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Fondamentalismo, radici, soluzioni, ruolo del regime iraniano

febbraio 22, 2015 • Medio Oriente, z in evidenza

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo il discorso di Maryam Rajavi presidente eletta del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana al Consiglio d’Europa 

Massacrare giornalisti nel loro ufficio, sparare a civili indifesi, giustiziare dei feriti, prendere ostaggi, terrorizzare comuni cittadini e giustificare crimini contro l’umanità sotto il vessillo dell’Islam hanno ferito la coscienza del mondo. Lo spirito dell’Islam respinge queste azioni con la massima ripugnanza.

Questo tipo di terrorismo e barbarie fu iniziato, molti anni fa, dalla fatwa di Khomeini per l’uccisione dello scrittore Salman Rushdi e degli editori e traduttori del suo libro. 

Nello stesso tempo, tale barbarie è ben nota nella forma di un regime che ha esercitato il potere sul mio popolo in Iran negli ultimi 36 anni, sfruttando la religione per incatenare una nazione che anela alla libertà.

Il fondamentalismo islamico, che ha mostrato uno scorcio della propria vera natura durante il massacro di Parigi il 7 gennaio, può essere studiato in molti aspetti, incluse le circostanze storiche che hanno scatenato il suo emergere, le dinamiche sociali che ne hanno facilitato lo sviluppo e la crescita, le politiche internazionali che hanno permesso l’espansione di una tale forza distruttiva, la sua natura e le sue caratteristiche, la sua incongruità con Islam, e altro ancora.

Tuttavia, poiché la recente tragedia ha portato molti a concludere giustamente che l’attuale approccio nel contrastare il fondamentalismo ha avuto l’effetto opposto, consentitemi di usare questa opportunità per parlare della strategia corretta e vincente contro il fondamentalismo islamico.

Lasciatemi introdurre ciò di cui parlerò dicendo che questa discussione va oltre un semplice esercizio accademico ed è immersa in una sanguinosa e lunghissima esperienza di resistenza contro il fascismo religioso al potere in Iran.

In un libro pubblicato nel 1993, intitolato “Fondamentalismo islamico: la nuova minaccia globale”, la Resistenza iraniana spiegò chiaramente come, dopo essere stato sconfitto nella sua guerra di otto anni con l’Iraq, il regime dei mullah al potere in Iran aveva compiuto un balzo attraverso la regione, dal Caucaso al Medio Oriente e al Corno d’Africa, riconvertendo la propria capacità organizzativa nel condurre la repressione all’interno dell’Iran e nell’esportare il terrorismo al di là delle sue frontiere.

Nel 1995, parlai nel municipio di Oslo in Norvegia e misi in guardia circa il sorgere della minaccia del fondamentalismo islamico guidato dai mullah al potere a Teheran, e rivolsi un appello per la formazione di una coalizione internazionale contro di esso.

Deplorevolmente, allora, governi, centri di ricerca e intellettuali ignorarono tali ammonimenti, che si basavano sulla lotta del popolo iraniano contro la tirannia religiosa.

Non è ancora troppo tardi per la comunità internazionale per imparare dai gravi eventi del nostro tempo e per seguire un percorso adeguato.

Avendo in mente questo scopo, vorrei parlarvi di quattro argomenti.

Primo: il fondamentalismo islamico, sia nella essenza che nella sua condotta politica quotidiana, rappresenta una guerra sempre più minacciosa contro l’umanità, che determinerà il destino di questa forza reazionaria.

Secondo: la nascita e la crescita di gruppi fondamentalisti non sono spontanee, ma sono funzione di un asse e di un sistema nervoso centrale che li guida, che è il regime al potere in Iran.

Terzo: il fondamentalismo islamico è un’unica ideologia velenosa che non segue la separazione fra sciiti e sunniti. Il criterio della barbarie e la minaccia dei fondamentalisti non riguardano una pretesa adesione all’Islam sciita o sunnita; piuttosto, il fattore decisivo è l’estensione della dipendenza dalla fonte del fondamentalismo a Teheran.

