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Nei Ricordi di una donna le vicende della Resistenza italiana

aprile 16, 2015 • L'eco della memoria

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La testimonianza di Wilma Conti

 Grazie all’associazione ANPI 0 il nostro Istituto è riuscito a mettersi in contatto con la signora Wilma Conti, che si è recata nella nostra scuola e, tramite la sua testimonianza, è riuscita a farci avvicinare alle vicende della seconda guerra mondiale e della Resistenza italiana, che lei stessa ha vissuto in prima persona, in qualità di staffetta.http://caratteriliberi.eu/wp-admin/post.php?post=7053&action=edit

Nel periodo della seconda guerra mondiale, al di là del fronte dei combattimenti, la mentalità di tutti era influenzata dagli eventi bellici, da quello che era già accaduto e quello che stava per accadere.
Quegli anni si configurano come uno degli archi temporali più significativi della storia moderna. Abbiamo ritenuto particolarmente interessante prendere in considerazione la storia di un personaggio di Dongo, un piccolo paese situato vicino a noi, e più precisamente di una staffetta che ha vissuto in prima persona l’ascesa del fascismo, con tutto quello che ne è conseguito.
La scelta di avventurarci nelle vicende personali di Wilma Conti è stata anche influenzata dal fatto che questa donna sia originaria del nostro territorio, infatti, ci sentiamo in qualche modo coinvolti in ciò che ha vissuto e altrettanto profondamente onorati di essere messi a conoscenza delle sue esperienze e addirittura delle sue emozioni.

Si aggiunga che il nostro gruppo è formato per la maggior parte da ragazze e risulta evidente quale sia stato l’interesse particolare nel poter conoscere in modo approfondito la storia della Resistenza da un punto di vista femminile, che non viene messo in primo piano dai libri di storia, ma che è stato senza dubbio di vitale importanza per i partigiani, tanto quanto quello di coloro che combattevano armati: sicuramente senza l’attiva partecipazione delle staffette sarebbe mancato un sostegno fondamentale all’apparato della Resistenza.
Prima di riportare le parole, le riflessioni e i commenti di Wilma, riteniamo essenziale tracciare un quadro generale del contesto storico e sociale dell’ideologia fascista e di come essa si fosse radicata nella vita quotidiana della popolazione, in particolare di quella di Dongo.
Di fatto il fascismo ebbe la grandissima abilità di coinvolgere chiunque, dai bambini agli adulti, facendoli sentire parte di un forte sistema che avrebbe portato l’Italia a essere una grande potenza.
Al di là di ciò che normalmente si studia a scuola, come ad esempio le leggi fascistissime e tutto ciò che riguarda l’ambito politico, il fascismo entrò nella semplice vita di tutti i giorni, operando un cambio di mentalità generale e da qui trasse la sua forza. Ci riferiamo a operazioni come il licenziare qualsiasi professore non si professasse fascista, dato che era basilare che sino dall’istruzione elementare si plasmassero tutti i giovani in conformità con gli ideali fascisti. Oppure l’istituzione di gruppi per attività extrascolastiche suddivisi in base a sesso ed età. I ragazzi prendevano parte a organizzazioni paramilitari, alle ragazze invece venivano insegnate tutte le attività utili per prendersi cura della casa e della famiglia.
Tantissime erano anche le manifestazioni e gli eventi propagandistici che mobilitavano masse intere, facendo crescere sempre di più il sentimento di unità della popolazione e la diffusione dell’ideologia fascista.
Era dunque facile rimanere affascinati da tanta grandezza e magnificenza, propiziata dal fatto che Mussolini stesso fosse un uomo di grande carisma, che incarnava perfettamente la mentalità che professava. Di fatto Wilma parlerà di come tutte le ragazze, lei compresa, rimasero in un primo momento fortemente colpite dalla figura del Duce e da tutto ciò che egli rappresentava.

