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Io sono nessuno

aprile 16, 2015 • L'eco della memoria, Uncategorized

 

JOHNNY THE PARTISAN (IL PARTIGIANO JOHNNY), Stefano Dionisi, 2000unnamed (2)

 

 

Manzotti Chiara
Classe V D
Liceo Classico Scientifico Ariosto – Spallanzani
Sezione Classica

 

Otello Montanari. Classe 1926. Chi più di lui avrebbe saputo raccontarmi la Resistenza? Mi sembrava quasi una “coincidenza provvidenziale” il fatto che ci fossimo conosciuti proprio alla celebrazione per i caduti dell’armistizio dell’ 8 settembre 1943, un motivo in più per sceglierlo. Aveva parlato con fervore di un’Italia in fiamme: non c’era dubbio, lui era stato parte di quel fuoco.http://caratteriliberi.eu/wp-admin/post.php?post=7053&action=edit
Quando gli chiesi di intervistarlo si mostrò contento, felice di poter condividere con una giovane la sua emozionante storia (“Ti racconterò che mi hanno sparato come nei film western!”) e mi accordò subito la disponibilità.
Decisi dunque di portare con me la mia insegnante di storia e filosofia, che sapevo avrebbe apprezzato la testimonianza diretta di una persona che aveva veramente vissuto a fondo quegli anni di guerra, tragici e formativi al contempo.

Il primo ad accoglierci nella casa di Otello è stato Tom, un simpatico labrador che non ha rifiutato le nostre coccole, poi la moglie Rosa e il nipote Alessandro, che si sono mostrati cordiali.
Seguendo Otello nel salotto abbiamo avuto modo di apprezzare molte opere d’arte appese alle pareti, certe pubblicazioni antiche della Bibbia, il tutto esposto non per ostentazione, ma per un genuino amore nei confronti del bello coltivato in tanti anni. Il salotto era arredato secondo la moda degli anni ‘20 del Novecento e anche la tappezzeria sul divano e sulla poltrona rispettava tale gusto, per niente appesantito da una scrivania e un tavolino deliziosamente collocati al centro della stanza.
Otello ci mette subito a nostro agio raccontandoci delle pubblicazioni che stava curando, del suo prossimo libro sulla prima guerra mondiale (in cui difende la posizione neutralista di Giolitti, quella dei cattolici e dei socialisti), e intrattenendoci con un piacevole discorso sulla propaganda antinazista a Reggio Emilia.

Proveniente da una famiglia contadina di inclinazioni socialiste, ci narra poi di come avessero indotto a studiare da ragioniere lui, che tuttora non ama i numeri, ma ama contare solo i suoi libri. Avevano bisogno di un contabile, non di un letterato.
Quando chiedo, come prima domanda, dove si trovasse l’8 settembre 1943 e cosa fosse accaduto intorno a lui, si fa però serio, il sorriso si vela, come forse il suo animo, di un antico dolore forse mai risolto del tutto. Dopo una pausa, le parole iniziano a uscire, e ci racconta che si trovava a San Maurizio, nella casa contadina di un certo Corradini, dove lavorava come servitore. Lì aveva avuto fino ad allora il compito di controllare i carri armati tedeschi arrivati in città che percorrevano quasi baldanzosi le strade. Alle ore 19.45 ecco l’annuncio dell’ armistizio del Governo Badoglio, per festeggiare il quale era andato in un podere lungo la via Emilia a Masone e aveva stappato due bottiglie di vino bianco con la famiglia Zanti. C’era anche il giovane amico Athos, figlio del proprietario. Alle 21, tra lo stupore generale, giunge una camionetta con due ufficiali SS che entrano in modo alquanto brutale chiedendo cosa stessero facendo. Il padrone di casa risponde che stanno brindando alla pace, la fine della guerra per loro italiani, e offre il vino ai militari, ma essi non brindano e rispondono in modo duro che per gli italiani i guai iniziano da quel momento: la Germania non avrebbe mai firmato la pace.
Mentre i soldati escono e si dirigono verso la città, lui e Athos corrono in bici alla caserma Zucchi, dove erano stanziati alcuni bersaglieri e si accorgono che i tedeschi stavano per attaccarla, poi tornano alle rispettive case.
Il racconto di Otello, mentre proseguo domandando del clima generale che aleggiava in città e tra la gente, si configura denso di luoghi e di persone, tratteggiando una Reggio prostrata dal conflitto e dai tedeschi ormai nemici, ridotta alla fame, stanca, come del resto tutto il Paese, di una guerra non voluta. Gli abitanti soffrivano per gli alimenti razionati, ma chi aveva soldi poteva trovare molti prodotti al mercato nero. A ciò si aggiungeva la preoccupazione per i nostri soldati in seguito allo sbarco alleato della V Armata americana in Sicilia e ai successivi sbarchi in Campania, le sollevazioni popolari delle Quattro giornate di Napoli alla fine di settembre, che avevano sconvolto quell’autunno movimentandolo più di quanto già non lo fosse, e, fortunatamente, il timido giubilo suscitato dalla scomparsa dei fascisti dopo l’arresto di Mussolini: si erano sciolti, e il Re aveva dato l’incarico al Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio di formare un nuovo Governo, nonostante quest’ultimo fosse già dimissionario dal ruolo di Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito dal 1940, in seguito al fallimentare attacco alla Grecia delle nostre truppe. Niente più adunate oceaniche, dunque? No, per fortuna: i seguaci del Duce, come topi, si erano nascosti o erano fuggiti, motivo per cui durante i quarantacinque giorni badogliani a Reggio non fu ucciso nessun fascista. Il 28 luglio, addirittura, a casa dei Fratelli Cervi si svolse la Grande Pastasciutta, una festa per tutti gli antifascisti che vedevano vicina la fine della guerra.
A ridestare i timori dei reggiani bastava però il pensiero dei bombardamenti: il 7 e l’8 gennaio 1944 le Officine Meccaniche Reggiane subiscono infatti un pesante attacco aereo che le distrugge quasi totalmente causando svariate morti e spaventando tutta la popolazione.
La mia terza domanda verte sull’inizio del suo pensiero antifascista, e Otello sembra andare a ritroso fino ad approdare alle scuole elementari, dove ricorda un pesante indottrinamento a sostegno del Regime in contrasto con le parole che sentiva in casa, specialmente dalla bocca del bisnonno, un sostenitore di Prampolini morto nel 1942, al quale era molto affezionato. Il pensiero divergente dagli insegnamenti scolastici inizia nel 1939-1940, a dodici anni, di nascosto dai maestri a scuola. Nel 1941, visto l’attacco tedesco all’Unione Sovietica, lui e il bisnonno aderiscono al partito socialista, vedendo in quella corrente l’unica plausibile opposizione al dilagante nazismo (gli americani, infatti, non erano ancora intervenuti), pur riconoscendo il carattere autoritario della politica di Stalin. Diventano comunisti, insomma.