Quarto: espellere il regime iraniano da Iraq e Siria è il più importante fattore di una strategia vincente. Una lotta esistenziale

Occorre prima di tutto considerare la realtà di una guerra minacciosa. Sotto il potere del fascismo religioso in Iran, la nostra società è attanagliata da quotidiane e brutali violazioni dei diritti umani, incluse 1.200 esecuzioni durante la presidenza di Rouhani. In Iraq, la barbarie del gruppo ISIS da una parte, e la pulizia etnica e il genocidio commessi da milizie pro-regime iraniano dall’altra sono in crescita.

In Siria, i massacri e la devastazione perpetrati dalla dittatura di Bashar Assad producono catastrofi continue. Aggiungete a tutto questo l’assassinio di giornalisti a Parigi, il massacro di studenti in una scuola in Pakistan e l’incendio di un’intera città in Nigeria. Tutti questi accadimenti rappresentano diversi volti di un’unica guerra: la guerra condotta dal fondamentalismo islamico contro tutta l’umanità.

Sarebbe un errore presumere che la strage di oltre 200.000 siriani faccia precipitare solo quel Paese nella rovina e nella devastazione. No; noi vediamo proprio davanti ai nostri occhi che le fiamme di quella guerra si diffondono ovunque: dall’Iran all’Iraq, dall’Iraq alla Siria, al Libano e alla Palestina, allo Yemen e ad altri Paesi, anche raggiungendo il cuore dell’Europa.

Questo assalto è essenzialmente lanciato da una forza che non può immaginare la propria sopravvivenza o ritagliarsi un futuro in questa era. Ecco perché è impegnata in una lotta per il destino.

La sua tattica centrale è commettere senza scrupoli crimini contro l’umanità; dal massacro di 30.000 prigionieri politici (nel 1988) o dal gettare acido su visi di donne in Iran, al decapitare cittadini occidentali in Siria, o trasferire forzatamente cristiani in Iraq e uccidere giornalisti in Francia.

Essa non riconosce alcuna forma di distensione, contenimento, ridimensionamento o moderazione, poiché la sua stessa esistenza è in questione, e continuerà a fare guerre fino a quando continuerà a sopravvivere.

Respingere la nozione di spontaneità

Il fenomeno del fondamentalismo, con tutto l’inganno e tutta la crudeltà associati, non è sorto accidentalmente né si è espanso spontaneamente. È stato solo attraverso l’esistenza di un regime sostenitore del terrore; il velayat-e faqih (potere clericale assoluto) in Iran, che il fondamentalismo islamico è riuscito a trasformarsi in una minaccia globale. Senza l’attuale regime in Iran, le forze reazionarie non avrebbero raccolto un tale potenziale e la prospettiva di emergere come forze politiche distruttive.

Questa è la più importante realtà concernente il fondamentalismo islamico.

All’interno della Costituzione del regime, l’esportazione del fondamentalismo è stata codificata negli articoli 3, 11 e 154 sotto la maschera del “sostegno inflessibile per gli oppressi del mondo” o del creare “unità nel mondo islamico”.

Nel suo testamento, il fondatore della dittatura religiosa, Khomeini, rivolse un appello per il rovesciamento di tutti i governi esistenti nel mondo musulmano, seguito dalla cacciata dei loro capi e dall’instaurazione di “un solo Stato islamico con repubbliche libere e indipendenti”. L’attuale ‘Guida Suprema’ del regime, Ali Khamenei, ha dichiarato se stesso la fonte di emulazione per tutti gli sciiti anche al di fuori dell’Iran, cosa che indica il desiderio del regime di divorare altri Paesi.

La terroristica Forza Qods, che fu costituita un quarto di secolo fa dal regime, è lo strumento per esportare il fondamentalismo. Ciascuno dei nove reparti della Forza Qods ha come obiettivo un Paese o una regione particolare.