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0 L’ANPI è l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Si occupa di far conoscere e valorizzare le situazioni storiche e i momenti di vita di quegli anni particolari che caratterizzarono il periodo della Resistenza in Italia.
Dopo l’8 settembre 1943, il giorno dell’armistizio con gli alleati proclamato dal maresciallo Badoglio1, tuttavia, la situazione cambiò radicalmente.
A partire da questa data cominciò a diffondersi in modo più rapido ed evidente l’idea che la posizione di instabilità dell’Italia fosse la conseguenza dell’operato fascista.
La nascita della Resistenza fu poi la naturale evoluzione della crisi dei valori di un regime durato vent’anni, ormai giunto al suo tramonto.
La Resistenza nacque da sei esponenti di partiti antifascisti che, usciti dalla clandestinità dopo il crollo del regime, si riunirono e costituirono il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN).
Più precisamente stiamo parlando di Pietro Nenni, esponente del Partito Socialista Italiano (PSIUP), Giorgio Amendola, esponente del Partito Comunista italiano (PCI), Ugo La Malfa, esponente del Partito d’Azione, Alcide De Gasperi, esponente della Democrazia Cristiana, Meuccio Ruini, esponente della Democrazia del Lavoro e, infine, Alessandro Casati, esponente dei liberali.
Successivamente, nacque anche il Comitato di Liberazione nazionale Alta Italia (CLNAI), che fu centro importante di coordinazione della guerra partigiana al nord.
Questo movimento crebbe molto velocemente partendo praticamente dal nulla, perché ci si trovava in una situazione politico-militare davvero critica.
In questo contesto si inserisce Dongo, un paesino che allora contava circa 2500 abitanti, che ha occupato un ruolo comunque fondamentale nella storia della Resistenza poiché fu teatro della cattura e della seguente fucilazione di Mussolini.
Il racconto di Wilma comincia con la descrizione delle condizioni di vita durante il fascismo e dei sentimenti nei confronti del duce:
«Eravamo tutti in condizioni di miseria, le case avevano due o tre locali quali camera da letto, cucina e per i più fortunati il cesso, chi non ce l’aveva doveva andare in cortile. La televisione non c’era e la radio era una privilegio per pochi.»
Non ci si poteva lavare quotidianamente e con comodità: si utilizzava un catino posto su una sedia e si usufruiva dell’acqua solamente una volta a settimana. A causa della mancanza del riscaldamento non vi era nemmeno la possibilità di avere l’acqua calda e le uniche fonti luminose erano una semplice lampadina pendente dal soffitto e delle candele. Inoltre, i vestiti erano sempre un riciclo di quelli dei parenti o di fratelli e sorelle più grandi, si indossavano gli zoccoli anche durante le stagioni più fredde. Per poter acquistare il cibo era necessaria la tessera del fascio, senza la quale non era possibile nemmeno trovare lavoro. L’educazione era molto rigida e differenziata in base ai sessi. Nel 1924 venne istituito il primo liceo-famiglia femminile nel quale si insegnava alle ragazze come gestire la loro futura famiglia e l’organizzazione della casa. I ragazzi che non lavoravano, invece, frequentavano il liceo oppure l’istituto tecnico. Ogni sabato i maschi venivano mandati in divisa al campo sportivo per marciare e fare ginnastica premilitare, le ragazze invece andavano a scuola. La scuola diveniva anche lo strumento utilizzato dal Duce per fare propaganda dei suoi ideali. All’interno dei libri, infatti, erano contenuti gli insegnamenti fascisti con lo scopo di assoggettare la popolazione e persuaderla a questa linea di pensiero. Mussolini era quasi idolatrato dalla fascia femminile della popolazione che era particolarmente sensibile al suo fascino, non solo perché rappresentava l’ideale di maschio italiano, ma anche per la sua posizione che gli conferiva grande potere. Questo insieme di fattori lo rendevano una figura carismatica e interessante agli occhi di tutti.
Per la giovanissima Wilma Conti, allora quattordicenne, è ciò che accadde l’8 settembre 1943 a rappresentare l’inizio della presa di coscienza che la condurrà a operare nella Resistenza. Quel giorno cambiò la sua vita. Aveva visto molti soldati scappare, a Dongo aveva visto passare un battaglione di militari, di cui alcuni salirono in montagna a fare i partigiani, altri, ai quali suo padre aveva dato vestiti e scarpe, perché potessero cambiarsi, cercarono di tornare a casa.

