sfida delle circostanze. Le quali dicevano inequivocabilmente una cosa tanto chiara quanto problematica: il sistema imperiale, che per almeno cinquecento anni aveva dominato le sorti di buona parte del Mediterraneo, era nel medesimo tempo sfiancato e anacronistico. Coesistevano quindi, ad atteggiamenti innovativi, volti a cogliere le opportunità comunque offerte dai nuovi scenari innescati dal rimescolamento di carte in corso in Europa e dall’espandersi del sistema di produzione industriale, come del circuito dei nuovi consumi e dei commerci, condotte invece conservatrici. Di fatto, il campo di tensione tra queste due tendenze contrapposte era destinato a non produrre altro che non fossero le ragioni stesse della crisi che di lì a non molto avrebbe colpito l’intero Impero, decretandone infine la morte. Un Impero che, attraverso il sistema delle Millet, l’istituto giuridico che sanciva la sussistenza di un sistema di diritti e di prerogative attribuite alla confessioni religiose minoritarie, in particolare a quelle cristiane e all’ebraica, ne tutelava, al medesimo tempo, la condizione peculiare ma anche la subordinazione al centro ottomano.

La giurisdizione autonoma vigeva nell’ambito dello “statuto personale”, in particolare per ciò che concerneva il diritto di famiglia e delle successioni, mentre a determinate autorità religiose, ufficialmente riconosciute, come il rabbinato di Costantinopoli o i patriarcati cristiani, erano attribuite singole potestà normative, giurisdizionali, non meno che funzioni di rappresentanza ufficiale e di mediazione politica nell’esercizio della tutela degli interessi delle comunità di cui erano un organismo di vertice. A stretto giro le Millet erano il prodotto dell’evoluzione del sistema della Dhimma, altro istituto giuridico che, nel sancire la subordinazione dei non musulmani ai seguaci di Maometto, tuttavia tutelava la condizione dei culti monoteisti entro limiti legalmente stabili e, in genere, abitualmente rispettati. Peraltro, al di là del complesso apparato amministrativo e delle trasformazioni che conobbe il Sultanato, l’organismo di vertice con tutte le sue diramazioni territoriali, va ricordato che l’Impero ottomano fu uno delle più ampie e durature organizzazioni politiche della storia. Senz’altro di quella moderna. Infatti, durante il XVI e il XVII secolo, al suo apogeo, sotto il regno di Solimano il Magnifico (1494-1566), costituiva una potente organizzazione statale, per molti aspetti in grado di competere con gli interessi degli Stati di matrice cristiana, e di metterne in discussione gli interessi. Era di fatto un impero multinazionale e plurilingue, che si estendeva dai confini meridionali di quello che era stato il Sacro Romano Impero alle periferie di Vienna e della Polonia a nord come fino allo Yemen e l’Eritrea a sud; dall’Algeria a ovest fino all’Azerbaigian a est, controllando gran parte dei Balcani, del Vicino Oriente e dell’Africa settentrionale.

Con l’Ottocento, come già si diceva, questo mosaico di terre, culture, storie e popoli stava andando frantumandosi. Così nella storia trascorsa, nelle epoche medievale e moderna. I fragili, pallidi ed incerti tentativi riformisti, subentrati in età contemporanea, ne accelerarono tuttavia la decomposizione. Poiché la somma tra aspettative disattese, delusioni montanti e ricadute nell’impotenza da parte del centro ottomano si rivelò ben presto fatale. I numerosi rivolgimenti politici interni, i fermenti nelle periferie dell’Impero, a partire dalle regioni europee, il diffondersi del nazionalismo e di modelli di autodeterminazioni basati sul calco socialista, spingevano infatti in senso centrifugo le richieste di autonomia che, sempre più spesso, provenivano dalle diverse componenti imperiali. La comunità nazionale armena, presente prevalentemente nella Cilicia e in sei distretti meridionali dell’Anatolia, quest’ultima regione geografica e storica intesa come il cuore pulsante dell’Impero, già da tempo andava misurando, a sua volta, una crescente conflittualità con la comunità curda. In realtà, durante la seconda metà del XIX secolo, nella società armena andarono delineandosi due indirizzi, non necessariamente coincidenti: da una parte la grande maggioranza degli armeni, le cui élite non erano estranee ai meccanismi del potere centrale, chiedeva, in un quadro di potenziali riforme, un migliore riconoscimento e una maggiore tutela dei propri interessi, denunciando la competizione territoriale con la minoranza curda per il controllo delle stesse porzioni di territorio e di risorse. Dall’altra parte, avanzava un nazionalismo che trovava nei fermenti in corso nei Balcani una sorta di modello di riferimento, e che iniziò a tematizzare per contro proprio la specificità di una ‘questione armena’ che avrebbe trovato soluzione definitiva, secondo tale dottrina, solo con la creazione di una patria indipendente.

