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Tsipras e l’Europa: signori, si cambia?

gennaio 26, 2015 • Cultura e Società, z in evidenza

manifesto-ventotene

 

di Gianfranco Pagliarulo

L’unica cosa certa, dopo il recentissimo voto, è che la Grecia diventa un laboratorio, in attesa di quello che può avvenire in Spagna, data la rapida crescita del partito Podemos.
Si vedrà se, come e in quale misura il nuovo governo realizzerà il programma di riforme economiche e di sostegno ai bisogni popolari sul quale si è impegnato e in virtù del quale, presumibilmente, ha riscosso un così ampio consenso. I dati elettorali di maggior rilievo sono tre: in primo luogo la vittoria di Syriza, col 36.3% e con 149 deputati (nel 2012 aveva conquistato 71 seggi, non ottenendo il premio di maggioranza). Un risultato previsto, seppur non necessariamente in questa misura.

E’ la prima volta che una forza radicale ha una percentuale di consensi così ampia non solo in Grecia ma, mi pare, nell’occidente europeo. Da questo dato la prima domanda: come è stato possibile un esito così lusinghiero? Ha contato senza dubbio una situazione sociale a dir poco drammatica, in cui il Paese è stato condotto a causa delle politiche di austerità della Troika subite dal governo conservatore di Antonis Samaras, leader di Nea Dimokratia. Va indagata la ragione per cui si sia riusciti a trasformare in una forza la somma, per così dire, di tante debolezze; Syriza infatti nasce nel 2004 come coalizione di forze eterogenee di sinistra e si struttura in partito nel 2012. Da questo punto di vista l’esperienza può servire alla spaesata e dispersa sinistra radicale italiana. Certo, anche in Italia, di recente, si era determinata una forte concentrazione elettorale su di un polo alternativo, Grillo. Ma ben presto è apparsa agli elettori la profonda inadeguatezza dei leader del Movimento5Stelle.

Il secondo dato di rilievo è il risultato della formazione socialista, il Pasok (4.7%, 13 seggi contro i 33 del 2012, col 13.18%; il Pasok ottenne nel 2009 circa il 44%). Va detto che il Pasok ha recentemente subito una miniscissione per opera dell’ex leader George Papandreou, ma la nuova forza politica da lui fondata non ha raggiunto neppure la soglia di sbarramento. Rimane il dato della riduzione dei socialisti ellenici ai minimi strorici, sia per le responsabilità di questo partito rispetto alla disastrosa situazione del Paese, sia, evidentemente, per la radicalizzazione di tanta parte dell’elettorato greco.

Può essere l’inizio della fine di quell’idea di sinistra moderata e liberalsocialista che, nel nostro tempo, è stata incarnata da Tony Blair e oggi in Italia da Matteo Renzi? E’ una possibilità, data l’evidente inadeguatezza di tale sinistra davanti alla sfida della crisi: è fallita in sostanza l’idea di un “galleggiamento” della politica sull’economia e di una redistribuzione, sempre minore, del reddito a fronte di un’espansione economica. Davanti alla fine dell’espansione ed all’assoluta necessità di una risposta nuova da parte della sinistra, le forze del socialismo storico si sono in sostanza trovate senza voce, spiazzate da un liberismo intemperante e non temperabile. E sarà questa – penso – la prova più ardua a cui sarà sottoposto lo stesso Renzi: se sarà cioè più o meno in grado di rompere nei fatti, e non a chiacchiere, la gabbia dell’austerità che ha portato l’Italia a livelli impensabili di recessione e di regressione. Finora, mi pare, ci si è limitati alle chiacchiere, con un pizzico di arroganza e di autoritarismo.