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1 Pietro Badoglio: generale italiano sin dal 1925, condusse la vittoriosa campagna in Etiopia (1935-36). Si dimise durante la seconda guerra mondiale dopo l’insuccesso in Grecia. Chiamato dal re a sostituire B. Mussolini, concluse l’armistizio con gli Alleati. Dopo la liberazione di Roma lasciò il governo a I. Bonomi (10 giugno 1944).
L’annuncio dell’armistizio, ricevuto alla radio, li colse di sorpresa e fu accolto dalla maggioranza della popolazione con un senso di sollievo e in alcuni casi addirittura con entusiasmo, tanto che ci furono veri e propri festeggiamenti. Si sperava che fosse tutto finito e che si sarebbe tornati alla normalità, ma soprattutto che non si sarebbe più sofferta la fame. Il tutto seguito ovviamente da preoccupazioni e dubbi sul futuro.
A differenza della giovane Wilma, la sua famiglia era sempre stata socialista. Suo padre non si era mai iscritto al fascio, con lui discuteva molto spesso quando ancora sosteneva il Duce, i fascisti e le loro teorie; egli tuttavia non l’aveva mai forzata a cambiare opinioni, però ricorda che continuava a ripeterle: ‘‘tas, stupida, diventa granda che te capisaret quaicos’’2. Solo in seguito capì che aveva sempre avuto ragione.
Quando a Dongo si formò il CLN, suo padre aderì subito, come la zia Olga, da tutti detta ‘Zita’, che sarebbe diventata un modello per lei. Donna forte, intraprendente e convinta dei suoi ideali, aveva diversi ruoli nell’attività di Resistenza: faceva la staffetta, teneva i contatti tra Dongo e Como, aiutava gli antifascisti a rifugiarsi, li faceva scappare da Como in traghetto, che ai tempi ci metteva più di quattro ore per attraversare il lago.
Anche la mamma di Wilma non si era mai sottomessa alle norme del fascismo:
«Ricordo bene quest’episodio. Le donne fasciste andavano cercando, per ordine del Duce, oro e rame, quando lo chiesero a casa, mia madre le cacciò e si rifiutò di dare loro la sua fede gridando: che s’arrangino e che vadano a cercare la fede e l’oro ai ricchi, non ai poveri che hanno solo la fede al dito!»
La sua famiglia era stata fonte di grande ispirazione per lei, aveva sempre rispettato lei e le sue opinioni. Quando finalmente aprì gli occhi e si rese conto di chi realmente fosse il Duce, anche Wilma desiderò prendere parte alla Resistenza, così la sua famiglia trovò subito il ruolo adatto a lei, che era ancora molto giovane, e che finalmente riuscì, anche nel suo piccolo, a rendersi utile.