Tante volte, ricorda ancora Otello, saliva sulla vecchia bicicletta pitturata di blu e giallo – era un ragazzo stravagante… – e sotto consiglio del bisnonno andava al mercato e comprava alcuni libri: le Menzogne convenzionali di Max Nordau, una vecchia edizione della storia dell’impero romano in tedesco letta successivamente solo tradotta e altri, che leggeva con piacere. La svolta che concretizza l’inizio, perlomeno ufficioso, della sua attività antifascista avviene la sera del 20 settembre 1943 al podere di San Prospero Strinati, dove due amici (Sergio e Angelo) gli consegnano una pistola, una St. Etienne. Mentre torna a casa in bici viene sfortunatamente fermato da alcuni tedeschi, e nella concitazione si ricorda di avere la pistola sotto alcuni libri nel cestino; i militari non lo controllano, reputandolo uno studentello, e lo lasciano andare.
Otello ricorda con vergogna di essersi fatto in quel momento la pipì addosso, cosa che non capitava da quando era un bambino. Senza dare l’impressione di scappare, rimonta in sella come se nulla fosse, pedalando veloce verso casa.
Oltre alle parole del bisnonno, il giovane Otello ascolta Radio Londra: a parlare sono il colonnello Stevens – “Ascoltatemi italiani, qui è Radio Londra, la voce dell’Inghilterra, la voce della libertà!”- e Candidus. Proprio da quest’ultimo arriva l’invito allo studio della filosofia, nato da un commento del radiocronista mentre ricordava che Mussolini in un discorso ai gerarchi aveva confuso Anassagora con Protagora, attribuendo al primo la massima secondo cui “l’uomo è misura di tutte le cose”; per Mussolini, infatti, osserva Candidus, i filosofi sono tutti uguali: il Duce è solo un falso professore, che si crede erudito perché ha studiato un poco di francese e di tedesco. In realtà, conclude in modo irriverente, è solo un povero ignorante.
Otello, solleticato nella mente, approfondisce la filosofia tramite una raccolta che legge come un romanzo, cercando di assimilare il più possibile.
Dalla filosofia all’azione passa poco tempo, come mi chiarisce Otello, rispondendo alla mia domanda relativa all’inizio della sua attività come partigiano: la casa paterna, collegata di più allo statico mondo contadino, era divenuta stretta per lui, un’anima abituata a esercitare l’intelletto, ma profondamente innamorata dell’azione, che guardava quasi con più ardore gli amici d’infanzia che nel frattempo frequentavano il liceo classico rispetto ai compagni di classe dell’istituto tecnico. Il primo vento che durante l’adolescenza sferzò Otello fu l’orgoglio risorgimentale: nel Risorgimento bisognava sparare contro i nemici, gli austriaci. Ecco l’azione, uscita dalla mera disputa intellettuale: era necessario colpire i traditori della patria. L’atteggiamento da assumere riguardo all’uso delle armi rende esitante Otello, che ricorda come quella questione divise il Comitato di Liberazione Nazionale di Reggio fin dalla prima riunione, avvenuta il 28 settembre 1943 nella chiesa di San Francesco e presieduta dal parroco don Simonelli, che mediava tra i comunisti e i cattolici. Bisognava colpire i tedeschi solo nei trasporti di armi e bestiame e agire facendo propaganda antinazista per farli andare via o era necessario anche sparare? E poi, bisognava sparare anche ai fascisti che aiutavano i tedeschi?
Otello ricorda che i cattolici non volevano fare fuoco, mentre comunisti avrebbero voluto, ma non erano abituati all’uso delle armi perché durante il Ventennio era stata la propaganda la loro arma. Il nostro Otello racconta che inizia a sparare nel giugno 1944 perché prima non aveva imparato a usare la sua pistola: le stragi e le persecuzioni dei soldati italiani che non volevano più combattere con i fascisti, i continui rastrellamenti gli forniscono un valido pretesto per iniziare a colpire più duramente il nemico tedesco.
Quasi un anno dopo la terribile esperienza del posto di blocco avvenuta la sera durante la quale aveva ricevuto la St. Etienne, Otello viene fermato dai fascisti delle Brigate Nere durante la notte a San Maurizio: si giustifica balbettando che stava andando dalla fidanzata, e quando scoprono che è nato nel 1926 vogliono fucilarlo perché risulta renitente alla leva. Chiedono quindi il nome della fidanzata e lui dice la verità: si chiama Zuma. Questa ragazza, racconta ora l’anziano Otello, anche lei simpatizzante per i partigiani, l’aveva vista una sola volta nei campi e si erano dati un bacio. Non l’avrebbe più rivista. Per fortuna il giovane Otello non aveva detto dove abitasse questa fanciulla, e, avendo reputato di averlo torturato abbastanza con queste domande, i fascisti lo lasciano andare.
Dopo poco tempo lascia la sua famiglia e va in montagna a Vedriano per operare attivamente come partigiano, dove, a seguito di un rastrellamento, è costretto a usare le armi in un’azione ravvicinata: le parole stanche dell’Otello di settant’anni dopo fanno fatica a descrivere quanto sia stato duro il loro utilizzo in quella situazione così critica. Era inevitabile. «Bisognava sapersi difendere senza sparare inutilmente» prosegue, chiarendo il suo rapporto con le armi, un’interessante questione non prevista dalle mie domande, ma estremamente degna da analizzare. Otello, proprio per la sua scarsa propensione a utilizzarle, era stato promosso da poco a commissario di distaccamento delle Guardie Armate Partigiane (GAP), e proprio mentre ricopriva quel ruolo, successe un tragico colpo di scena che lo avrebbe condizionato per il resto della sua vita: fu colpito insieme a due compagni il pomeriggio del 1 gennaio 1945 mentre metteva in atto la disposizione di Giuseppe Dossetti, capo del CLN, che aveva ordinato l’impedimento del trasferimento del bestiame di un allevatore dalla linea gotica alle rive del Po, perché sarebbe finito nelle mani dei tedeschi.
Sulla via Emilia, in un punto ad alto rischio, due ufficiali tedeschi lo sorprendono alle spalle e, subito dopo aver colpito i due amici, alcune pallottole arrivano a trapassare anche il corpo del giovane Otello: mentre cerca di difendersi, riporta un colpo alla mano sinistra, due al cuore, tre alla tibia e uno al malleolo. Cade. Poi un pensiero sovrasta gli altri: non vuole essere preso, sa che lo torturerebbero, quindi decide che se la situazione fosse peggiorata si sarebbe sparato un colpo alla testa con la rivoltella che aveva con sé insieme alla mitragliatrice. Sebbene sia semi-sdraiato, con le ultime forze riesce a rispondere al fuoco nemico, e probabilmente colpisce uno dei due ufficiali tedeschi.
