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Cina: campagna anti-corruzione o di epurazione del partito?

aprile 4, 2015 • Mondo, z in evidenza

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Redazione

Secondo l’agenzia di stampa cinese Xinhua, sarebbero 15.450 i funzionari condannati ed epurati nello Shanxi, nel Nord della Cina, nell’arco del 2014 – fra cui sette di alto livello. È l’effetto della campagna anti corruzione lanciata recentemente in Cina: queste cifre ci danno il senso di quanto sia vasta la repressione e di quanto incida sulla struttura amministrativa del partito.

L’economia cinese sta rallentando, perciò Pechino ha deciso di adottare misure pesanti per eliminare i costi della corruzione. Ma resta da vedere se l’attuale campagna porterà davvero i frutti desiderati.
I funzionari provinciali in Cina ricoprono importanti funzioni dirigenziali a ogni livello di amministrazione. Dato che la presenza dello stato è maggiore che in altri paesi, la loro rimozione in massa incide pesantemente sul funzionamento della macchina burocratica, causando un peggioramento dei servizi. È vero che i Cinesi spesso sfruttano per fini personali le opportunità di guadagno che derivano direttamente dall’esercizio del potere, e che questo fenomeno va sradicato, ma rimuovendo troppo rapidamente i funzionari corrotti si rischia di svuotare la macchina burocratica delle competenze necessarie per portare avanti le funzioni di base.

È lecito inoltre chiedersi se dietro alla campagna contro la corruzione si celi il tentativo di epurazione anche di personaggi dissidenti. Non sarebbe la prima volta: Deng Xiaoping a suo tempo aveva rimosso un gran numero di sostenitori della Banda dei Quattro dopo il 1976; Mao prima di lui aveva fatto altrettanto durante la Rivoluzione culturale. Le epurazioni per essere incisive devono essere necessariamente di ampia portata: dopo la morte di Mao, la Cina impiegò un decennio per rimpiazzare i quadri eliminati.

La crescita rallenta, il presidente Xi Jinping sa di dover cambiare passo. Occorre provvedere al vasto entroterra ancora poverissimo, e ogni minimo rallentamento rischia di minare il futuro e le speranze di centinaia di milioni di Cinesi. Per garantire una crescita equilibrata ed evitare fratture sociali, Pechino deve conciliare gli interessi delle regioni interne, che hanno bisogno di investimenti e trasferimenti di grandi somme per uscire dalla povertà, con gli interessi delle regioni costiere, che non vogliono rinunciare ai propri guadagni.

I recenti arresti vogliono essere un monito per chi pensa di mettere i bastoni fra le ruote al governo nel processo di trasformazione del modello economico e sociale. Ma i risultati dell’operazione sono tutt’altro che chiari.

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