Alla nostra domanda su quali fossero le condizioni dei prigionieri al tempo del fascismo ci risponde che le Brigate Nere, nei confronti degli oppositori politici, furono sempre estremamente violente. Le condizioni in cui erano tenuti i prigionieri erano disumane e atroci, venivano trattati come bestie, frustati, picchiati, presi a pugni e calci, sollevati da terra per i capelli; ad alcuni infilavano delle viti nella carne, gli stringevano un cerchio di ferro intorno alla testa e molti svenivano per il dolore. Li obbligavano a bere olio di ricino.
Suo padre aveva subito le loro crudeltà in prima persona, quando fu arrestato nel ’44 e detenuto nel carcere di S. Donnino a Como. Una volta rilasciato, tornò devastato e addirittura invecchiato dalle torture, era pieno di cicatrici, aveva ancora le strisce delle cinghiate e delle frustate, gli causarono anche la rottura di un testicolo.
«Io sono grata che mio padre sia stato rilasciato, perché molti, come Caronti3, dal carcere non hanno fatto più ritorno, perché, dopo le torture, sono stati uccisi. Ancora rabbrividisco al solo ricordo della paura e dell’angoscia di essere arrestata, interrogata, picchiata e torturata.»
Dopo aver descritto le crudeltà dei fascisti, ci racconta quale attività svolgesse durante la Resistenza:
« All’inizio cominciai aiutando Enrico Caronti, scrivendo a macchina ciò che lui mi dettava. Avevo imparato a usare la macchina da scrivere quando frequentavo la scuola media a Porlezza, dalle Orsoline. Ci trovavamo nella trattoria dei miei genitori4; egli fingeva di essere un cliente e, poco dopo, di dover andare in bagno, che si trovava fuori. Salendo una scala entrava in una camera, io lo raggiungevo e cominciavamo a lavorare. Ciò che mi dettava erano cose che potevo sapere. Ciò che doveva restare segreto lo scriveva lui e mi diceva: Ades, tusa, va’ fö a giugà5.»
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2 ‘‘tas, stupida, diventa granda che te capisaret quaicos!’’: “taci, sciocca, cresci e capirai qualcosa”
3 Enrico Caronti: più volte arrestato, durante il regime fascista, per “misure di Pubblica Sicurezza”, non cessò mai l’attività politica clandestina. Dopo l’armistizio del ’43, Caronti fu tra i primi a organizzare la Resistenza nel Comasco. Rinchiuso nella sede dei brigatisti neri, l’operaio antifascista vi fu torturato per ore e ore, infine fu fucilato.
4 La trattoria dei genitori serviva come punto di riferimento per lo scambio di informazioni e di ordini tra i partigiani. Il padre di Wilma aprì la suddetta trattoria poiché, in quanto antifascista, non trovava lavoro.
5 ‘‘Ades, tusa, va’ fö a giugà’’: “adesso ragazzina vai fuori a giocare”
All’età di soli quattordici anni Wilma cominciò l’attività di staffetta, ricevendo molti incarichi, soprattutto portare notizie e ordini, garantendo i collegamenti tra le varie brigate partigiane e fra i partigiani e le loro famiglie. Si pensava infatti che delle ragazzine come lei passassero inosservate e che quindi non venissero fermate e perquisite.
«Mi spostavo solo con la bicicletta, mi fece da allenamento, tanto che le quattro ore impiegate per raggiungere Como, divennero due. Stavo molto attenta perché ero convinta che se mi avessero presa mi avrebbero interrogata e magari picchiata; avevo molta paura, ma credo fosse normale per una giovane della mia età».
Ci racconta che alcune volte, quando andava a Como, chiedeva a sua zia di prestarle la borsa delle staffette, alla fine gliel’ha regalata.
Le borse delle staffette erano tutte uguali, con il doppiofondo che era un segno di riconoscimento: «Un giorno mi avvicinai alle carceri di S. Donnino perché avevo un pacchetto da consegnare a mio papà che, vedendomi, mi fece cenno di andare via. Io, però, volevo entrare, perciò seguii i soldati delle Brigate Nere, che nonostante fossero contrari, mi permisero di salutarlo. Ricordo il timore di mio padre nel vedermi indossare la borsa usata dalle staffette per il trasporto del materiale, perché pensava che potessero arrestarmi.»
Nessuno avrebbe mai sospettato che il suo viso d’angelo potesse nascondere qualcosa; spesso passava di fianco ai fascisti con la borsa carica di viveri o indumenti, ma soprattutto notizie, ordini e informazioni che altri partigiani dovevano ricevere.
«Nonostante l’incredibile ansia di poter essere scoperta, imprigionata e torturata da un momento all’altro, sul volto avevo stampata un’espressione d’indifferenza e anzi accennavo un mezzo sorriso.»