Otello, mentre racconta, lascia in pausa questa scena, che riprenderà dopo, per premere il tasto “rewind”, risalendo alla prima volta in cui l’opposizione al fascismo aveva fatto ricorso alle armi da fuoco. Ricordando Giovanni Gentile – filosofo, Ministro dell’Istruzione nominato da Mussolini nel 1923, colui che scrisse per il Duce i presupposti storici e filosofici del partito perché quest’ultimo non era in grado – e Benedetto Croce – che si era definitivamente allontanato dall’ideologia fascista dopo il delitto Matteotti del 1924 – Otello racconta come Gentile nel 1936 si fosse distaccato dal fascismo, ma nel 1943 Mussolini, dopo essere stato liberato il 12 settembre, lo avesse richiamato nonostante avesse la fama di dissidente (come Italo Balbo o Badoglio, che erano stati contrari all’entrata in guerra dell’Italia); il Duce non gli propone niente meno che la presidenza della neonata Accademia d’Italia, e il filosofo, per inaugurare la sua nuova carica, rivolge ai cittadini un discorso sconvolgente falsamente patriottico di esaltazione dell’Italia fascista deplorato dal vecchio amico Croce, ormai indignato per il plurimo voltafaccia di Gentile: anche Togliatti aveva affermato che il nuovo Governo era quello di Badoglio e del Re, evidenziando l’inutilità dei vecchi fascisti che si erano ricostituiti in modo palesemente illegale. Fu proprio dopo quel discorso che tre gappisti vennero incaricati di uccidere Gentile: dopo averlo aspettato fuori casa, gli spararono, inaugurando una scia di sangue che si sarebbe protratta ben oltre la fine della guerra.
Su questo punto si divise allora la Resistenza, se appoggiare o meno questo atto forse deciso in modo troppo affrettato: Croce non parlò della faccenda, e questo suo (insolito) tacere non poteva che significare approvazione, mentre il Partito d’Azione alla fine fece intendere che la morte di Gentile era stata inevitabile, prima o poi qualcuno avrebbe dovuto toglierlo di mezzo.
«Ci sono dei momenti in cui la storia non ti permette altra soluzione» conclude amaramente Otello.
Ricorda bene quando assistette alle fucilazioni, mentre operava come partigiano sull’Appennino: stava male, e il dolore si acuiva ogni volta che lui stesso doveva sparare durante qualche azione. Andava contro la sua natura.
Otello mescola passato e presente nel suo racconto, infatti quando gli chiedo cosa ha fatto nell’ultimo anno di guerra, riprende il racconto esattamente da dove lo aveva interrotto.
Riportando gravi ferite, proprio come i due compagni, viene portato immediatamente alla sua abitazione, dove la madre lo carica su un carretto e lo accompagna fino a una casa partigiana a Massenzatico. Qui riceve le prime cure, poi, trasferitosi in un’altra casa a Budrio di Correggio, ben nascosto, sfugge miracolosamente al rastrellamento in cui furono uccisi Vittorio Saltini e la sorella Vandina, antifascisti attivissimi nella zona. Insieme al bandito Valenti su un’auto da lui rubata arriva fino a Ligonchio, un paese di montagna ormai interamente in mano ai partigiani, dove rimane fino alla Liberazione.
Il mattino del 3 maggio, anche se non ancora guarito, viene riportato a Reggio e fatto sfilare con alcuni altri partigiani per consegnare le armi, in accordo con il Governo nazionale di Roma guidato da Bonomi: è un gesto simbolico molto importante, che sancisce la collaborazione tra gli ex partigiani e i nuovi politici.
Per Otello iniziano dunque le cure e la riabilitazione presso l’ospedale Putti di Bologna, dove, in una enorme camerata, fa la conoscenza di una donna a cui una raffica di mitragliatrice aveva portato via una gamba: l’anziano Otello si ricorda dei suoi lamenti come se fosse ieri (“Nessuno mi sposerà mai! Come farò? Se sopravviviamo ci sposiamo io e te?”). Erano le parole di due moribondi, e non voleva che la madre, così assidua nell’andarlo a trovare, sentisse quei discorsi terribili. La donna fortunatamente sopravvisse alla ferita e fu dimessa: Otello non la rivide mai più. Il giovane era già nel pieno delle sue forze, si era ripreso, ma la ferita alla mano lo fece soffrire particolarmente, e quella alla gamba ancora di più perché dovettero rompergliela più volte per migliorare le saldature e metterla in trazione: non tornò mai perfetta, rendendolo claudicante per sempre. Ancora gli pare di provare la sensazione del dolore insopportabile, che gli faceva passare le notti insonni senza nemmeno il sollievo di girarsi nel letto. Fu così che passò tutto il 1945 in ospedale.
Solo durante l’anno successivo la sezione locale del PCI sembra accorgersi di lui, di quel giovane che veniva portato ogni tanto su un carretto alle riunioni del partito a cui era iscritto, e lo eleggono segretario di sezione, nonostante ci fossero persone molto più adulte di lui. Appena ricomincia a camminare, inizia l’attività politica che ha caratterizzato la sua vita: non sa nulla dei delitti del dopoguerra, ne verrà a conoscenza negli anni successivi, e non mancherà di esprimere la propria indignazione.
Il primo incarico che gli viene affidato è quello di cercare della farina per una colonia di bambini a Pietra Ligure. Reggio, infatti, aveva ospitato molti bambini dalle città di Napoli e Milano, dove le condizioni di vita erano di gran lunga peggiori, e li aveva sistemati in quella località balneare.
Sale quindi in moto con un amico e si fermano in tutte le case contadine che trovano, raccogliendo a fine giornata molti quintali di farina. Per riposarsi dopo quella lunga giornata, l’amico gli propone di andare in un bordello, ma Otello si dimostra contrario: ha solo dato un bacio a una ragazza fino ad allora, ammette in modo genuino.
Troverà immorale recarsi in un posto del genere anche quando andrà a Parigi per il partito, nonostante gli fosse stato fatto notare che anche uno dei suoi scrittori preferiti, Victor Hugo, ci andava con regolarità: niente da togliere al talento di Hugo, solo un po’ di rammarico per questo comportamento libertino.