Saranno proprio i componenti di questi gruppi, i partiti e le fazioni sostenitrici del nazionalismo armeno più acceso, presenti nella totalità dei casi nell’area europea del decadente Impero, a concorrere all’accelerazione della crisi già in atto. È infatti dopo la guerra russo-turca del 1877 – quando gli ottomani, usciti da essa vinti, si vedono imporre, con il Trattato di pace di Santo Stefano, la presenza russa nell’Anatolia orientale, nel nome dell’applicazione effettiva delle riforme promesse agli armeni – che si registra una radicalizzazione del confronto. Fino ad allora le potenze occidentali avevano esercitato un potere di influenza sull’Impero attraverso il sistema della Capitolazioni. Le quali erano dei contratti stipulati da Costantinopoli con gli Stati coloniali europei che, nel nome della curatela degli interessi delle minoranze autoctone non musulmane, esercitavano un diritto di ingerenza negli affari interni imperiali. Il sultanato accettava tale stato di cose nella consapevolezza che il mantenimento dei precari equilibri tra le diverse componenti del mosaico interculturale implicava comunque il sopportare uno stato di cose non necessariamente sempre a sé favorevole, dovendo così subire alcune amputazioni giurisdizionali, tuttavia ritenute, entro certi limiti, accettabili. Di fatto i governanti ottomani accordavano diritti e privilegi agli Stati cristiani in favore dei sudditi di questi ultimi, presenti a diverso titolo sul territorio ottomano, come una sorta di estensione dei diritti e privilegi di cui quelle stesse potenze europee avevano goduto all’epoca dell’Impero bizantino, poi conquistato dagli ottomani medesimi. Lo scenario che andò determinandosi con la fine degli anni Settanta del XIX secolo era però sempre più spesso esacerbato dalle nuove configurazioni geopolitiche mediterranee e dagli appetiti europei verso un Impero che veniva visto come il ‘grande malato’. Al quale dare risposte che, fingendosi cure più o meno misericordiose per i suoi tanti mali, rivelavano invece la loro natura politicamente aggressiva. L’ingresso della Russia zarista nell’orbita ottomana, infatti, innescò un lungo periodo, destinato a durare più di quarant’anni, di perturbazioni, che si sarebbero ultimate solo con la sanzione della nascita della Repubblica di Turchia, il soggetto politico che a tutt’oggi regge le sorti di quella parte del pianeta, e con l’assestamento dell’Unione Sovietica.

Nel processo di prolungato e doloroso mutamento entravano in gioco due fattori fondamentali: la penetrazione nelle terre ottomane per costruire, a proprio vantaggio, aree di influenza economica e l’ombra delle competizioni geopolitiche, in particolare tra la Gran Bretagna e l’Impero russo. La cosiddetta questione armena fa quindi ingresso nel novero delle tensioni aperte tra questi ed altri protagonisti della scena internazionale. Da fatto ancora interno alle dinamiche nazionali delle componenti imperiali diventa un grimaldello con il quale rompere i precari equilibri. Ne è lo strumento, soprattutto laddove Londra teme le mire zariste nel Mediterraneo, opinando sul fatto che l’accesso russo nei territori slavi dell’Impero, come in Anatolia orientale, possa preludere ad una politica di veti nei riguardi degli interessi coloniali inglesi in India. Si tratta di un quadro geopolitico che sfocia ben presto in tensioni variamente articolate ma che hanno in comune il fatto che gli armeni diventano una sorta di pedina da utilizzare nello scambio di colpi tra i protagonisti maggiori. In una prima fase la questione si svolge sul piano diplomatico. La conclamata, evidente consunzione dell’Impero ottomano, agli occhi delle potenze europee, che nel mentre si stanno prodigando nel banchetto della spartizione coloniale dell’Africa, dovrebbe risolversi prevalentemente attraverso la negoziazione.