Il terzo dato significativo è il risultato della formazione neonazista Alba Dorata: col 6.3% e 17 seggi. Da questo punto di vista, pur avendo conseguito nel 2012 il 6.9%, solo oggi diventa il terzo partito, dando per così dire ragione ad un suo leader Nikos Michaloliakos, attualmente rinchiuso nelle patrie galere perché uno dei capi, secondo la magistratura, di un’associazione a delinquere che si è macchiata anche di omicidio. Nonostante la sua decapitazione e la sua derubricazione ad organizzazione criminale, il partito hitleriano greco consegue un risultato significativo; la destra estrema, insomma, va avanti come nell’occidente europeo (Marine Le Pen docet) e nell’oriente; qui si rafforzano i neonazisti nella fascia dei Paesi che vanno dal Baltico al Mar Nero e in particolare in Ucraina, dove costituiscono la punta di lancia del governo di Kiev contro i ribelli dell’est. La sindrome della paura, del “sangue e terra”, incarnata dagli epigoni di Goebbels, continua quindi a acquisire adepti.

Dopo il voto greco le Borse hanno sostanzialmente tenuto, smentendo le Cassandre liberiste; d’altra parte Tsipras aveva sempre sostenuto che l’obiettivo non era l’uscita dall’euro, ma la ricontrattazione degli accordi europei, per uscire dalla morsa letale della Troika. Vi saranno senz’altro colpi e contraccolpi. Vedremo le reazioni della Merkel. Ma incuriosiscono in particolare quelle di altri personaggi, come il discusso (e discutibile) presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker, che nei giorni scorsi aveva dichiarato: “Il governo che uscirà dalle urne greche dovrà rispettare gli impegni presi da Atene e proseguire nelle riforme e nella responsabilità finanziaria” e la gentile signora Christine Lagarde, capo del Fmi, che aveva, a stretto giro di posta dopo Juncker, minacciato conseguenze se la Grecia avesse messo in discussione il pagamento del debito. Incuriosiscono perché tali personalità sono l’incarnazione dell’espropriazione della sovranità popolare e specialmente di un potere non elettivo, arrogante e dispotico.

Se la linea di politica economica e sociale di Tsipras sembra tracciata (rilancio dell’occupazione e del welfare, riforma della tassazione con una patrimoniale sugli immobili di lusso, ricontrattazione del debito), va verificato quanto della politica di Syriza riuscirà ad incidere sulla politica UE, con particolare riferimento alle scelte di politica estera dell’Unione, da anni appiattita su posizioni filoatlantiche e filoamericane; è da vedere, in sostanza, se si avvierà un processo virtuoso che riporti l’Ue al suo ruolo originario di ambasciatrice di pace nel mondo, di ponte verso il nord Africa e il Medio Oriente, di volonteroso interlocutore verso l’est (Russia e Cina), di amica leale ma non subordinata degli Stati Uniti, o se, viceversa, l’UE manterrà le sue attuali posizioni di subalternità, sia pur spesso recalcitrante, alle politiche degli States e alle conseguenti scelte militari.

Infine la democrazia: le elezioni greche sono uno schiaffo al mai esplicitato postulato che regola l’attuale UE: lo stato d’eccezione permanente, che mette in discussione, senza parole, la storia della democrazia e della partecipazione in Europa. L’argomento è nodale, perché riguarda il senso stesso dell’UE, se è vero, come è vero,(  http://caratteriliberi.eu/2015/01/26/uncategorized/la-politica-sia-prioritaria-sulla-finanza-per-uneuropa-migliore/) che “un termine che è diventato di uso comune, è non più democrazia, ma “democratura”, che è la sintesi di democrazia e dittatura. (Zagrebelsky 2008)”.
La conclusione è semplice: può essere che la vittoria di Syriza apra la strada ad una nuova Unione Europea che torni, per quanto realisticamente possibile, ai fondamentali del Manifesto di Ventotene di Spinelli, Rossi e Colorni: autonomia, solidarietà, centralità delle persone. Esattamente il contrario dell’Europa della Troika. Non è una questione di buon cuore, ma di asperrima battaglia politica e sociale.

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2 Responses to Tsipras e l’Europa: signori, si cambia?

  1. Francesco critelli ha detto:

    MOLTO BENE CONDIVIDO PIENAMENTE.

  2. martin ha detto:

    Comunque sia ,credo di si.Le sanzioni saranno più duri, e ci sara nuove risposte e nuovi percorsi.

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