Il PCI dopo poco tempo lo mette a capo della Commissione studentesca, visto che lui alle superiori aveva avuto come insegnante Nilde Iotti, nota antifascista, che nel 1943 aveva permesso ai suoi studenti, ricorda Otello, di fare un tema su uno scrittore qualsiasi, a patto che fosse un classico, dando la possibilità, in disaccordo con le indicazioni fasciste, di attingere a un repertorio il più ampio possibile. Lui scelse Hugo, il suo scrittore preferito, racconta sorridendo. La prima cosa che decide di fare in qualità di capo della Commissione studentesca è informare i giovani con una lezione di storia, che susciterà grande interesse e lo porrà come punta di diamante nell’intera provincia. Nel 1946 si lega a Berlinguer, dal quale rimarrà molto affascinato, che lo voleva con lui per le attività che riguardavano i giovani a Torino. Lì si trasferisce, ormai deciso ad avviare la sua carriera politica; infatti poco dopo, nel 1950, viene mandato a Parigi a una conferenza che riuniva i giovani comunisti italiani a quelli francesi: si dimostra un’ottima opportunità per conoscere il mondo al di fuori dell’Italia sia dal punto di vista politico, sia da quello intellettuale, che Otello coltivava ormai abitualmente grazie ai libri comprati tanti anni prima sotto il consiglio del bisnonno, ai quali se ne erano aggiunti tanti altri. Conosce infatti il filosofo Sartre, di cui apprezzerà la compagnia durante tutto il soggiorno parigino.
Otello ha un guizzo di sana fierezza negli occhi mentre racconta di quando parlò a un gruppo di giovani francesi di un episodio della “sua” Resistenza che li colpì particolarmente: aveva convinto un bambino che voleva sapere a tutti i costi il suo nome (perché probabilmente era una spia) che si chiamava Nessuno, proprio come Ulisse nell’Odissea! Oltre che un film western, la sua storia è soprattutto una vera avventura, piena di insidie anche dove meno se le sarebbe aspettato, popolata da persone affidabili e da altre la cui inaffidabilità si era rivelata pericolosa per la sua stessa vita, una storia che si snoda attraverso atti di coraggio, fermezza, e di nobiltà d’animo nell’agire che risultano ammirabili anche a distanza di tanto tempo, ricoprendosi della dorata patina del tempo che passa e confermandosi come parte di un vero e proprio poema epico, che parte dalla distruzione in atto e che non è altro che il ritorno verso se stessi e verso i propri valori da utilizzare come fondamento per un nuovo ordine.
L’anziano Otello è ormai stanco, ma io vorrei sentirlo raccontare di sé ancora per un poco, quindi lo riporto al presente, domandandogli se parla di questa sua eredità ai familiari. Mi confessa che non ne parla molto, anche se con suo figlio e sua nipote ha condiviso molti episodi; in questi anni, infatti, dopo il ritiro dall’attività politica vera e propria, è molto preso dalle opere che sta scrivendo sulla storia della Rivoluzione Francese, sul Risorgimento, sulla prima guerra mondiale e dalla lettura dei massimi teorici del socialismo. Notando il mio sguardo stupito e pieno di ammirazione, ammette che gli pesa molto il fatto di non avere titoli di studio: né il diploma, non conseguito a causa della guerra, né una laurea; ciò lo induce a leggere le cose più volte e a prendere molti appunti, ponendosi in una condizione di completa disponibilità nei confronti dell’interlocutore che ho constatato anche durante la mia intervista.
Ci alziamo e mi accompagna alla porta insieme alla moglie Rosa, guidandomi attraverso il corridoio mentre mi illustra una versione ottocentesca dell’Iliade e congratulandosi con me del fatto che ho la fortuna di studiare il greco a scuola. Mi avverte addirittura di fare attenzione alle scale mentre scendo, tanto si è affezionato a me durante quelle due ore passate a raccontarsi, poi si rimprovera ricordandosi che quello claudicante è lui, mentre io sono giovane e nel pieno delle forze.
Mentre torno a casa ho ancora la sua voce nella mente, mi sento come probabilmente dovevano sentirsi i Greci quando avevano appena udito le parole di un aèdo, forse Omero stesso, cantare di fatti incredibili da pensare ma veri, lontani, addirittura difficilmente collocabili in un tempo definito, tanto erano contornati di una luce che ormai vedevano fioca.
Noto una contraddizione che fa arrovellare la mia mente ancora per un po’: Otello ha raccontato una Resistenza non opaca, ma ben delineata, mi ha raccontato di come tutta la sua vita sia stata una Resistenza.
Resistenza al fascismo, resistenza alla voce pavida che da qualche parte nel suo animo sicuramente lo dissuadeva dal prendere una posizione politica definita, resistenza alla perdita dei sensi che lo avrebbe colto se non avesse risposto al fuoco quando lo colpirono, resistenza al dolore durante la lunga degenza all’ospedale, resistenza alla tentazione di fidarsi di quel bambino che probabilmente lo avrebbe denunciato al primo fascista per strada, resistenza al senso di inadeguatezza che lo coglieva quando stava in mezzo a laureati e intellettuali, lui che non aveva neppure finito l’istituto tecnico.
E ora? Ora resiste alla vecchiaia che ormai lo ha preso, resiste alla fiacchezza del corpo che cede non solo per le pallottole del 1945, resiste alla vista di un mondo che ha un bisogno tremendo di storie come la sua, ma che si comporta come un assetato che non ammette di avere sete e resiste in un modo sbagliato, senza saper imparare da chi come lui saprebbe insegnare una resistenza diversa.
Ciò che ha convinto il giovane Otello ancora intellettuale a impegnarsi attivamente per una causa certamente pericolosa, ma che ha legato lui e tanti altri sotto lo stesso scopo e sotto la stessa definizione di “partigiani” è la stessa prodigiosa aspirazione che ha spinto Giaime Pintor a raggiungere gli attivisti antifascisti nel Mezzogiorno, dopo l’8 settembre: ”Una società moderna si basa su una grande varietà di specificazioni, ma può sussistere soltanto se conserva la possibilità di abolirle a un certo momento per sacrificare tutto a un’unica esigenza rivoluzionaria”, scrive il giovane nella sua ultima lettera, datata 28 novembre 1943.
Otello ha saputo fare proprio questo: senza ambizioni che lo avrebbero portato a un “folle volo”, ha ritenuto necessario sacrificare parte della sua gioventù per un ideale che aveva il suo fondamento nella convinzione che l’ordine prestabilito (in questo caso quello fascista) era da combattere perché non era adatto a far sviluppare una società che potesse sussistere nel futuro. Lui e tutti i componenti delle altre forze politiche che hanno contribuito alla Resistenza non hanno agito per sé, ma per noi che abitiamo ora questo Paese.
