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La nuova coalizione jihadista in Siria

maggio 10, 2015 • Medio Oriente, z in evidenza

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Redazione

In Siria diversi gruppi ribelli hanno unificato la direzione delle proprie unità operative per sconfiggere Assad. Arabia Saudita, Giordania e Stati Uniti tentarono l’unificazione delle forze ribelli già nel febbraio 2014, quando 58 unità dell’Esercito Libero Siriano costituirono il Fronte Meridionale, che opera nelle provincia di Quneitra e a Daraa, coordina le operazioni dei ribelli sul campo e raccoglie e gestisce gli aiuti dall’estero tramite un unico centro in Giordania.

Ora Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Stati Uniti cercano di creare un coordinamento analogo fra gruppi ribelli anche al nord, escludendone l’ISIS. La composizione delle forze ribelli nel nord, tuttavia, differisce da quella delle forze nel sud in quanto dominata da islamisti e jihadisti, tra cui Ahrar al-Sham e Jabhat al-Nusra. Per la natura stessa di queste forze, gli sforzi di unificazione sono più difficili: già in passato i tentativi americani e sauditi di far collaborare unità di ribelli laici e di islamisti fallirono, perché Jabhat al-Nusra attaccò i laici e li mise in rotta.

I sostenitori esteri sperano che l’Esercito Libero Siriano si rafforzi sul campo a scapito dei gruppi estremisti, erodendo così la forza di Jabhat al-Nusra, legata ad al-Qaeda.  I Sauditi ritengono possibile “moderare” al-Nusra attraverso il suo alleato più stretto, Ahrar al-Sham, gruppo islamista che si oppone all’instaurazione di un sistema democratico in Siria! L’ISIS rimane fuori della coalizione, ma non ne intralcia affatto l’operato.

È evidente l’estrema pericolosità dell’operazione in corso.  Forse la collaborazione funzionerà per far cadere il comune nemico, Assad, ma che accadrà quando Assad sarà stato sconfitto? Ci sarà un’ulteriore guerra civile fra i gruppi ora alleati? O per iniziativa della Turchia o dell’Iran si identificherà un altro nemico comune nella regione, contro il quale compattare l’ira dei combattenti, che potrebbe essere Israele?  Una cosa è certa: gli interessi di Turchia, Iran e Arabia Saudita riguardo alla Siria e all’Iraq non sono convergenti. 

La Turchia e l’Iran ricercano entrambi l’egemonia sulla Mesopotamia, dunque sono rivali.  L’Arabia Saudita vuole che le regione si sottragga all’egemonia dell’Iran, paese che per i Sauditi rappresenta il nemico più pericoloso, ma non intende neppure favorire l’egemonia della Turchia, paese forte e ricco, il cui tipo di ideologia islamista non riconosce alcuna legittimità al sistema monarchico, dunque mette in discussione il potere dinastico dei Sauditi.

In Siria è ormai realistico prevedere che prevalgano i ribelli: Assad resiste ancora accanitamente, ma con difficoltà crescenti, perdendo costantemente terreno. I ribelli hanno armi ed equipaggiamento pesante, alla pari con l’esercito. Tutti gli stati sunniti della regione sostengono ormai l’una o l’altra formazione ribelle, e i loro aiuti arrivano ai ribelli tramite la Turchia, che in questa guerra ha un ruolo logistico chiave. In un certo senso la vittoria dei ribelli sarebbe la vittoria della Turchia su Assad, tramite terzi.


Ma che cosa potrebbe avvenire dopo la sconfitta di Assad? L’instaurarsi di uno o più governi islamisti sunniti in Siria e in Iraq sarebbe un salto nel buio per la regione, inclusa la Turchia. Non è affatto certo che la Turchia potrebbe davvero controllare gli islamisti in Siria, e la componente laica ed europeizzata della Turchia potrebbe considerare intollerabile l’ulteriore islamizzazione politica della regione, con gravi conseguenze per la coesione interna della società turca. Il comportamento della componente laica della società turca, la cui voce è per ora soffocata, potrebbe essere cruciale negli avvenimenti futuri.

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