Tuttavia, i migliori indicatori sono gli avvenimenti obiettivi:

Milizie in Iraq che sono repliche dell’ISIS – o, nelle parole di rappresentanti curdi iracheni, peggiori dell’ISIS –, impegnate a perpetrare crimini contro l’umanità, sono comandate da Teheran;

Il gruppo libanese Hezbollah dipende dalla Forza Qods, e i suoi fili finanziari e politici sono tutti tirati da Khamenei stesso;

Il gruppo Houthi nello Yemen e il suo bellicismo diretto a conquistare il Paese sono guidati dal regime iraniano;

La guerra di sterminio contro il popolo siriano volta a preservare il potere di Bashar Assad è fondamentalmente comandata dall’IRGC (il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane). Fonti internazionali dicono che il regime iraniano spende fra uno e due miliardi di dollari al mese per preservare il regime siriano;

Nel settembre 2014, un membro del ‘Parlamento’ dei mullah (Majlis) ha detto: “Attualmente, tre capitali arabe sono nelle mani dell’Iran, e Sana’a sarà la quarta. […] Noi perseguiamo l’integrazione dei Paesi islamici”;

Un’indagine durata sei anni, i cui risultati sono stati pubblicati dal “New York Times” nel gennaio 2013, mostra che le origini di tutte le cartucce di armi da fuoco usate in Africa possono essere ricondotte all’Iran;

Proprio la scorsa settimana un istituto di ricerca sulle armi in Gran Bretagna ha affermato in un rapporto di avere prove che l’Iran ha inviato armi alle milizie islamiche operanti nella Repubblica Centrafricana.

La conclusione di tutto questo è che il regime dei mullah al potere in Iran è l’asse dei fondamentalisti islamici in termini di ideologia, politiche, denaro, armi e supporto logistico.

È ovvio che gruppi come l’ISIS non rispecchiano Hezbollah in Libano o Badr, Asa’ib o Kata’ib in Iraq in quanto a legami con il regime iraniano. Dunque, come si possono considerare questo gruppo e la sua condotta barbarica come conseguenza del sostegno al fondamentalismo da parte del regime dei mullah?

La risposta è che, al di là di ogni forma di concreto legame politico o finanziario fra questi gruppi e il regime iraniano, il fattore determinante è la presenza di un regime fondamentalista al potere in Iran (il velayat-e faqih), che presenta un modello di riferimento e ispira la formazione di tutti i gruppi e le cellule fondamentalisti. In assenza di un tale regime, non ci sarebbe uno spazio intellettuale, ideologico o politico o una base centrale e un epicentro affidabile per la nascita e la crescita di tali gruppi. Inoltre:

in molti momenti durante gli ultimi vent’anni, il regime iraniano non ha risparmiato alcun sostegno finanziario o di armi a ISIS o ad al-Qaeda, e – cosa più importante – ha preparato il terreno per la loro avanzata;

per anni, molti elementi chiave di questi gruppi in Siria e in Iraq hanno trovato rifugio in Iran; 

se non fosse stato per la brutale repressione e la conseguente marginalizzazione dei sunniti in Iraq da parte del governo fantoccio dei mullah in Iraq, l’ISIS sarebbe stato privo delle circostanze favorevoli alla sua ascesa;

se non fosse stato per l’orribile strage del popolo siriano da parte di forze sotto il comando dell’IRGC, l’ISIS non avrebbe mai trovato un punto d’appoggio in Siria;

e se non fosse stato per il genocidio e la pulizia etnica condotti dalle milizie del regime iraniano negli ultimi mesi in Iraq, si sarebbero potute organizzare le forze sunnite irachene per sconfiggere la sfida dell’ISIS.

Sappiamo che è stato l’alleato dei mullah in Siria, Bashar Assad, a preparare indirettamente il terreno per la nascita e l’espansione dell’ISIS in Siria.