Soffermandoci sulle vicende storiche del suo paese le chiediamo se abbia assistito all’arresto di Mussolini:
«A riconoscerlo fu un giovane partigiano mandato a ispezionare un camion fermato in strada. Riconobbe nell’uomo sdraiato, quasi tutto coperto, rannicchiato in fondo alla vettura, Mussolini, con il cappotto e l’elmetto, e gridò “È qui il crapun”, ovvero, in dialetto lombardo “il testone”, come era soprannominato Mussolini. Venne disarmato del mitra e arrestato dal vicecommissario di brigata Lazzaro.»

Wilma, successivamente, risponde alle nostre questioni sulla vicenda del capitano “Neri” e della staffetta detta “Gianna”.
Nel comasco, l’affascinante militare Luigi Canali, conosciuto come il “Neri”, divenuto comandante per il suo rigore e il suo forte spirito antifascista, e la sua staffetta di fiducia, Giuseppina Tuissi6, detta Gianna, erano conosciuti e ammirati da tutti i partigiani per la loro lealtà e fedeltà alla Resistenza e al PCI7. Nel gennaio del 1945, la Brigata Nera arrestò i due giovani, tra i quali era anche nata una tenera relazione amorosa. I due ragazzi erano stati torturati brutalmente dai fascisti per giorni e giorni nel tentativo di strappar loro informazioni sui punti di ritrovo della Resistenza. Qualche tempo dopo “la Gianna” fu rilasciata e “il Neri” riuscì a scappare. Nel frattempo, i fascisti scoprirono alcuni dei punti di ritrovo della Resistenza milanese frequentati in passato anche dai due.
Fu allora che i partigiani milanesi collegarono le scoperte fasciste ai due amanti e si sparse la voce di un tradimento. Un tribunale clandestino partigiano condannò i due a morte.
«Nessuno di noi altri della Resistenza comasca credette neanche per un istante che i nostri compagni avessero parlato, io sono convinta oggi, così come allora, che “Neri” e “la Gianna” siano sempre rimasti fedeli alla Resistenza.

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6: La vicenda è stata recentemente raccontata nel libro di Mirella Serri, Un amore partigiano. Storia di Gianna e Neri, eroi scomodi della Resistenza, Longanesi, 2014.
7 PCI: Partito Comunista Italiano fu un partito politico italiano di sinistra. Fu uno dei maggiori partiti politici italiani, nato il 21 gennaio 1921 a Livorno come Partito Comunista d’Italia. Durante la seconda guerra mondiale, assunse un ruolo di primo piano a livello nazionale, promuovendo e organizzando con l’apporto dei suoi militanti la Resistenza.
Anzi, dopo tanti anni, ancora ricordo la rabbia e l’indignazione che provai nel sentire la notizia della condanna: mi sembrava impensabile che quei due giovani potessero essere accusati tanto ingiustamente. E vi assicuro che non ero l’unica a pensarla in questo modo, infatti i due riuscirono a partecipare personalmente all’arresto di Mussolini.
Ora mi dispiace molto non sapervi dire come morirono e chi fu a ucciderli, ma vi dico che li ho sempre ricordati come due integerrimi e onesti combattenti partigiani e così li ricorderò fino alla mia morte.»

Prima di concludere l’intervista, chiediamo a Wilma del dopoguerra, di quali fossero i sentimenti e di come, effettivamente, si riuscirono a superare il dolore e le perdite.
Per rispondere a questa domanda Wilma si sofferma su tre parole: paura, attesa e precarietà. Senza dubbio il primo sentimento che pervase gli animi di tutti fu la gioia e il sollievo, ma subito dopo ci fu la paura, perché nessuno sapeva cosa sarebbe successo e c’era grande attesa di un futuro migliore. La precarietà invece era dovuta alle condizioni di vita, alla scarsità di alimenti e alla dilagante disoccupazione.
Wilma si concentra soprattutto sulla condizione femminile: le donne in periodo di guerra non avevano fatto solo la staffetta, che tra l’altro era qualcosa di estremamente rischioso. Dovevano anche occuparsi del nutrimento per tutta la famiglia e, ritrovatesi sole, con i mariti in guerra, dovettero anche lavorare per sostentare i figli. Paradossalmente, proprio questo venne criticato nel dopoguerra dai militari sopravvissuti, che si schierarono contro le donne, chiedendo che queste venissero licenziate, affinché essi potessero tornare a lavorare. Inoltre, furono molti gli episodi di violenze sulle donne da parte dei militari alleati e la prostituzione si diffuse.
«Solo con il tempo la situazione iniziò gradualmente a migliorare e si trovò una stabilità, che poi divenne progresso. Il modo in cui vivete oggi è solo il frutto della storia che vi ha preceduti e, sebbene io al solo ricordare tutti questi episodi rabbrividisca, sono felice di poterne essere testimone.»