Si susseguono, quindi, trattative a accordi, come la convenzione riservata tra Londra e Costantinopoli, sottoscritta a Cipro nel 1878, o il ben più conosciuto trattato di Berlino, dello stesso anno, che rettifica le vantaggiose condizioni riconosciute a San Pietroburgo con la pace di Santo Stefano, firmata il 3 marzo dello stesso anno. Se in quest’ultimo caso la Russia si era vista riconoscere la cessione di una parte consistente dei territori ottomani nel continente europeo (fatto che determinò l’indipendenza del Montenegro, della Serbia, della Romania nonché l’autonomia della Bulgaria, che divenne un protettorato russo, configurando alcuni degli assetti politici a tutt’oggi vigenti in quell’area) l’accordo sottoscritto, obtorto collo, nel luglio del 1878 provvedeva alla riduzione territoriale e alla divisione della neonata Bulgaria, che altrimenti sarebbe divenuta semplicemente una grande estensione della stessa Russia, e l’attribuzione all’amministrazione austro-ungarica della Bosnia, già provincia ottomana. Alla Russia, invece, veniva confermato il controllo della Bessarabia meridionale. Le altre neonate comunità politiche già esistenti venivano quindi garantite nella loro esistenza.

Dalla trasformazione in atto la comunità armena, a conti fatti, non traeva alcun beneficio concreto. Semmai si avviava un percorso la cui natura implicava l’allontanamento degli armeni dai centri decisionali ottomani, l’accentuarsi di una diffidenza da parte di questi ultimi nei confronti dei primi, il susseguirsi di improbabili rassicurazioni, da parte delle potenze europee, sul destino – e prima ancora sulla protezione – della popolazione locale e così via. Tale era, ad esempio, l’atteggiamento assunto dai russi, i quali andavano promettendo agli armeni il proprio ruolo di garanti e di arbitri, come già era stato per la Bulgaria e la Bosnia. Nulla di più falso poiché per San Pietroburgo era invece fondamentale l’indebolimento dell’Impero ottomano alimentandone i molteplici conflitti interni. Mentre la paventata ipotesi di uno Stato armeno indipendente, magari come cuscinetto ai confini tra i due giganti, era nei fatti improponibile. Allo stesso tempo chi, come Londra, si ergeva a paladino dell’integrità di Costantinopoli, pensando con preoccupazione alle influenze e alle interferenze a venire sulle rotte tra l’India e l’Impero britannico per parte di un ‘orso russo’ dipinto come insaziabile, esercitava a sua volta qualcosa di non troppo dissimile, nei suoi effetti, dalle mire espansioniste provenienti dall’Est. Poiché, in questo secondo caso, la tutela delle altrui frontiere si traduceva in una sorta di pesante coperchio messo sulle istanze autonomiste, che andavano invece vivacizzandosi dentro i confini imperiali. Più in generale, gli appetiti, le incursioni politiche, le pretese e le attese europee divennero il leitmotiv dell’atteggiamento di crescente avversione degli ottomani verso la minoranza armena, accusata di avvalersi della curatela straniera per minacciare il cuore stesso dello Stato.

A partire dagli anni settanta del XIX secolo, con la propaganda portata avanti da Abdul Hamid II (tra il 1876 e il 1908), trentaquattresimo ed terzultimo sultano e poi ripresa dal movimento dei ‘giovani turchi’ (tra il 1908 e il 1918), il sospetto sistematico contro il gruppo nazionale diventerà una costante della politica interna. Non di meno, l’Europa, ed in particolare la Francia e la Gran Bretagna, istituiranno un monitoraggio della situazione armena, documentando i primi massacri (con report conosciuti come ‘libro blu’ e ‘libro giallo’), già consumatisi alla fine dell’Ottocento, tra il 1894 e il 1896, senza però fare nulla di concreto per fermare le violenze in atto. Nell’uno caso, dalla parte dei carnefici, e nell’altro, con gli spettatori internazionali, la cosiddetta questione armena prende sì corpo ma essenzialmente come materia di opposte propagande. Un fatto, quest’ultimo, che riduce le istanze e le esigenze della minoranza a materia di contrapposizione e non di negoziazione e soluzione consensuale.

PARTE II /continua

Altre fonti: moked.it

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