Il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius recentemente ha detto al Senato francese che il regime iraniano fornisce a Bashar Assad gli armamenti per i massacri così come denaro e forze di terra per commetterli.

Inoltre, sulla base di un’alleanza non scritta tra l’ISIS e il regime di Assad, nell’ultimo anno migliaia di membri dell’opposizione democratica siriana sono stati uccisi per mano di questo gruppo.

In realtà, i mullah al potere in Iran beneficiano direttamente o indirettamente di qualsiasi condotta terroristica o criminale mascherata da Islam. Dai massacri in Algeria negli anni Novanta alle terribili esplosioni in Iraq nell’ultimo decennio, essi si vedono avanzare ovunque. E ovunque l’estremismo mascherato da Islam è costretto a retrocedere il regime iraniano rischia di perdere.

Questo mese, il regime iraniano ha usato l’uccisione di giornalisti a Parigi come un pretesto per ricattare la Francia. Esponenti del regime, agendo come portavoce e messaggeri per questo crimine, hanno minacciato la Francia sostenendo che, se non muterà rotta in Siria e rifiuterà di sostenere Assad, tali uccisioni sono destinate a continuare. Milizie sciite: la principale minaccia e i più importanti strumenti di terrore e fondamentalismo

Un’altra importante misura che è necessaria nell’impostare un valido piano d’azione nella lotta contro il fondamentalismo è denunciare la narrazione infondata esposta da coloro che promuovono la condiscendenza (‘appeasement’) con il regime iraniano. Tale narrazione sostiene che il fondamentalismo sunnita sia più pericoloso che il fondamentalismo sciita, e che il primo possa essere affrontato con l’aiuto del secondo. Quindi, il fondamentalismo sunnita dovrebbe essere indebolito a beneficio del fondamentalismo sciita.

Questa narrazione distorta è intesa ad assolvere la condotta che accoglie e tollera le cosiddette milizie sciite del regime, mentre ignora il distruttivo dominio del regime clericale sui Paesi della regione. Questo è come cercare di evitare una buca e cadere in un pozzo.

Si tratta della narrazione che sostiene la stessa politica con la quale alcuni politici americani ed europei hanno guidato il mondo verso l’attuale disastro.

Questo accade mentre:

Primo: è vero che sciiti e sunniti hanno differenze di opinione riguardo a una parte limitata degli insegnamenti islamici. Tuttavia, le forme di fondamentalismo presentate sotto i vessilli di queste due fedi sono in essenza una sola cosa. Entrambe enfatizzano misoginia e discriminazione religiosa; entrambe, contrariamente ai versi del Corano, impongono religione e credenze con l’uso della forza; entrambe ricorrono a leggi dei passati millenni chiamate Sharia per applicare le più violente e disumane forme di punizione; ed entrambe perseguono un califfato reazionario, che si traduce nel crudele potere di un tiranno individuale. Una chiama questo velayat-e faqih (il potere assoluto dei chierici) mentre l’altra si riferisce ad esso come ad un califfato.

Non a caso, tre decenni fa, il fondatore del regime Khomeini disse esplicitamente in un discorso pubblico:

“Abbiamo bisogno di un califfo che possa amputare arti, frustare e lapidare a morte”.

Secondo: osserviamo la situazione in Iraq e cosa vi sta accadendo quotidianamente. Le cosiddette milizie sciite dei mullah, contando sull’appoggio di un sanguinario fascismo religioso, sono una minaccia molto maggiore per l’esistenza dell’Iraq. Anche attraverso queste cosiddette milizie sciite, i mullah hanno trasformato quattro Paesi arabi in teatri di terrorismo e distruzione.

Devo evidenziare che il fondamentalismo islamico non ha connessione con le verità delle fedi sciita e sunnita. Il fondamentalismo rappresenta una visione distorta dell’Islam e, poiché esso è al potere in Iran oggi, le milizie che sostengono di essere sciite sono cento volte più pericolose. Lo spirito dell’Islam, la fede sciita e i loro aderenti odiano e disprezzano questo sinistro fenomeno.