La storia di Wilma Conti è più di una testimonianza per noi, è un esempio. Noi nuove generazioni che non abbiamo vissuto la guerra e il fascismo non possiamo capire cosa significhi vivere sotto un regime. Oggi esistono altre forme di controllo e di influenza, ma nessuno di noi è in grado di immaginare cosa voglia dire essere completamente soggiogati dal carisma di una persona al punto di non rendersi conto di aver totalmente perso la propria libertà. Oggi esiste sempre una forma di opposizione o di confronto su qualunque tema, in un totalitarismo questo non è possibile. Ogni idea non conforme deve essere eliminata. Sotto il fascismo non esisteva libertà di stampa, di assemblea, di opinione e, con la mancanza di queste, la stessa libertà di pensiero andava assopendosi. Dalla testimonianza di Wilma abbiamo osservato come tutto questo successe davvero. La nostra intervistata è nata e cresciuta sotto il regime fascista e nel momento più importante per la sua formazione, a scuola, non ha visto attorno a sé alternative in grado di far nascere in lei un senso critico verso la società in cui viveva. Nemmeno la posizione politica dei suoi genitori, socialisti, le era inizialmente apparsa come un’opzione, perché per lei il regime era la scelta logica e corretta. Questo dimostra quanto sia importante far sviluppare, anche tramite l’istruzione, una coscienza critica in ogni singola persona, perché è stata la somma di tutti quegli individui che, come Wilma, si sono fatti convincere dalle promesse di una personalità carismatica quale era Mussolini, a permettere l’ascesa del regime.
Wilma durante l’intervista ha più volte insistito su quanto il Duce fosse un riferimento, molto più importante di un semplice capo politico. Il fascismo era il centro della vita quotidiana di tutti, non era qualcosa che si poteva semplicemente ignorare. Chi ne ha visto l’avvento si è dovuto adattare e chi è nato quando si era già affermato non ha mai conosciuto altro. Il fascismo era nelle scuole, nelle piazze e nelle case e in quest’ottica si può capire perché la popolazione lo sostenesse. Qualcosa di veramente importante dev’essere allora successo per aver provocato la caduta del regime. Per la popolazione e per Wilma la consapevolezza che la situazione critica in cui si trovava l’Italia fosse colpa del fascismo arriva dopo l’8 settembre 1943, con l’annuncio della cobelligeranza con gli alleati e il loro successivo sbarco in Sicilia. È interessante notare come il governo avesse già dimesso Mussolini prima che questi perdesse completamente l’appoggio della popolazione. Questo sta ancora una volta a indicare quanto la formazione, di certo più alta nei politici che erano sicuramente molto più informati sulla condizione interna ed estera dell’Italia, sia il mezzo necessario per capire la situazione e prendere la giusta decisione. Le cose sarebbero probabilmente andate in modo diverso se il livello medio di istruzione fosse stato più alto. Il sistema scolastico era completamente controllato dal regime e il livello culturale era molto basso: infatti, la popolazione prende coscienza della situazione tragica in cui si trova solo quando tutto quello in cui crede crolla. Ovviamente c’erano state delle voci di opposizione, ma erano state soffocate con censura e violenza. Nel momento in cui tutto si dissolve queste voci tornano a farsi sentire e questa volta vengono ascoltate. In questo contesto nascono le formazioni partigiane e anche Wilma prende coscienza di ciò che sta succedendo e si trova coinvolta, tramite la famiglia, nelle attività di Resistenza. Per lei questo è stato un cambiamento radicale, lei era una “Piccola Italiana”, ma tutte le sue certezze erano improvvisamente crollate.
Chiari e nitidi sono i suoi ricordi e ciò evidenzia quanto questi avvenimenti l’abbiano segnata e profondamente cambiata e sono state queste esperienze a renderla la persona che è oggi; la persona che con determinazione e insistenza ci ha invitati a vigilare, affinché quello che ha vissuto non si ripeta. «Vigilate, vigilate!» Queste sono le parole di Wilma che maggiormente rimarranno impresse nella nostra memoria. La persona che ha preso consapevolezza dell’importanza di conoscere e di scegliere e della responsabilità delle azioni del singolo sulla collettività. La persona che ha visto l’Italia morire e la stessa Italia risorgere, grazie a lei, alle formazioni partigiane e a tutti i suoi concittadini. Lei che a guerra finita ha proseguito gli studi e ha creato il suo futuro dimenticando tutto quello che le era stato imposto dal regime che l’aveva cresciuta, rifiutando il modello di donna e madre di casa che era stato programmato dal fascismo. Le formazioni partigiane, di cui lei faceva parte, in questo senso, diedero alla donna un ruolo più attivo. Le donne infatti svolgevano incarichi rilevanti. È importante sottolineare quanto nel movimento della Resistenza le donne non abbiano in nessun modo avuto un ruolo secondario, nonostante vengano spesso dimenticate o menzionate come semplici messaggeri. Le staffette rischiavano la loro vita cercando di sfuggire ai controlli per portare informazioni che erano essenziali per l’organizzazione e la sopravvivenza delle formazioni partigiane. Questa ritrovata e in qualche modo del tutto nuova partecipazione a movimenti d’opinione creò le basi per la formazione di una coscienza politica nelle donne che sfocerà nella richiesta di diritto di voto concesso nel 1945. La Resistenza non è dunque stata solo un movimento di liberazione nazionale, ma ha avuto un’importanza ancora maggiore. È stato il mezzo che ha portato a una più attiva e cosciente partecipazione politica maschile e femminile e ha rinforzato l’unità nazionale.
Testimonianze come quella di Wilma Conti devono essere custodite dalle nuove generazioni, perché sono la prova di come la storia non sia fatta di sole parole stampate, ma di persone che hanno vissuto, che hanno combattuto o che si sono arrese, che hanno creduto in qualcosa o si sono fatte conquistare dalle belle parole, persone che hanno lavorato e amato, che tutte insieme hanno costruito il mondo in cui viviamo oggi e che non vanno per nessun motivo dimenticate.

