MENU

La battaglia delle lingue

febbraio 26, 2015 • z editoriale

0-einstein

Gianfranco Pagliarulo

E’ di pochi giorni fa, su Repubblica, un ampio servizio in merito ad una raccolta di firme in calce a un appello all’Accademia della Crusca affinché questa difenda la lingua italiana dall’invasione dei moderni ultracorpi: gli anglismi, o anglicismi che dir si voglia. Il tema si presta a molte riflessioni. Va da sé che la lingua di un popolo cambi e “si mescoli” col tempo, per una serie composita e per molti aspetti imprevedibile di eventi. E’ altrettanto evidente che nella stessa nozione di “popolo” o, meglio, di “nazione”, sia compresa l’esistenza di una lingua comune. 

Mi pare ragionevole pensare che la lingua italiana moderna, dopo la tardiva unità del Paese, sia divenuta davvero nazionale nel corso di due scaglioni temporali: gli anni tremendi della Prima Guerra Mondiale, quando sardi e pugliesi, lombardi e calabresi si trovarono a combattere (e a morire) nelle stesse trincee e, molto dopo, dai primi anni 50 in poi, grazie alla diffusione sempre maggiore della televisione.


La domanda oggi è: a che punto siamo? Cosa sta avvenendo? Certo, l’italiano è senz’altro diventato la lingua nazionale; rimane la presenza anche diffusa dei dialetti con la loro insostituibile ricchezza, ma essi sono oramai in grandissima parte aggiuntivi e non alternativi all’italiano.


La novità è la presenza, in particolare fra le giovani generazioni, di una “neolingua” infarcita non solo di anglismi, ma anche di semplificazioni, anacoluti e abbreviazioni. Le cause –  pare – sono molteplici: in primo luogo i media elettronici, poi la globalizzazione, poi un suo specifico aspetto, e cioè il fenomeno migratorio. Ma ciascuna di queste andrebbe analizzata. Sicuramente la globalizzazione ha richiesto un moderno esperanto, dato il fallimento dell’illuministico tentativo di fine Ottocento; l’angloamericano è diventato lingua universale, credo in particolare dopo le due Guerre e, più recentemente, dopo la scomparsa dell’“eresia” dei Paesi dell’Est.

Va aggiunto che al trionfo di questo idioma ha corrisposto l’egemonia tendenzialmente “universale” della sua cultura. Ma è ancora così, oppure il modello angloamericano, nel suo insieme, sta tramontando? Sembrerebbe plausibile la seconda ipotesi, nel senso di un lento avvio del declino, a cui corrisponde la crescita progressiva del modello dell’Estremo Oriente. Certo, questo sta vincendo dal punto di vista economico ma non ancora dal punto di vista culturale e tantomeno, per ovvi motivi, come diffusione della lingua. Eppure è opportuno supporre che sul lungo periodo tale modello influenzerà sempre di più la cultura mondiale, se è vera la progressiva marginalizzazione (in realtà automarginalizzazione) dell’Europa e lo scivolamento verso in basso del modello americano. D’altra parte il fenomeno della moderna migrazione richiede un linguaggio comune, ed oggi questo è prevalentemente quello angloamericano.

Col tempo, tuttavia, e con le seconde generazioni di migranti, tale linguaggio non dovrebbe avere più ragion d’essere: la vita, le amicizie, la scuola porteranno (stanno già portando) i giovani a parlare sempre più in italiano.
Ma il vero fatto sconvolgente è il portato dei nuovi media e dei social network: l’angloamericano è la lingua del computer, dal
file alla directory allo scanner al backup al link e così via; è interessante notare che non si è neppure provato a tradurre in italiano il linguaggio del computer, anzi mi pare che sia avvenuto esattamente l’inverso, e cioè una sorta di “trascinamento” che tale linguaggio ha determinato anche relativamente a circostanze che non hanno nulla a che vedere con la tecnica informatica.

L’uso delle chat, degli sms, di Twitter, poi, ha determinato una semplificazione impressionante ed una straordinaria diffusione della comunicazione per acronimi o per altre stravaganti formulazioni; basti pensare al “tvb” (per “Ti voglio bene””) o al “c6?” (per “Ci sei?”). Basta fare un giro su Google per scovare vari “vocabolari” delle chat e degli sms.