Ecco il primo passo che dobbiamo fare per non lasciare che vite come quella di Otello cadano nell’oblio della banale cronaca storica: rivestirle di una nuova luce, lasciare che passato e presente si fondano insieme in una memoria collettiva, non solo in quella dei grandi Nessuno come Otello, per poter illuminare questo sentiero di tutti, che spesso ci sembra una “selva oscura”.

IO SONO NESSUNO

Otello Montanari. Classe 1926. Chi più di lui avrebbe saputo raccontarmi la Resistenza? Mi sembrava quasi una “coincidenza provvidenziale” il fatto che ci fossimo conosciuti proprio alla celebrazione per i caduti dell’armistizio dell’ 8 settembre 1943, un motivo in più per sceglierlo. Aveva parlato con fervore di un’Italia in fiamme: non c’era dubbio, lui era stato parte di quel fuoco.
Quando gli chiesi di intervistarlo si mostrò contento, felice di poter condividere con una giovane la sua emozionante storia (“Ti racconterò che mi hanno sparato come nei film western!”) e mi accordò subito la disponibilità.
Decisi dunque di portare con me la mia insegnante di storia e filosofia, che sapevo avrebbe apprezzato la testimonianza diretta di una persona che aveva veramente vissuto a fondo quegli anni di guerra, tragici e formativi al contempo.

Il primo ad accoglierci nella casa di Otello è stato Tom, un simpatico labrador che non ha rifiutato le nostre coccole, poi la moglie Rosa e il nipote Alessandro, che si sono mostrati cordiali.
Seguendo Otello nel salotto abbiamo avuto modo di apprezzare molte opere d’arte appese alle pareti, certe pubblicazioni antiche della Bibbia, il tutto esposto non per ostentazione, ma per un genuino amore nei confronti del bello coltivato in tanti anni. Il salotto era arredato secondo la moda degli anni ‘20 del Novecento e anche la tappezzeria sul divano e sulla poltrona rispettava tale gusto, per niente appesantito da una scrivania e un tavolino deliziosamente collocati al centro della stanza.
Otello ci mette subito a nostro agio raccontandoci delle pubblicazioni che stava curando, del suo prossimo libro sulla prima guerra mondiale (in cui difende la posizione neutralista di Giolitti, quella dei cattolici e dei socialisti), e intrattenendoci con un piacevole discorso sulla propaganda antinazista a Reggio Emilia.
Proveniente da una famiglia contadina di inclinazioni socialiste, ci narra poi di come avessero indotto a studiare da ragioniere lui, che tuttora non ama i numeri, ma ama contare solo i suoi libri. Avevano bisogno di un contabile, non di un letterato.
Quando chiedo, come prima domanda, dove si trovasse l’8 settembre 1943 e cosa fosse accaduto intorno a lui, si fa però serio, il sorriso si vela, come forse il suo animo, di un antico dolore forse mai risolto del tutto. Dopo una pausa, le parole iniziano a uscire, e ci racconta che si trovava a San Maurizio, nella casa contadina di un certo Corradini, dove lavorava come servitore. Lì aveva avuto fino ad allora il compito di controllare i carri armati tedeschi arrivati in città che percorrevano quasi baldanzosi le strade. Alle ore 19.45 ecco l’annuncio dell’ armistizio del Governo Badoglio, per festeggiare il quale era andato in un podere lungo la via Emilia a Masone e aveva stappato due bottiglie di vino bianco con la famiglia Zanti. C’era anche il giovane amico Athos, figlio del proprietario. Alle 21, tra lo stupore generale, giunge una camionetta con due ufficiali SS che entrano in modo alquanto brutale chiedendo cosa stessero facendo. Il padrone di casa risponde che stanno brindando alla pace, la fine della guerra per loro italiani, e offre il vino ai militari, ma essi non brindano e rispondono in modo duro che per gli italiani i guai iniziano da quel momento: la Germania non avrebbe mai firmato la pace.
Mentre i soldati escono e si dirigono verso la città, lui e Athos corrono in bici alla caserma Zucchi, dove erano stanziati alcuni bersaglieri e si accorgono che i tedeschi stavano per attaccarla, poi tornano alle rispettive case.
Il racconto di Otello, mentre proseguo domandando del clima generale che aleggiava in città e tra la gente, si configura denso di luoghi e di persone, tratteggiando una Reggio prostrata dal conflitto e dai tedeschi ormai nemici, ridotta alla fame, stanca, come del resto tutto il Paese, di una guerra non voluta. Gli abitanti soffrivano per gli alimenti razionati, ma chi aveva soldi poteva trovare molti prodotti al mercato nero. A ciò si aggiungeva la preoccupazione per i nostri soldati in seguito allo sbarco alleato della V Armata americana in Sicilia e ai successivi sbarchi in Campania, le sollevazioni popolari delle Quattro giornate di Napoli alla fine di settembre, che avevano sconvolto quell’autunno movimentandolo più di quanto già non lo fosse, e, fortunatamente, il timido giubilo suscitato dalla scomparsa dei fascisti dopo l’arresto di Mussolini: si erano sciolti, e il Re aveva dato l’incarico al Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio di formare un nuovo Governo, nonostante quest’ultimo fosse già dimissionario dal ruolo di Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito dal 1940, in seguito al fallimentare attacco alla Grecia delle nostre truppe. Niente più adunate oceaniche, dunque? No, per fortuna: i seguaci del Duce, come topi, si erano nascosti o erano fuggiti, motivo per cui durante i quarantacinque giorni badogliani a Reggio non fu ucciso nessun fascista. Il 28 luglio, addirittura, a casa dei Fratelli Cervi si svolse la Grande Pastasciutta, una festa per tutti gli antifascisti che vedevano vicina la fine della guerra.
A ridestare i timori dei reggiani bastava però il pensiero dei bombardamenti: il 7 e l’8 gennaio 1944 le Officine Meccaniche Reggiane subiscono infatti un pesante attacco aereo che le distrugge quasi totalmente causando svariate morti e spaventando tutta la popolazione.
La mia terza domanda verte sull’inizio del suo pensiero antifascista, e Otello sembra andare a ritroso fino ad approdare alle scuole elementari, dove ricorda un pesante indottrinamento a sostegno del Regime in contrasto con le parole che sentiva in casa, specialmente dalla bocca del bisnonno, un sostenitore di Prampolini morto nel 1942, al quale era molto affezionato. Il pensiero divergente dagli insegnamenti scolastici inizia nel 1939-1940, a dodici anni, di nascosto dai maestri a scuola. Nel 1941, visto l’attacco tedesco all’Unione Sovietica, lui e il bisnonno aderiscono al partito socialista, vedendo in quella corrente l’unica plausibile opposizione al dilagante nazismo (gli americani, infatti, non erano ancora intervenuti), pur riconoscendo il carattere autoritario della politica di Stalin. Diventano comunisti, insomma.