Ci rendiamo conto che l’occasione che abbiamo avuto è stata unica, ci ha permesso di conoscere la storia da un nuovo punto di vista, non quello dei grandi eventi, ma quello emozionale, lasciandoci un ricordo indelebile che avremo l’onore e il dovere di tramandare.
Durante l’incontro eravamo tutti in silenzio, intenti ad ascoltare la testimonianza di questa anziana signora che si è generosamente confidata con noi e ci ha reso partecipi, non solo delle vicende che aveva vissuto in prima persona, ma anche delle sue personali e intime emozioni.
Le parole di Wilma rimarranno per sempre nei nostri cuori.

Ci sentiamo in dovere di ringraziare la Signora Wilma Conti per la sua testimonianza e disponibilità, l’associazione ANPI e la nostra professoressa Nadia Bettazzoli, che ha curato i contatti utili all’intervista e che ci ha proposto di partecipare al presente concorso.

 

Gruppo di lavoro:

5aF e 5aH
Michela Bonsignori, Valeria Catapano, Mattia Cittadino, Chiara Macchi, Alessia Manno, Alice Moscatelli, Alessia Penati, Mattia Radice, Andrea Rumi

Insegnante coordinatrice
Prof.ssa Nadia Bettazzoli

Con la collaborazione della Prof.ssa Silvia Bocchio
e della Prof.ssa Anna Grattarola

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