L’esportazione del fondamentalismo: un bisogno vitale

Perché i mullah hanno bisogno di bellicismo, terrorismo e istigazione di crisi all’esterno dei confini dell’Iran? Per la stessa ragione per la quale hanno bisogno di reprimere la società iraniana all’interno. Si tratta essenzialmente dell’intrinseca debolezza del regime, della mancanza di sostegno sociale, dell’insufficienza di legittimazione politica e spirituale, e della fondamentale incongruità di un regime corrotto, regressivo e reazionario rispetto alle esigenze di progresso della società iraniana, incluse libertà e democrazia. Questo significa permanente instabilità ed estrema vulnerabilità per il regime dei mullah nel confronto con una società profondamente scontenta.

Come il leader della Resistenza iraniana, Massoud Rajavi, ha detto, “negli ultimi tre decenni, il regime del velayat-e faqih ha compiuto il massimo sforzo per colmare un profondo baratro storico che esiste fra il ventesimo e il ventunesimo secolo da una parte, e il medio evo e il regime clericale dall’altra. Ha cercato di farlo usando patiboli, esecuzioni, guerre ed esportando crisi, ideologia reazionaria e terrorismo. Nonostante tutto questo, tuttavia, il regime non è riuscito ad ottenere la propria stabilità”.

L’obiettivo dei mullah nell’esportare guerra e terrorismo sotto il vessillo dell’Islam oltre i confini iraniani è di preservare il proprio potere a Teheran. Nel dicembre 2014, il segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale del regime, Ali Shamkhani, ha toccato questo punto dopo l’uccisione di uno dei massimi comandanti della Forza Qods in Iraq. Parlando al suo funerale, Shamkhani ha detto: “Coloro che sono malati diffusori di notizie false chiedono perché interferiamo in Iraq o in Siria. La risposta a questa domanda è chiara. Se [i nostri comandanti] non sacrificano il proprio sangue in Iraq, allora il nostro sangue sarà sparso a Teheran, nella regione dell’Azerbaijan, a Shiraz e ad Isfahan”.

Shamkhani ha rimarcato: “Per evitare di avere il nostro sangue sarà sparso a Teheran, dobbiamo sacrificare il nostro sangue in Iraq e difenderlo”.

Questo davvero riassume l’intera storia. Il fondamentalismo islamico è stato sconfitto in Iran. Quindi, infliggendo terrorismo e bellicismo all’esterno dell’Iran, i mullah perseguono disperatamente la persistenza di tirannia, misoginia e discriminazione su base religiosa, cercando di preservare il proprio fatiscente regime.

Una strategia perdente contro una strategia vincente

Due caratteristiche principali configurano una strategia perdente: una è la debolezza dei governi occidentali di fronte al programma di armamento nucleare del regime iraniano, e l’altra è l’inclusione del regime nella coalizione internazionale contro l’ISIS o il corteggiarlo in qualche modo in Iraq e in Siria.

Cosa è così pericoloso nell’accondiscendenza con il regime rispetto al suo programma nucleare?

Il fatto che consentirebbe l’ottenimento di armi nucleari a un fascismo religioso che è causa di instabilità nella regione ed è il principale sostenitore del terrorismo.

Cosa è così pericoloso nell’associarsi con il regime iraniano in Iraq?

Il fatto che alla terroristica Forza Qods del regime sarebbe dato spazio per operare in Iraq e condurre attacchi da lì, devastando altri Paesi della regione con fuoco e massacri.

Un anno dopo l’attacco guidato dagli Stati Uniti contro l’Iraq, misi in guardia sul fatto che la minaccia dell’ingerenza del regime iraniano in quel Paese è cento volte più grande perfino della sua minaccia nucleare. Ora, devo ancora una volta ripetere quell’ammonimento. Associarsi con i mullah in Iraq fornirebbe loro un’arma distruttiva che è cento volte più letale di un’arma nucleare.