Tante volte, ricorda ancora Otello, saliva sulla vecchia bicicletta pitturata di blu e giallo – era un ragazzo stravagante… – e sotto consiglio del bisnonno andava al mercato e comprava alcuni libri: le Menzogne convenzionali di Max Nordau, una vecchia edizione della storia dell’impero romano in tedesco letta successivamente solo tradotta e altri, che leggeva con piacere. La svolta che concretizza l’inizio, perlomeno ufficioso, della sua attività antifascista avviene la sera del 20 settembre 1943 al podere di San Prospero Strinati, dove due amici (Sergio e Angelo) gli consegnano una pistola, una St. Etienne. Mentre torna a casa in bici viene sfortunatamente fermato da alcuni tedeschi, e nella concitazione si ricorda di avere la pistola sotto alcuni libri nel cestino; i militari non lo controllano, reputandolo uno studentello, e lo lasciano andare.
Otello ricorda con vergogna di essersi fatto in quel momento la pipì addosso, cosa che non capitava da quando era un bambino. Senza dare l’impressione di scappare, rimonta in sella come se nulla fosse, pedalando veloce verso casa.
Oltre alle parole del bisnonno, il giovane Otello ascolta Radio Londra: a parlare sono il colonnello Stevens – “Ascoltatemi italiani, qui è Radio Londra, la voce dell’Inghilterra, la voce della libertà!”- e Candidus. Proprio da quest’ultimo arriva l’invito allo studio della filosofia, nato da un commento del radiocronista mentre ricordava che Mussolini in un discorso ai gerarchi aveva confuso Anassagora con Protagora, attribuendo al primo la massima secondo cui “l’uomo è misura di tutte le cose”; per Mussolini, infatti, osserva Candidus, i filosofi sono tutti uguali: il Duce è solo un falso professore, che si crede erudito perché ha studiato un poco di francese e di tedesco. In realtà, conclude in modo irriverente, è solo un povero ignorante.
Otello, solleticato nella mente, approfondisce la filosofia tramite una raccolta che legge come un romanzo, cercando di assimilare il più possibile.
Dalla filosofia all’azione passa poco tempo, come mi chiarisce Otello, rispondendo alla mia domanda relativa all’inizio della sua attività come partigiano: la casa paterna, collegata di più allo statico mondo contadino, era divenuta stretta per lui, un’anima abituata a esercitare l’intelletto, ma profondamente innamorata dell’azione, che guardava quasi con più ardore gli amici d’infanzia che nel frattempo frequentavano il liceo classico rispetto ai compagni di classe dell’istituto tecnico. Il primo vento che durante l’adolescenza sferzò Otello fu l’orgoglio risorgimentale: nel Risorgimento bisognava sparare contro i nemici, gli austriaci. Ecco l’azione, uscita dalla mera disputa intellettuale: era necessario colpire i traditori della patria. L’atteggiamento da assumere riguardo all’uso delle armi rende esitante Otello, che ricorda come quella questione divise il Comitato di Liberazione Nazionale di Reggio fin dalla prima riunione, avvenuta il 28 settembre 1943 nella chiesa di San Francesco e presieduta dal parroco don Simonelli, che mediava tra i comunisti e i cattolici. Bisognava colpire i tedeschi solo nei trasporti di armi e bestiame e agire facendo propaganda antinazista per farli andare via o era necessario anche sparare? E poi, bisognava sparare anche ai fascisti che aiutavano i tedeschi?
Otello ricorda che i cattolici non volevano fare fuoco, mentre comunisti avrebbero voluto, ma non erano abituati all’uso delle armi perché durante il Ventennio era stata la propaganda la loro arma. Il nostro Otello racconta che inizia a sparare nel giugno 1944 perché prima non aveva imparato a usare la sua pistola: le stragi e le persecuzioni dei soldati italiani che non volevano più combattere con i fascisti, i continui rastrellamenti gli forniscono un valido pretesto per iniziare a colpire più duramente il nemico tedesco.
Quasi un anno dopo la terribile esperienza del posto di blocco avvenuta la sera durante la quale aveva ricevuto la St. Etienne, Otello viene fermato dai fascisti delle Brigate Nere durante la notte a San Maurizio: si giustifica balbettando che stava andando dalla fidanzata, e quando scoprono che è nato nel 1926 vogliono fucilarlo perché risulta renitente alla leva. Chiedono quindi il nome della fidanzata e lui dice la verità: si chiama Zuma. Questa ragazza, racconta ora l’anziano Otello, anche lei simpatizzante per i partigiani, l’aveva vista una sola volta nei campi e si erano dati un bacio. Non l’avrebbe più rivista. Per fortuna il giovane Otello non aveva detto dove abitasse questa fanciulla, e, avendo reputato di averlo torturato abbastanza con queste domande, i fascisti lo lasciano andare.
Dopo poco tempo lascia la sua famiglia e va in montagna a Vedriano per operare attivamente come partigiano, dove, a seguito di un rastrellamento, è costretto a usare le armi in un’azione ravvicinata: le parole stanche dell’Otello di settant’anni dopo fanno fatica a descrivere quanto sia stato duro il loro utilizzo in quella situazione così critica. Era inevitabile. «Bisognava sapersi difendere senza sparare inutilmente» prosegue, chiarendo il suo rapporto con le armi, un’interessante questione non prevista dalle mie domande, ma estremamente degna da analizzare. Otello, proprio per la sua scarsa propensione a utilizzarle, era stato promosso da poco a commissario di distaccamento delle Guardie Armate Partigiane (GAP), e proprio mentre ricopriva quel ruolo, successe un tragico colpo di scena che lo avrebbe condizionato per il resto della sua vita: fu colpito insieme a due compagni il pomeriggio del 1 gennaio 1945 mentre metteva in atto la disposizione di Giuseppe Dossetti, capo del CLN, che aveva ordinato l’impedimento del trasferimento del bestiame di un allevatore dalla linea gotica alle rive del Po, perché sarebbe finito nelle mani dei tedeschi.
Sulla via Emilia, in un punto ad alto rischio, due ufficiali tedeschi lo sorprendono alle spalle e, subito dopo aver colpito i due amici, alcune pallottole arrivano a trapassare anche il corpo del giovane Otello: mentre cerca di difendersi, riporta un colpo alla mano sinistra, due al cuore, tre alla tibia e uno al malleolo. Cade. Poi un pensiero sovrasta gli altri: non vuole essere preso, sa che lo torturerebbero, quindi decide che se la situazione fosse peggiorata si sarebbe sparato un colpo alla testa con la rivoltella che aveva con sé insieme alla mitragliatrice. Sebbene sia semi-sdraiato, con le ultime forze riesce a rispondere al fuoco nemico, e probabilmente colpisce uno dei due ufficiali tedeschi.
