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Salvini tra “Cretinismo endemico” e “Cretinismo morale”

aprile 27, 2015 • Agorà, z in evidenza

 

matteo-salvini

di Giuseppe Gristina

Un tempo, non lontanissimo, nelle nostre valli prealpine e alpine era molto frequente il riscontro di una patologia tiroidea caratterizzata da un’ipofunzione grave legata all’endemica carenza di iodio in quei territori. Si manifestava con due segni: il gozzo e la ridotta performance intellettiva. Quest’ultima era definita «cretinismo endemico». Non era un insulto. Era una constatazione epidemiologico-clinica.
In tempi come i nostri, caratterizzati da un rigurgito imponente d’ignoranza e comportamenti tribali, potremmo far valere la proporzione secondo la quale la mancanza di iodio sta al «cretinismo endemico» come la mancanza di cultura sta al «cretinismo morale». Anche il cretinismo morale è una constatazione, in questo caso epidemiologico-etica, non un insulto.
L’Europa sembra oggi esserne afflitta, ma si tratta solo di questo?

Il Consiglio Europeo, dopo avere lungamente ignorato le stragi dei migranti, si appresta, in accordo con il governo italiano, a un’operazione militare per distruggere le imbarcazioni con cui i mercanti di uomini li trasportano dalle coste libiche attraverso il canale di Sicilia.
Questo progetto rimanda alle due cruciali questioni culturali che da due secoli contraddistinguono il modo con cui le nazioni europee guardano all’Africa.
La prima, più concreta e immediata, riguarda l’assoluta mancanza di qualsiasi preoccupazione circa la salvaguardia delle vite dei migranti mentre affollano le coste in attesa di partire e che certamente pagherebbero – essi soli – il prezzo di questa vera e propria iniziativa di guerra.

Un tale disinteresse per gli esseri umani è certamente riconducibile alla concezione razzista che ha sempre caratterizzato l’approccio culturale degli occidentali nei confronti delle popolazioni d’Africa considerate «inferiori».
La seconda, che consiste nel più completo disinteresse per l’ipotesi di contrastare i fenomeni migratori di massa africani tramite la soluzione dei problemi che li generano, affonda le sue radici nelle convenienze economiche che le potenze coloniali europee – l’intera Europa occidentale – hanno sempre individuato nello sfruttamento delle risorse naturali del continente africano che, grazie alla globalizzazione, continua in modo intensivo ancora oggi anche da parte di nazioni extraeuropee, in particolare la Cina.

Pertanto, non dovrebbe meravigliare né che la decisione sia condivisa dal nostro governo – l’Italia è stata a lungo un paese coloniale – né che essa coincida con quella che la destra del nostro paese va caldeggiando, nel contesto di una crescente ondata xenofoba in cui si inscrive anche il progetto di «radere al suolo» i campi Rom.
Radere al suolo: parole che vengono da lontano.
Nel 1914 fu «rasa al suolo» la comunità armena residente nell’impero ottomano, il Medz Yeghern: questa operazione costò 2.000.000 di morti. Appena 30 anni dopo, nel 1943, fu «raso al suolo» il ghetto di Varsavia. Nei campi di sterminio furono «rase al suolo» le comunità Sinti e Rom, il cosiddetto Porajmos, che causò circa 500.000 vittime, e quelle degli ebrei europei e degli Yiddisch del centro-Europa, la Shoah, che provocò circa 6.000.000 di morti. A Roma il 16 ottobre del 1943, non per un caso un sabato, alle 5:15 del mattino le SS invasero le strade del Portico d’Ottavia rastrellando circa 1260 ebrei, tra cui oltre 200 bambini. Due giorni dopo, alle 14:05, 18 vagoni piombati partirono dalla stazione Tiburtina e dopo 6 giorni arrivarono ad Auschwitz. Solo 15 uomini e una donna ritornarono. Nessuno dei 200 bambini è mai tornato. La comunità ebraica di Roma fu «rasa al suolo».

Ecco allora che le posizioni espresse insieme dall’Europa, dal governo e dalla destra italiani non sono identificabili tout court in una semplice forma di cretinismo morale; potremmo definirle invece come una forma involutiva di quest’ultimo. Potremmo definirle «la banalità del male», come fecero Hannah Arendt e Primo Levi; una parte oscura della natura umana che rischia, «in occasioni opportune», di riemergere e trionfare.
Ne I sommersi e i salvati Primo Levi dice: «I carnefici erano infatti della nostra stessa stoffa […], erano esseri umani medi […] non erano mostri […] avevano un viso come il nostro». Chi compie il male non è un mostro, una persona assolutamente diversa da chi lo subisce; è un essere umano come gli altri e, proprio in ciò sta la banalità del male: chiunque altro avrebbe potuto compierlo.

Ancora, in Se questo è un uomo, Primo Levi chiese a un altro deportato: «Warum?» (Perché?). La risposta fu: «Hier ist kein Warum!» (Qui non c’è alcun perché!).
La notte del 10 maggio 1933, nella Germania nazionalsocialista, iniziò la campagna a favore dei Bücherverbrennungen (roghi di libri) propagandata dall’ufficio stampa dell’Associazione Studentesca della Germania che proclamò una «azione nazionale contro lo spirito non tedesco», durante la quale si doveva effettuare una «pulizia» della cultura tedesca usando il fuoco. Questa propaganda fu diffusa anche via radio.
Quella notte gli studenti bruciarono più di 25.000 libri «non tedeschi».
I rettori, i professori e gli studenti furono radunati alla presenza delle autorità naziste per assistere ai falò al suono di orchestre in un’atmosfera di gioia.
Durante i roghi furono bruciati i libri scritti da Bertolt Brecht e August Bebel, i libri di Karl Marx, Arthur Schnitzler, Ernest Hemingway, Jack London, Helen Keller, Herbert George Wells, oltre ai libri di autori ebrei quali Franz Werfel, Max Brod, Stefan Zweig.
Vale qui la pena ricordare che durante una manifestazione a Savona nel 2013, i Forconi, fieri sostenitori della destra, gridarono davanti a una libreria: «bruciamo i libri! Chiudiamo tutte le librerie!».

