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1 maggio e disoccupazione

maggio 1, 2015 • Lavoro, z in evidenza

 

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Redazione

Nel 1889 la Seconda Internazionale dei Lavoratori decise che il Primo Maggio sarebbe stata la data nella quale i lavoratori di tutto il mondo avrebbero protestato per le condizioni di lavoro inique.
Da quel momento il Primo Maggio è diventato un appuntamento internazionale per ricordare ai Governi la priorità del Lavoro.
Mussolini abrogò questa ricorrenza ed è per questo che il Primo Maggio in Italia assunse il significato della opposizione antifascista dei lavoratori. Ricordiamo a tal proposito la strage di Portella della Ginestra. Oggi più semplicemente sono state svuotate leggi che riguardavano la tutela e la creazione di lavoro, in base al mandato imperativo dei governi europei di svuotare le Costituzioni degli Stati, ritenute un ostacolo all’applicazione della visione liberista del lavoro e dell’economia, è evidente la correlazione con quanto sta avvenendo in Italia con l’Italicum e precedentemente con il Giob acts.  Ma ragioniamo con qualche dato:
Secondo i dati Istat, la disoccupazione continua a salire, a marzo al 13%. Poletti, dati Istat vanno letti in un quadro complessivo.
Continua a crescere la disoccupazione in Italia. A marzo il tasso di disoccupazione, secondo le stime provvisorie dell’Istat, è salito al 13% dal 12,7% di febbraio.
Su base mensile la crescita è stata di 0,2 punti percentuali, mentre su base annua si è registrato un incremento di 0,5 punti percentuali. Inoltre, il numero dei disoccupati è salito a quota 3 milioni 302mila.

Nel dettaglio, i disoccupati aumentano su base mensile dell’1,6% (+52 mila). Nei dodici mesi il numero di disoccupati è cresciuto del 4,4% (+138 mila) e il tasso di disoccupazione di 0,5 punti.

Il numero di individui inattivi tra i 15 e i 64 anni mostra un lieve calo nell’ultimo mese (-0,1%), rimanendo su valori prossimi a quelli dei tre mesi precedenti. Il tasso di inattività si mantiene stabile al 36%. Su base annua gli inattivi diminuiscono dell’1% (-140 mila) e il tasso di inattività di 0,2 punti.
Infine, rispetto ai tre mesi precedenti, nel periodo gennaio-marzo 2015 risultano in calo sia il tasso di occupazione (-0,1 punti percentuali) sia il tasso di disoccupazione (-0,2 punti), a fronte di una crescita del tasso di inattività (+0,2 punti).

Il problema dei licenziamenti e disoccupazione riguarda in particolare le donne.
Abbandonare il lavoro è sempre meno una scelta personale: aumentano, infatti, le donne che sono state licenziate (dal 16% del 2005 al 27,2% del 2012)”. A sostenerlo l’Istat davanti alla commissione Lavoro del Senato in un’audizione sui decreti delegati sul Jobs act.

Negli ultimi anni è aumentato il numero delle donne che, rimaste incinta, perdono o lasciano il lavoro: le occupate che in corrispondenza di una gravidanza hanno lasciato o perso il proprio lavoro passano dal 18,4% del 2005 al 22,3% del 2012.

La perdita dell’occupazione per la nascita di un figlio è più marcata nelle aree del Mezzogiorno (29,8% nel 2012) dove i livelli occupazionali sono già molto bassi, per le giovani (46,5% con meno 24 anni e 32,2% tra 25-29 anni), con basso livello di istruzione (30,8%), che lavorano alle dipendenze nel settore privato (24,6%), le straniere (36,6%).

Per le neomadri che continuano a lavorare, prosegue l’Istat, crescono le difficoltà di conciliazione (dal 38,6% del 2005 al 42,7% del 2012). Le ragioni principali sono l’orario di lavoro troppo lungo, la presenza di turni o orari disagiati e la rigidità dell’orario.

Oltre che in corrispondenza della maternità, spiega l’Istituto, “le difficoltà che le donne sperimentano nel corso della loro vita si sostanziano anche in una serie di rinunce o di svantaggi sul piano lavorativo molto più diffusi che tra gli uomini (44,1% contro 19,9% degli uomini nel 2011). Si tratta soprattutto di donne che nel corso della loro vita a causa di impegni e responsabilità familiari, per una gravidanza o semplicemente perché i propri familiari così volevano, hanno rinunciato a lavorare, oppure hanno dovuto interrompere il lavoro, o non hanno potuto accettare un incarico lavorativo o, ancora, non hanno potuto investire come avrebbero voluto nel proprio lavoro perché hanno preso, per esempio, congedi con retribuzione parziale, hanno ridotto le ore di lavoro o accettato incarichi di minore rilievo”.

“A fronte di una maggiore apertura dei giovani nei confronti di ruoli di genere più paritari, persistono delle visioni tradizionali dei ruoli maschili e femminili, anche tra i più giovani, soprattutto uomini”.

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