E’ ovvio che la cifra di questa mutazione è un impoverimento impressionante della lingua italiana; questo fenomeno è contestuale al progressivo allontanamento dai libri: in un anno – dal 2013 al 2014 – la quota degli italiani che ha letto perlomeno un libro è scesa dal 43 al 41.4%, confermandosi la più bassa d’Europa (in Germania è dell’83%) (http://espresso.repubblica.it/visioni/societa/2015/02/12/news/libri-la-resistenza-dei-lettori-forti-1.199208). Certo, c’è una crescita degli e-book (a proposito di anglismi!), ma la deriva sembra difficilmente arrestabile; non si tratta di una lettura solo quantitativamente minore; lo è anche qualitativamente: la modalità dei lettura dei grandi quotidiani online, per esempio, è molto più “veloce” e superficiale della medesima sul cartaceo, mentre cambia il modo di parlare (e, temo, anche di scrivere) con la progressiva scomparsa del congiuntivo, che è ragione del nostro profondo e motivato cordoglio.


Se a questi macrofenomeni si aggiunge la funzione sempre meno qualificata della scuola e dell’università, si può concludere che il quadro del rapporto fra gli italiani e la loro lingua sia piuttosto inquietante. Si prenda, per esempio, il linguaggio economico istituzionale:
call center, fiscal drag, job act, mobbing, stand-by, governance, austerity, authority, spread. Oppure la “novità”, in vigore da molti anni, per cui gran parte dei titoli dei film che andiamo a vedere sono in inglese. O infine la recente, a mio avviso sconcertante, pubblicità istituzionale di Roma: “Rome & You”. Trionfano l’anglismo e la semplificazione. Dunque un nuovo mito.

Umberto Galimberti, nella prefazione del suo volume “I miti del nostro tempo”, scrive di “idee che ci possiedono e ci governano con mezzi che non sono logici, ma psicologici (…). I miti sono idee semplici che noi abbiamo mitizzato perché sono comode, non danno problemi, facilitano il giudizio, in una parola ci rassicurano, togliendo ogni dubbio alla nostra visione del mondo”. Ebbene, mi sembra che la riflessione di Galimberti si possa rivolgere propriamente anche ai fenomeni di mutazione della lingua che stiamo vivendo.
Il che propone, dal punto di vista tendenziale, un problema culturale e politico serio, e cioè quello dell’identità di un popolo. Che fare? Le risposte “autarchiche”, prima che essere inutili, fanno ridere.

E d’altra parte va contrastata una deriva “nazionalistico-purista”: nessuno mette in dubbio l’opportunità delle contaminazioni e persino l’utilità del “meticciato”. Il problema è capire se è stato o meno superato il limite di guardia e di salvaguardia dell’autonomia della lingua italiana, cioè del senso di essere popolo-nazione.

La risposta non può che essere compresa nelle scelte della politica italiana: la chiave è nella formazione in ogni suo aspetto e nella politica culturale; ci vorrebbe cioè un progetto di valorizzazione dell’Italia, delle sue bellezze e della sua cultura; dentro questo progetto c’è la pienezza (e la bellezza) della lingua italiana. Occorre notare che il tema non è solo la lingua, perché la semplificazione e/o gli anglicismi portano, nella loro assunzione passiva, ad una diminuzione del senso critico. Chi metterebbe in dubbio il totem dello spread o della governance?

Si tratta di parole-concetti che ci hanno fatto introiettare come verità assolute, inconfutabili, “certezze”, la cui critica, prima ancora di essere giudicata errata, viene giudicata illegittima. E’ la storia d’Europa – e d’Italia – degli ultimi sei anni. Così come è vero, come scriveva Marx nell’”Ideologia tedesca”, che le idee dominanti sono quelle delle classi dominanti, così è vero, mi sembra, che le parole dominanti sono quelle delle classi dominanti.

Questo è un altro – e non piccolo – dei problemi della neolingua. Da ciò l’urgenza di una formazione e una politica culturale che promuova e incentivi la visione critica del mondo e il pluralismo delle idee. Allo stato delle cose, in sostanza, in Italia avviene l’esatto contrario. Appunto.

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »