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Diritti umani, Italia degli orrori

febbraio 27, 2015 • Agorà, z in evidenza

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di Angela Spiteri

In occasione del 10° anniversario della scomparsa del suo fondatore, l’avvocato inglese Peter Benenson, Amnesty International, la più grande organizzazione internazionale che opera in quasi tutti i paesi del mondo a difesa dei diritti umani, premio Nobel per la pace nel 1977, ha pubblicato il consueto report annuale in cui documenta lo stato dei diritti umani nel mondo.

Il documento, pubblicato in italiano dalla casa editrice Castelvecchi, descrive in poco più di quattrocento pagine le realtà di 160 paesi, inclusa l’Italia, riferite all’anno appena trascorso, consegnandoci una vera e propria mappatura delle violazioni commesse in tutto il 2014: dalle manifestazioni in piazza di Kiev ad inizio anno alle violenze di Boko Haram, e poi quelle del gruppo dello Stato Islamico, dalle vittime del conflitto tra Israele e Hamas in luglio, agli studenti uccisi in Messico da pubblici funzionari collusi col crimine organizzato ed alle vittime del Mediterraneo, fino alla pubblicazione in dicembre del documento che prova l’uso della tortura da parte della Cia.

I risultati della ricerca disegnano un quadro estremamente negativo. Come ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty international “quello passato è stato un anno devastante per chi difende i diritti umani e per chi soffre nelle zone di guerra”.

I dati più allarmanti, oltre a quello sulla libertà di espressione limitata in 119 sui 160 paesi studiati da AI, riguardano gli episodi di maltrattamento e tortura, registrati nell’82 per cento, ben 131, dei paesi presi in considerazione; 18 quelli nei quali sono stati commessi crimini di guerra o altre violazioni delle “leggi di guerra” ed almeno 35 quelli nei quali gruppi armati hanno commesso abusi (oltre il 20 per cento dei paesi oggetto di studio).

Particolare preoccupazione desta la crescita del potere di gruppi armati che assumono il controllo di territori sempre più vasti sottoponendo le popolazioni civili ad attacchi barbarici, persecuzioni e discriminazioni. Questo, di riflesso, rende prevedibile il peggioramento delle crisi umanitarie con, da una parte, un aumento del numero di rifugiati e sfollati in fuga dai conflitti (solo quattro milioni sono attualmente quelli in fuga dal conflitto della Siria ed il 95 di questi è accolto nei paesi confinanti) , dall’altra, la comunità internazionale sempre più incapace di fornire assistenza e protezione con i singoli governi che via via si vanno impegnando nella protezione e nella chiusura delle frontiere. Sullo sfondo il fallimento delle Nazioni Unite e gli evidenti segnali di ritorno alla guerra fredda.

Guardando all’Italia, poi, il report si concentra su sei aree (diritti di rifugiati e migranti, discriminazione contro i Rom, controterrorismo e sicurezza, tortura e maltrattamenti, decessi in custodia) e fotografa un paese in cui nel dibattito politico e a cascata nella maggior parte delle dinamiche sociali, delle relazioni economiche e nell’azione pubblica è assente la centralità dei diritti umani – come spiega Gianni Rufini, Direttore Generale di Amnesty International Italia – ammonendo il nostro paese per non aver ancora provveduto all’istituzione di un organo nazionale indipendente per la tutela dei diritti umani nonostante siano passati più di vent’anni dalla Risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU48/134 del 20 dicembre 1993 (Istituzioni nazionali per la promozione e la protezione dei diritti umani ), e per non essere adempiente agli obblighi imposti dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e i trattamenti crudeli e degradanti ratificata con la legge n. 489 del 3 novembre 1988 innanzitutto a partire dalla mancata introduzione del reato di tortura nel nostro codice penale.