Alcuni politici abbracciano deliberatamente l’ingenuità, accettando cooperazione e associazione con il regime iraniano in Iraq come un incentivo perché esso abbandoni il programma di armamento nucleare. Ma se i mullah diventano più aggressivi in Iraq essi non abbandoneranno quel programma.

Ci sono anche alcuni che sostengono che non associarsi con i mullah in Iraq o cercare di espellerli dal Paese porterebbe alla guerra. Questo o è basato su un punto di vista enormemente sbagliato o riflette una deliberata doppiezza. Infatti, incidentalmente il più importante fattore nel condurre alla guerra sarebbe l’opportunità data ai mullah di influire con ingerenza e terrorismo se essi fossero accettati come associati in Iraq.

Sull’orlo della Seconda Guerra Mondiale, quando il regime nazista stava pianificando di iniziare il conflitto, concedere ad esso più regioni di influenza e di dominio portò forse alla pace o appiccò l’incendio della guerra?

Nel 2003, quando gli Stati Uniti invasero l’Iraq, la loro collaborazione con il regime clericale in Iraq portò forse stabilità, sicurezza e progresso per il Paese o trasformò l’Iraq in una base di lancio per terrorismo e fondamentalismo diretti da Teheran?

È opportuno notare che, se non fosse stato per il governo fantoccio manovrato dal regime iraniano in Iraq, l’ISIS non sarebbe mai emerso nel Paese. E, come il presidente francese François Hollande ha affermato recentemente, se i governi occidentali avessero “agito tempestivamente” nel 2013 per fermare i massacri in Siria, essi avrebbero prevenuto gli estremisti dal guadagnare maggior terreno.

Sì: quando non si agisce tempestivamente, ciò che segue di solito sono inazione e silenzio inopportuni.

Se, dall’inizio della rivolta del popolo iracheno in sei province alla fine del 2012, l’Occidente avesse evitato di agire come un ambivalente spettatore; se, dall’inizio della rivolta di popolazione e tribù nella provincia di Anbar alla fine del 2013, quando essi la liberarono dalla stretta di Maliki, l’Occidente non avesse esercitato silenzio di fronte ai crimini di Maliki e avesse scelto di sostenere i sunniti iracheni, inclusi i residenti di quella provincia; e se, di fronte alle ingerenze, al terrorismo e al bellicismo del regime iraniano in Iraq e in Siria, l’Occidente non avesse avuto una condotta segnata da accomodamento e debolezza, allora l’ISIS non avrebbe potuto conquistare il controllo su Mosul o su alcun altro luogo, e i più crudeli fondamentalisti, che pretendano di essere sciiti o sunniti, non avrebbero ottenuto un’opportunità per sopraffare il popolo della regione, espandendo la portata della propria barbarie fino alle vie di Parigi.

Ora, torniamo alla questione principale: cosa costituisce la strategia vincente contro il fondamentalismo islamico?

È chiaro che se la strategia è limitata ad operazioni militari e di intelligence essa non porterà lontano. Invece, dobbiamo identificare il principale nemico, il suo centro di comando, la sua ideologia, e l’antitesi a tale ideologia.

Devo evidenziare che se il regime del velayat-e faqih non è visto come il padrino del fondamentalismo islamico e il principale nemico della pace e della sicurezza per l’umanità, non ci può essere una strategia vincente.

Senza fare attenzione alle origini del fondamentalismo, ogni azione porterebbe solo a tagliare metaforicamente i rami o le foglie di quell’albero, lasciandone intatti tronco e radici.

Ecco perché, non ostanti tutte le campagne militari dopo l’11 settembre 2001, invece di essere sradicati, fondamentalismo e terrorismo si sono diffusi.

Su questa base, consentitemi di riassumere la risposta in alcuni punti.

