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Amore e identità di genere

aprile 28, 2015 • Bioetica, z in evidenza

 

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di Matteo Cresti

Amare il proprio marito anche se è diventato una donna: sulla sentenza che ha cancellato il divorzio imposto.
Due donne in Italia possono essere sposate? La risposta è sì. Non si sta parlando di trascrizione di matrimoni celebrati all’estero, ma di un matrimonio celebrato qui, nel nostro Paese, e riconosciuto dalla nostra legislazione. Non c’è stata nessuna manovra parlamentare notturna, nessun colpo di stato, le leggi sono sempre le stesse. E allora cosa è accaduto?
C’è stata una sentenza come ce ne sono tante in Italia, una sentenza che ha messo ordine in una vicenda molto difficile, che finalmente riconosce la complessità delle vicende sessuali e sentimentali.

C’era una volta una coppia, un maschio e una femmina, un uomo e una donna. Ebbene sì, i due termini non sono sinonimi: maschio e femmina si riferiscono soltanto al sesso biologico, mentre uomo e donna si riferiscono al genere, cioè a come si vive il proprio sesso, a come ci si rappresenta e ci si sente. La coppia in questione decide di sposarsi in chiesa e conduce una vita normale, fino al momento in cui il marito, presa una diversa coscienza di se stesso, comprende di avere una disforia di genere, cioè, sebbene maschio biologicamente sano, si sente una donna, una donna imprigionata in un corpo maschile. Prende dunque la decisione di incominciare il percorso di transizione, e in tutto questo la moglie gli è accanto. Dopotutto ci si innamora delle persone e non di un corpo. Così la loro vita va avanti, diventano quelle che ormai sono conosciute come le due Alessandre.

Un giorno la nuova Alessandra chiede la rettificazione anagrafica di sesso, dopo aver subito l’operazione di riassegnazione chirurgica: adesso anche per la legge è una femmina. Ma qualcosa va storto: l’ufficiale di stato civile dichiara lo scioglimento del vincolo coniugale. Infatti la legge 164/1982 prevede proprio questo: a seguito dell’operazione chirurgica e della rettifica anagrafica l’eventuale matrimonio deve essere sciolto. Dopotutto il matrimonio è solo tra maschio e femmina, chi vorrebbe continuare a essere sposato in una situazione simile? Se l’ha sposato quando era uomo, ora che è donna perché dovrebbe continuare a essere sposata con lui/lei? Questi dovevano essere i pensieri dei legislatori, quando ancora i gender studies erano lontani da essere conosciuti in questa italietta di provincia. Ma perché? Fa così differenza se la persona di cui mi ero innamorato ha cambiato sesso? Non è pur sempre la stessa persona? Questo non lo avevano considerato.

Così si è aperta una vicenda, che il 21 aprile 2015 ha ricevuto il suo punto conclusivo con la sentenza della Corte di Cassazione (n. 8097), dopo anche una sentenza della Corte Costituzionale (170/2014). La Corte Costituzionale infatti aveva dichiarato incostituzionale la norma in oggetto, quella del cosiddetto “divorzio imposto”, per la carenza di qualsiasi tutela per la coppia che abbia contratto un legittimo matrimonio e voglia ancora rimanere insieme. E non solo, la Corte ha invitato il legislatore a introdurre un istituto alternativo al matrimonio: infatti se il matrimonio per i giudici costituzionali è solo fra maschio e femmina, la norma del “divorzio imposto” è incostituzionale perché provoca il passaggio da una “condizione di massima protezione giuridica a una di massima indeterminatezza”.

La Cassazione accogliendo le direttive della Corte Costituzionale pertanto impone la rimozione del divorzio, sino a che il legislatore non interverrà costruendo un istituto giuridico alternativo, facendo transitare questo matrimonio nel nuovo istituto, ma a patto che le tutele siano le stesse: quindi anche un’indicazione per il nostro Parlamento che dovrà provvedere o con l’estensione del matrimonio alle coppie dello stesso sesso o con le unioni civili con gli stessi diritti e doveri, altrimenti le due Alessandre continueranno a essere sposate (e lo saranno quindi anche dopo, visto che le tutele devono essere le stesse).

Ma la cosa più importante con questa sentenza non è tanto l’aver regolamentato un caso difficile, quanto piuttosto che si riconosca, anche se implicitamente per ora, a livello giuridico che un conto è il sesso, un conto è l’identità di genere, un altro ancora il ruolo di genere e un altro l’orientamento sessuale. La vicenda di questa coppia ci insegna che l’amore va al di là dell’aspetto fisico e del sesso biologico, che l’orientamento sessuale non ha a che fare con l’identità di genere. Che un maschio può sentirsi donna e amare le donne e che una donna può amare a tal punto il marito da accompagnarlo anche in una scelta difficile e dolorosa come quella della transizione di genere. Con questa sentenza la giurisprudenza ha preso atto che il mondo è più complesso di quello che pare, e ha iniziato a mettersi in cammino verso il riconoscimento della grande varietà di forme di amore e di famiglia.

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