Insomma, siamo abituati a collegare la banalità del male alle violenze dei pogrom, ai vagoni dei deportati, alle loro facce scheletrite, ai falò, perché istintivamente alle parole leghiamo immagini del passato; ma è un errore.
Infatti, è del tutto evidente che i capi di stato europei, il signor Renzi o il signor Salvini non si possano neppure minimamente paragonare agli ideologi e alle gerarchie del nazionalsocialismo.
Così, non vedendo oggi intorno a noi rappresentazioni fisicamente concrete della realtà di settant’anni orsono, siamo indotti a credere che parlare di banalità del male sia un’esagerazione, un’iperbole di chi a furia di tentar di comprendere, è ormai vittima della presunzione di spiegare tutto il presente attraverso il passato.
Ma allora, è ancora possibile parlare oggi della banalità del male? Se si, e se quella dell’Europa, del governo italiano e della nostra destra non è la banalità del male che caratterizzò i totalitarismi del secolo scorso, in cosa essa realmente consiste?
Forse, una nuova forma della banalità del male, cui anche noi ci stiamo abituando, c’è.
Si tratta, per dirla con Roberta de Monticelli, «di un fenomeno identificabile con l’appiattimento del dover essere sull’essere, del valore sul fatto, della norma sulla pratica comune, anche se abnorme, e in definitiva del diritto sul potere». E, potremmo aggiungere, della cultura sulla tecnica.

I Rom rubano? Se questo è un «fatto» reale allora è inutile discutere del valore morale della convivenza, è «normale» la risposta tecnica di radere al suolo i campi. I migranti che arrivano sui barconi sono troppi? Se questo è un «fatto» reale allora è inutile discutere del diritto d’asilo, dell’accoglienza e della cooperazione, è «normale» la risposta tecnica di ributtarli in mano ai mercanti di uomini in nome del potere che abbiamo di farlo, o di bombardarli. I droni uccidono gli ostaggi? Se questo è un «fatto» reale allora è inutile aver ripudiato ogni forma di guerra e di violenza con la nostra Costituzione, è «normale» inchinarsi alla risposta tecnica del potente alleato che afferma: «ci siamo sbagliati», si scusa e promette risarcimenti.

Così, delle tre dimensioni di un sano mondo morale – conservazione del sé, riconoscimento dell’altro, rispetto della giustizia – che costituiscono il nesso che lega il significato della parola «norma» a quello della parola «normalità», non è rimasto nulla.
Forse è proprio questo il nuovo significato da dare alla banalità del male: la rifondazione del significato delle parole «norma» e «normalità»; non più la regola di responsabilizzazione che l’uomo riceve da una fonte morale esterna (la religione, la legge, la Costituzione), o interna (la propria coscienza) volta a orientare la sua intenzionalità e ciò che nella norma rientra, cioè il suo comportamento, ma semplicemente il primato dei fatti sui valori, della pratica comune sulla legge, del potere sul diritto.
Se però Il senso della banalità del male è cambiato, quello che resta uguale, oggi come allora, è la nostra responsabilità.
Evitare il coinvolgimento, non vedere, non sentire e, se possibile, guadagnarci qualcosa.
Da questa responsabilità non sono esenti i cittadini ma soprattutto non lo è la classe politica che di essi è l’espressione.
Si comprende allora che nel nostro tempo, quelle «occasioni opportune» di cui parlavano Hannah Arendt e Primo Levi altro non sono se non gli spazi vuoti lasciati all’ignoranza e alla violenza dalla politica.
Quest’ultima, morto Aldo Moro, scelse infatti compattamente e scelleratamente di abdicare al suo ruolo di mediazione e di tutela delle libertà individuali nell’ambito della comunità, di cerniera tra mondo morale e mondo reale, e, in ultima analisi, tra identità nazionale e cultura.
A riprova sta la presenza in aula di 35 deputati su 630 il giorno in cui il governo italiano ha riferito sulla morte del nostro cooperante ucciso in Siria da un bombardamento di droni americani.

Questa politica, riconoscendo il primato del puro economicismo, non solo ne legittima le forze «animali» che lo caratterizzano, ma ammette che esse non debbano più venire a patti con nessuno e che governino davvero il mondo.

In sintesi, il primato dello sviluppo anziché del progresso preconizzato da Pasolini negli Scritti Corsari.
Ancora Pasolini scrisse nel 1975 nelle Lettere Luterane: «l’Italia di oggi è distrutta esattamente come l´Italia nel 1945. Anzi, certamente la distruzione è ancora più grave, perché non ci troviamo tra macerie, pur strazianti, di case e monumenti, ma tra macerie di valori: valori umanistici, e, quel che più importa, popolari».
E poi: «Il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini, trasformandoli in brutti e stupidi automi adoratori di feticci».
Chissà se non sia stato proprio questo auto-svuotamento morale che Primo Levi vide ripresentarsi pian piano nel nostro paese in tutto il tempo tra il suo ritorno da Auschwitz e quell’11 aprile del 1987 e che ha finito per rappresentare la risposta alla sua domanda: «warum? ».

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