Primo – espellere il regime iraniano dalla Siria e aiutare il popolo della Siria a rovesciare Assad.

L’attuale politica degli Stati Uniti, che chiude gli occhi sulla dittatura di Bashar Assad e combattono solo contro l’ISIS in Siria, non solo non risolverà la questione, ma rafforzerà il fondamentalismo. Senza rovesciare Assad, la guerra contro l’ISIS può indebolire quest’ultimo in Siria, ma contribuirà a rafforzare il ricorso al fondamentalismo nel mondo. Il primo anello significativo nella catena di azioni per sconfiggere il fondamentalismo nel mondo contemporaneo è il rovesciamento di Bashar Assad.

Secondo – espellere il regime iraniano, la Forza Qods e le cosiddette milizie sciite dall’Iraq.

È conoscenza comune che il regime iraniano e le sue milizie tengono sotto controllo vaste regioni dell’Iraq. La barbarie e la furia omicida di questi gruppi uguaglia o supera quella dell’ISIS.

Senza sradicare il regime iraniano e le sue milizie dall’Iraq, anche se la guerra contro l’ISIS indebolisse tale gruppo in Iraq, la sua influenza si diffonderebbe a livello internazionale.

Terzo – sostenere un Islam democratico e tollerante contro le interpretazioni fondamentaliste, sia sciite che sunnite.

L’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo dell’Iran (OMPI/MEK) è stata il portastendardo di un Islam democratico e tollerante in Iran, e ha avuto un ruolo centrale nello sconfiggere il fondamentalismo socialmente e culturalmente all’interno dell’Iran. Il regime iraniano quindi non governa facendo affidamento sulle credenze della popolazione, ma con un pugno di ferro. Questo mentre all’esterno dell’Iran, in Paesi come Iraq, Siria, Libano e Yemen, in assenza di un’interpretazione alternativa dell’Islam, lo stesso regime conduce le sue funeste politiche tradendo i musulmani e sfruttando la loro fede.

Quarto – la soluzione definitiva è nell’abbattimento del regime iraniano come epicentro del fondamentalismo e del terrorismo. Con la caduta del regime, al-Qaeda, ISIS, Hezbollah o Houthi non rappresenteranno più una grave minaccia alla pace e alla democrazia, saranno privati di potere e influenza, e infine diverranno gruppi isolati e irrilevanti. Sì: di fronte a questa forza distruttiva, la cui fonte è a Teheran, la comunità internazionale deve rispettare la lotta del popolo iraniano e l’alternativa democratica a questo regime, che è la Resistenza iraniana. In altre parole, invece di accondiscendere con i mullah, occorre riconoscere la volontà di cambiamento di regime del popolo iraniano.

La principale ragione per cui i mullah si concentrano nell’annientare o trasferire forzatamente i residenti amanti della libertà di Ashraf e Camp Liberty è che essi si sentono minacciati dalla sola alternativa al fascismo religioso. Purtroppo, tuttavia, in questi anni i governi occidentali non hanno concentrato le proprie risorse contro la principale minaccia alla pace e alla sicurezza globale la cui fonte è il fascismo religioso al potere in Iran, e hanno invece sacrificato i diritti umani, la libertà e la Resistenza iraniana. Questa è stata una deviazione catastrofica dalla lotta contro terrorismo e fondamentalismo.

Noi non dimentichiamo che in Francia la Resistenza iraniana fu incatenata per 14 anni da una causa giudiziaria che comprendeva centinaia di migliaia di pagine. Questo mentre, precisamente nello stesso tempo, terroristi e fondamentalisti stavano sfruttando la distrazione degli organismi competenti per crescere ed espandersi.

Un altro esempio molto importante è stata la condotta di Stati Uniti, Unione Europea e ONU riguardo ai residenti dei campi Ashraf e Liberty.

Al fine di compiacere i mullah, essi sono rimasti silenziosi sul trasferimento forzoso dei residenti di Ashraf, sulle condizioni di prigionia a Camp Liberty, sul loro disumano assedio e sui sei massacri condotti contro di loro.