Nel dettaglio il report analizza gli abusi commessi con un particolare riferimento alla situazione dei rifugiati denunciando il drammatico passo indietro fatto con il passaggio dall’operazione italiana Mare Nostrum a Triton sotto l’egida dell’Agenzia Europea Frontex, aggravato da un sistema di ricezione gravemente carente e inadatto. Grave rimane, causa il fallimento della “legge Rosarno” del 2012, la situazione dello sfruttamento clandestino della manodopera immigrata in diverse regioni del paese, soprattutto nel settore agricolo. Preoccupante ancora il ritardo nel miglioramento della situazione carceraria, che ci è costata una condanna della Corte Europea nel 2013 per le condizioni disumane e degradanti e il sovraffollamento, aggravata dall’impunità per le forze dell’ordine nei casi di abusi (come quelli di Genova del 2001) e decessi per violenze ingiustificate o uso sproporzionato della forza di persone arrestate o fermate dalle forze di polizia.

L’Italia è indietro anche nella tutela della comunità lgbt (Lesbiche, gay, bisessuali e transgender), ritenendosi necessaria una legge che riconosca l’omofobia come aggravante nei casi di violenza e odio. A livello globale invece sarebbero 78 i paesi in cui sono in vigore leggi usate per criminalizzare le relazioni sessuali consensuali tra adulti dello stesso sesso.

Avverte l’ong, che le politiche sempre più stringenti e repressive che i governi in Europa e nel resto del mondo hanno adottato nell’ultimo anno, come “un’ingiustificata sorveglianza di massa” o “le nuove norme antiterrorismo” rischiano di essere controproducenti e creare anzi le condizioni favorevoli solo per gli estremismi – spiega Antonio Marchesi, presidente della sezione italiana di AI. Per questo se i leader mondiali si ostineranno a dare risposte ancora sbagliate e non agiranno immediatamente di fronte alla mutata natura dei conflitti la situazione nel biennio 2015-2016 non è difficile immaginare che possa solo peggiorare ulteriormente.

Amnesty International chiede quindi ai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU, rimasto inerme di fronte alle varie crisi in Siria, Iraq, Gaza, Israele e Ucraina anche di fronte crimini contro la popolazione civile da parte degli stati o dei gruppi armati, di rinunciare al loro diritto di veto nei casi di genocidio o di altre atrocità di massa, per lasciare “alle Nazioni Unite un più ampio margine d’azione per tutelare i civili in caso di gravi rischi per le loro vite” – afferma Marchesi.

Poichè sono sotto gli occhi di tutte le conseguenze di un irresponsabile flusso di armi che ha solo fornito enormi arsenali pronti all’uso di chiunque, l’ong auspica inoltre che tutti gli Stati ratifichino il Trattato sul commercio delle armi, entrato vigore nel dicembre 2014 anche grazie a una lunga campagna di Amnesty International e di altre organizzazioni durata oltre 20 anni. Il trattato, che ha l’obiettivo di limitare i trasferimenti internazionali di armi e munizioni, consta di 130 Paesi firmatari e 62 ratifiche e devono ancora ratificarlo, tra gli altri, Stati Uniti d’America, Cina, Canada, India, Israele e Russia.

Infine, l’ Ong chiede a gran voce ai paesi ricchi di assistere e proteggere, intensificando gli sforzi politici e destinando maggiori risorse, chi fugge dai pericoli, anche attraverso il reinsediamento dei rifugiati più vulnerabili.

Il report, che arriva all’indomani dal ritrovamento a Tripoli del corpo senza vita di Intissar al-Hasaari, militante per la difesa dei diritti umani, apre, attraverso le parole del suo segretario generale, alla speranza che il 2014 possa essere stato il punto più basso, e da qui ripartire per creare un futuro migliore di un futuro migliore.

Con sguardo disincantato però ci accorgiamo quotidianamente che non ne esistono le condizioni, nonostante alla fine queste si risolvino in una certo non semplice ma mai così urgente questione di volontà politica.

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