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L’ombra scura della morte sul volto di un bambino

maggio 11, 2015 • Agorà, z in evidenza

 

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Foto di Sebastiano Nino Fezza

 

di Seila Bernacchi

Sul molo di Lampedusa sono sbarcati ieri circa 150 migranti. Erano tutti giovani ragazzi, probabilmente eritrei, non dovevano arrivare a 20 anni. Scendevano da una delle motovedette della Guardia Costiera e venivano accompagnati da volontari della Misericordia sul pullman che li avrebbe portati al Centro d’Accoglienza di Contrada Imbriacola. Abbiamo visto partire l’autobus per 3 volte in 20 minuti. Erano ragazzi magri, l’andatura un po’ incerta, qualcuno salendo sul pullman faceva ‘ciao’ con la mano, veniva spontaneo ricambiare pur sapendo che erano destinati ad un centro d’accoglienza che è in realtà un luogo di detenzione e che al momento è sovraffollato rispetto alle persone che potrebbe ospitare. Sapendo che saranno rinchiusi in recinti lontani dagli occhi in attesa che una burocrazia lentissima possa procedere a sbrigare le pratiche di identificazione e di riconoscimento dello status di rifugiato. C’era qualche giornalista a riprendere lo sbarco e a preparare il ‘pezzo’ di una giornata tipo di questi tempi a Lampedusa.

In questi giorni  nuovi sbarchi sul Porto Nuovo mentre a Porto Vecchio diverse decine di migranti venivano imbarcati sul traghetto di Linea della Siremar, scortati dalle forze dell’ordine e dall’esercito, destinazione Porto Empedocle e poi nuovi smistamenti nei CDA della Sicilia e di altre zone d’Italia. Non possiamo accoglierli tutti, bisogna bloccare la criminalità dei trafficanti di carne umana, affondare i barconi, dobbiamo trovare un modo per non farli partire, nella migliore delle ipotesi corridoi umanitari in prossimità dei Paesi da cui fuggono, pianificare una politica di regolamentazione dei flussi. Tutto ragionevole – certo bisogna poi vedere che vuol dire “non farli arrivare” – siamo sul piano, come già qualcuno ha detto, del realismo politico. Siamo anche sul piano della ricerca elettorale. Su questi vivi e su tutti i morti che non ce l’hanno fatta – ancora decine nel canale di Sicilia solo negli ultimi due giorni– si giocano la conquista del consenso, il mantenimento del potere.

La questione dei migranti è sempre e solo una questione sconveniente, da maneggiare con cura alla prudenza o da sbraitare per alimentare una popolazione già sufficientemente ignorante e razzista. I politici nostrani – così come gli europei – hanno linguaggi in cui la diversità semantica tradisce la medesima sostanza, è inopportuno usare la parola “accoglienza” e tradurla in azione. La prima domanda che si fa è “come facciamo NOI?” saltando in un colpo solo la prima reazione empatica che dovrebbe esserci sapendo, guardando e ascoltando LORO. Ad oggi sembrano essere 85.000 i migranti presenti nei centri governativi e nei sistemi di accoglienza dei richiedenti asilo (SPRAR), 13.000 sono minori. La maggior parte di questi sono in Sicilia (21%), al nord la presa in carico di queste persone è assai sotto il 10% dei richiedenti. Gli enti locali si rifiutano di accogliere le persone e i prefetti stanno pensando di requisire immobili da destinare alla ricezione di un sempre maggior numero di migranti in arrivo. Non ci sono né politiche né convergenze strutturali tra il Viminale e gli enti locali. Realismo politico ancora una volta, paura che esplodano reazioni xenofobe viste le campagne che additano questi rifugiati come delinquenti, ladri del lavoro che dovrebbe essere garantito prima agli italiani, portatori del terrorismo dell’Is, qua e là piccole eccezioni di chi pensa a un ‘noi’ che non distingua per provenienza o etnia ma per bisogno.
Ma per lo più ci si accorge che le parole usate sono espressione di un sentimento posteriore all’umanità. Sfilando davanti a noi ieri ci guardavano dal finestrino quei ragazzini, qualcuno – pochi – sorrideva facendo il segno di ‘vittoria’ con le dita. Abbiamo guardato quei volti infantili che sorridevano, volti che tenevano stampata un’oscurità sul viso che non era quella del colore della pelle ma quella di ciò che avevano vissuto, visto, temuto, l’ombra scura della morte che diventa il prezzo da pagare per riconquistare una vita. Le parole sono insufficienti, c’è sempre una cifra retorica che si pone in agguato della verità. Però è difficile non dirle queste parole. E’ difficile vedere a due metri di distanza queste persone e con loro la traversata disumana che è loro toccata e pensare alle parole di Salvini, alle (non) politiche europee che traducono la migrazione in scomodità. Poco più in là a Cala Guitgia bagnanti prendevano il sole e si immergevano nell’acqua a godere la bella stagione. Era spontaneo pensare a come quell’acqua fosse – nello stesso posto e nello stesso momento – elemento di godimento per noi e scampato pericolo di morte per quelli di loro che l’hanno scampato. E’ un acqua che divide la possibilità di sapersi egualmente titolari del diritto alla felicità, così come quel finestrino era l’elemento materiale, tangibile, trasparente e sporco che riproponeva un ‘noi e un ‘loro’ senza che si potesse pensare di infrangerlo e rilivellare le possibilità.
Il 9 e 10 maggio la Regione Sicilia ha deciso di celebrare la Festa dell’Europa a Lampedusa. Un’isola si sbraccerà a festeggiare un’Europa che non la vede. La stessa stridente contraddizione tra bagnanti e naufraghi, tra paramenti e stracci, tra comizi xenofobi e lavoro silenzioso di salvataggio. Tempi e spazi che si vorrebbero non confondere e che continueranno a mostrare adiacenze d’uomini. Ci sono anche se non si vogliono vedere, rimangono anche se li si è visti allontanarsi. E’ solo un finestrino sporco a dividere ‘noi’ e ‘loro’.

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