Due anni fa, dissi da questo stesso podio: “Quando i governi occidentali restano in silenzio circa il massacro di membri dell’opposizione, essi stanno sacrificando il destino della regione”.

E quali sono stati i risultati di questo silenzio, oltre ad incoraggiare i mullah in Iraq e a rafforzare la loro determinazione di realizzare un’arma nucleare?

Quindi, rivolgo un appello a tutti gli Stati membri dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa affinché attuino un’iniziativa efficace per far cessare il disumano assedio su Camp Liberty, specialmente il blocco medico, e per ottenere che il campo sia posto sotto la supervisione delle Nazioni Unite.

Chiedo anche l’attenzione della comunità internazionale sul fatto che, contrariamente alla propaganda dei mullah, il cambiamento in Iran è a portata di mano; non da parte di potenze straniere o attraverso un intervento militare, ma da parte del popolo iraniano e della Resistenza iraniana. Questo è il cuore dell’equazione iraniana che l’Occidente ha mancato di comprendere.

Oggi il regime clericale è di fronte a una profonda crisi interna. Il popolo iraniano respinge il regime del velayat-e faqih. Esso vuole libertà e democrazia. Vuole libero accesso a Internet. Vuole parità di genere. Aspira alla prosperità. Vuole il cambio di regime.

Il regime iraniano è anche di fronte a un profonda crisi economica. La corruzione ha consumato il regime interamente. Dodici milioni di iraniani vanno a dormire affamati ogni notte. L’Iran ha uno dei tassi di inflazione più alti del mondo, e il tasso di disoccupazione è almeno del 40 per cento. Non ostanti tutte queste crisi, Hassan Rouhani ha aumentato il bilancio del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie per il prossimo anno del calendario persiano del 50 per cento.

Coloro che parlano di “temperanza e moderazione” all’interno del regime, come Rouhani o Khatami prima di lui, prescindendo dalle loro divergenze con la fazione dominante, condividono la stessa visione con altre fazioni quando si tratta delle linee rosse di sopravvivenza del regime, della sua Costituzione basata sul potere senza freni del califfo o ‘Guida Suprema’, e del ruolo di Khomeini e delle sue fatwa per l’esportazione del terrorismo e il massacro di prigionieri politici nel 1988.

Tutti loro partecipano alla commissione di crimini. Contrariamente alla percezione e alle pretese dei sostenitori occidentali dell’accondiscendenza, essi non sono forze di cambiamento, ma servono a preservare il sistema del velayat-e faqih. Tracciare paralleli fra queste forze all’interno del regime e gli oppositori interni di altre dittature è un assoluto errore.

Per produrre il cambiamento in Iran, noi non abbiamo bisogno di intervento straniero. Ma rivolgiamo un appello ai governi affinché riesaminino la loro politica verso l’Iran ed evitino di chiudere gli occhi sulle violazioni dei diritti umani in Iran.

Non aiutate il regime e non donate ad esso legittimazione sotto il pretesto di relazioni diplomatiche o commerciali.

State dalla parte del popolo iraniano che lotta per diritti umani, democrazia e Stato di diritto. E rispettate la volontà del popolo iraniano e della Resistenza iraniana per il cambio di regime.

La coalizione politica del Consiglio Nazionale della Resistenza dell’Iran (CNRI), specialmente grazie alla presenza dell’OMPI, che abbraccia un Islam tollerante e democratico, è l’antitesi del fondamentalismo islamico. Questa coalizione è l’alternativa politica al regime tirannico al potere in Iran e rappresenta un’alternativa culturale contro il fondamentalismo islamico.

Noi siamo impegnati a rispettare la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e le altre convenzioni internazionali in materia. Promuoviamo la tolleranza fra religioni e fedi. Crediamo nella separazione di religione e Stato, nella parità di genere e in un Iran non nucleare.

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