Otello, mentre racconta, lascia in pausa questa scena, che riprenderà dopo, per premere il tasto “rewind”, risalendo alla prima volta in cui l’opposizione al fascismo aveva fatto ricorso alle armi da fuoco. Ricordando Giovanni Gentile – filosofo, Ministro dell’Istruzione nominato da Mussolini nel 1923, colui che scrisse per il Duce i presupposti storici e filosofici del partito perché quest’ultimo non era in grado – e Benedetto Croce – che si era definitivamente allontanato dall’ideologia fascista dopo il delitto Matteotti del 1924 – Otello racconta come Gentile nel 1936 si fosse distaccato dal fascismo, ma nel 1943 Mussolini, dopo essere stato liberato il 12 settembre, lo avesse richiamato nonostante avesse la fama di dissidente (come Italo Balbo o Badoglio, che erano stati contrari all’entrata in guerra dell’Italia); il Duce non gli propone niente meno che la presidenza della neonata Accademia d’Italia, e il filosofo, per inaugurare la sua nuova carica, rivolge ai cittadini un discorso sconvolgente falsamente patriottico di esaltazione dell’Italia fascista deplorato dal vecchio amico Croce, ormai indignato per il plurimo voltafaccia di Gentile: anche Togliatti aveva affermato che il nuovo Governo era quello di Badoglio e del Re, evidenziando l’inutilità dei vecchi fascisti che si erano ricostituiti in modo palesemente illegale. Fu proprio dopo quel discorso che tre gappisti vennero incaricati di uccidere Gentile: dopo averlo aspettato fuori casa, gli spararono, inaugurando una scia di sangue che si sarebbe protratta ben oltre la fine della guerra.
Su questo punto si divise allora la Resistenza, se appoggiare o meno questo atto forse deciso in modo troppo affrettato: Croce non parlò della faccenda, e questo suo (insolito) tacere non poteva che significare approvazione, mentre il Partito d’Azione alla fine fece intendere che la morte di Gentile era stata inevitabile, prima o poi qualcuno avrebbe dovuto toglierlo di mezzo.
«Ci sono dei momenti in cui la storia non ti permette altra soluzione» conclude amaramente Otello.
Ricorda bene quando assistette alle fucilazioni, mentre operava come partigiano sull’Appennino: stava male, e il dolore si acuiva ogni volta che lui stesso doveva sparare durante qualche azione. Andava contro la sua natura.
Otello mescola passato e presente nel suo racconto, infatti quando gli chiedo cosa ha fatto nell’ultimo anno di guerra, riprende il racconto esattamente da dove lo aveva interrotto.
Riportando gravi ferite, proprio come i due compagni, viene portato immediatamente alla sua abitazione, dove la madre lo carica su un carretto e lo accompagna fino a una casa partigiana a Massenzatico. Qui riceve le prime cure, poi, trasferitosi in un’altra casa a Budrio di Correggio, ben nascosto, sfugge miracolosamente al rastrellamento in cui furono uccisi Vittorio Saltini e la sorella Vandina, antifascisti attivissimi nella zona. Insieme al bandito Valenti su un’auto da lui rubata arriva fino a Ligonchio, un paese di montagna ormai interamente in mano ai partigiani, dove rimane fino alla Liberazione.
Il mattino del 3 maggio, anche se non ancora guarito, viene riportato a Reggio e fatto sfilare con alcuni altri partigiani per consegnare le armi, in accordo con il Governo nazionale di Roma guidato da Bonomi: è un gesto simbolico molto importante, che sancisce la collaborazione tra gli ex partigiani e i nuovi politici.
Per Otello iniziano dunque le cure e la riabilitazione presso l’ospedale Putti di Bologna, dove, in una enorme camerata, fa la conoscenza di una donna a cui una raffica di mitragliatrice aveva portato via una gamba: l’anziano Otello si ricorda dei suoi lamenti come se fosse ieri (“Nessuno mi sposerà mai! Come farò? Se sopravviviamo ci sposiamo io e te?”). Erano le parole di due moribondi, e non voleva che la madre, così assidua nell’andarlo a trovare, sentisse quei discorsi terribili. La donna fortunatamente sopravvisse alla ferita e fu dimessa: Otello non la rivide mai più. Il giovane era già nel pieno delle sue forze, si era ripreso, ma la ferita alla mano lo fece soffrire particolarmente, e quella alla gamba ancora di più perché dovettero rompergliela più volte per migliorare le saldature e metterla in trazione: non tornò mai perfetta, rendendolo claudicante per sempre. Ancora gli pare di provare la sensazione del dolore insopportabile, che gli faceva passare le notti insonni senza nemmeno il sollievo di girarsi nel letto. Fu così che passò tutto il 1945 in ospedale.
Solo durante l’anno successivo la sezione locale del PCI sembra accorgersi di lui, di quel giovane che veniva portato ogni tanto su un carretto alle riunioni del partito a cui era iscritto, e lo eleggono segretario di sezione, nonostante ci fossero persone molto più adulte di lui. Appena ricomincia a camminare, inizia l’attività politica che ha caratterizzato la sua vita: non sa nulla dei delitti del dopoguerra, ne verrà a conoscenza negli anni successivi, e non mancherà di esprimere la propria indignazione.
Il primo incarico che gli viene affidato è quello di cercare della farina per una colonia di bambini a Pietra Ligure. Reggio, infatti, aveva ospitato molti bambini dalle città di Napoli e Milano, dove le condizioni di vita erano di gran lunga peggiori, e li aveva sistemati in quella località balneare.
Sale quindi in moto con un amico e si fermano in tutte le case contadine che trovano, raccogliendo a fine giornata molti quintali di farina. Per riposarsi dopo quella lunga giornata, l’amico gli propone di andare in un bordello, ma Otello si dimostra contrario: ha solo dato un bacio a una ragazza fino ad allora, ammette in modo genuino.
Troverà immorale recarsi in un posto del genere anche quando andrà a Parigi per il partito, nonostante gli fosse stato fatto notare che anche uno dei suoi scrittori preferiti, Victor Hugo, ci andava con regolarità: niente da togliere al talento di Hugo, solo un po’ di rammarico per questo comportamento libertino.
Il PCI dopo poco tempo lo mette a capo della Commissione studentesca, visto che lui alle superiori aveva avuto come insegnante Nilde Iotti, nota antifascista, che nel 1943 aveva permesso ai suoi studenti, ricorda Otello, di fare un tema su uno scrittore qualsiasi, a patto che fosse un classico, dando la possibilità, in disaccordo con le indicazioni fasciste, di attingere a un repertorio il più ampio possibile. Lui scelse Hugo, il suo scrittore preferito, racconta sorridendo. La prima cosa che decide di fare in qualità di capo della Commissione studentesca è informare i giovani con una lezione di storia, che susciterà grande interesse e lo porrà come punta di diamante nell’intera provincia. Nel 1946 si lega a Berlinguer, dal quale rimarrà molto affascinato, che lo voleva con lui per le attività che riguardavano i giovani a Torino. Lì si trasferisce, ormai deciso ad avviare la sua carriera politica; infatti poco dopo, nel 1950, viene mandato a Parigi a una conferenza che riuniva i giovani comunisti italiani a quelli francesi: si dimostra un’ottima opportunità per conoscere il mondo al di fuori dell’Italia sia dal punto di vista politico, sia da quello intellettuale, che Otello coltivava ormai abitualmente grazie ai libri comprati tanti anni prima sotto il consiglio del bisnonno, ai quali se ne erano aggiunti tanti altri. Conosce infatti il filosofo Sartre, di cui apprezzerà la compagnia durante tutto il soggiorno parigino.
Otello ha un guizzo di sana fierezza negli occhi mentre racconta di quando parlò a un gruppo di giovani francesi di un episodio della “sua” Resistenza che li colpì particolarmente: aveva convinto un bambino che voleva sapere a tutti i costi il suo nome (perché probabilmente era una spia) che si chiamava Nessuno, proprio come Ulisse nell’Odissea! Oltre che un film western, la sua storia è soprattutto una vera avventura, piena di insidie anche dove meno se le sarebbe aspettato, popolata da persone affidabili e da altre la cui inaffidabilità si era rivelata pericolosa per la sua stessa vita, una storia che si snoda attraverso atti di coraggio, fermezza, e di nobiltà d’animo nell’agire che risultano ammirabili anche a distanza di tanto tempo, ricoprendosi della dorata patina del tempo che passa e confermandosi come parte di un vero e proprio poema epico, che parte dalla distruzione in atto e che non è altro che il ritorno verso se stessi e verso i propri valori da utilizzare come fondamento per un nuovo ordine.
L’anziano Otello è ormai stanco, ma io vorrei sentirlo raccontare di sé ancora per un poco, quindi lo riporto al presente, domandandogli se parla di questa sua eredità ai familiari. Mi confessa che non ne parla molto, anche se con suo figlio e sua nipote ha condiviso molti episodi; in questi anni, infatti, dopo il ritiro dall’attività politica vera e propria, è molto preso dalle opere che sta scrivendo sulla storia della Rivoluzione Francese, sul Risorgimento, sulla prima guerra mondiale e dalla lettura dei massimi teorici del socialismo. Notando il mio sguardo stupito e pieno di ammirazione, ammette che gli pesa molto il fatto di non avere titoli di studio: né il diploma, non conseguito a causa della guerra, né una laurea; ciò lo induce a leggere le cose più volte e a prendere molti appunti, ponendosi in una condizione di completa disponibilità nei confronti dell’interlocutore che ho constatato anche durante la mia intervista.
Ci alziamo e mi accompagna alla porta insieme alla moglie Rosa, guidandomi attraverso il corridoio mentre mi illustra una versione ottocentesca dell’Iliade e congratulandosi con me del fatto che ho la fortuna di studiare il greco a scuola. Mi avverte addirittura di fare attenzione alle scale mentre scendo, tanto si è affezionato a me durante quelle due ore passate a raccontarsi, poi si rimprovera ricordandosi che quello claudicante è lui, mentre io sono giovane e nel pieno delle forze.
Mentre torno a casa ho ancora la sua voce nella mente, mi sento come probabilmente dovevano sentirsi i Greci quando avevano appena udito le parole di un aèdo, forse Omero stesso, cantare di fatti incredibili da pensare ma veri, lontani, addirittura difficilmente collocabili in un tempo definito, tanto erano contornati di una luce che ormai vedevano fioca.
Noto una contraddizione che fa arrovellare la mia mente ancora per un po’: Otello ha raccontato una Resistenza non opaca, ma ben delineata, mi ha raccontato di come tutta la sua vita sia stata una Resistenza.
Resistenza al fascismo, resistenza alla voce pavida che da qualche parte nel suo animo sicuramente lo dissuadeva dal prendere una posizione politica definita, resistenza alla perdita dei sensi che lo avrebbe colto se non avesse risposto al fuoco quando lo colpirono, resistenza al dolore durante la lunga degenza all’ospedale, resistenza alla tentazione di fidarsi di quel bambino che probabilmente lo avrebbe denunciato al primo fascista per strada, resistenza al senso di inadeguatezza che lo coglieva quando stava in mezzo a laureati e intellettuali, lui che non aveva neppure finito l’istituto tecnico.
E ora? Ora resiste alla vecchiaia che ormai lo ha preso, resiste alla fiacchezza del corpo che cede non solo per le pallottole del 1945, resiste alla vista di un mondo che ha un bisogno tremendo di storie come la sua, ma che si comporta come un assetato che non ammette di avere sete e resiste in un modo sbagliato, senza saper imparare da chi come lui saprebbe insegnare una resistenza diversa.
Ciò che ha convinto il giovane Otello ancora intellettuale a impegnarsi attivamente per una causa certamente pericolosa, ma che ha legato lui e tanti altri sotto lo stesso scopo e sotto la stessa definizione di “partigiani” è la stessa prodigiosa aspirazione che ha spinto Giaime Pintor a raggiungere gli attivisti antifascisti nel Mezzogiorno, dopo l’8 settembre: ”Una società moderna si basa su una grande varietà di specificazioni, ma può sussistere soltanto se conserva la possibilità di abolirle a un certo momento per sacrificare tutto a un’unica esigenza rivoluzionaria”, scrive il giovane nella sua ultima lettera, datata 28 novembre 1943.
Otello ha saputo fare proprio questo: senza ambizioni che lo avrebbero portato a un “folle volo”, ha ritenuto necessario sacrificare parte della sua gioventù per un ideale che aveva il suo fondamento nella convinzione che l’ordine prestabilito (in questo caso quello fascista) era da combattere perché non era adatto a far sviluppare una società che potesse sussistere nel futuro. Lui e tutti i componenti delle altre forze politiche che hanno contribuito alla Resistenza non hanno agito per sé, ma per noi che abitiamo ora questo Paese.
Ecco il primo passo che dobbiamo fare per non lasciare che vite come quella di Otello cadano nell’oblio della banale cronaca storica: rivestirle di una nuova luce, lasciare che passato e presente si fondano insieme in una memoria collettiva, non solo in quella dei grandi Nessuno come Otello, per poter illuminare questo sentiero di tutti, che spesso ci sembra una “selva oscura”.

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