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Quello che i tedeschi non dicono

gennaio 21, 2015 • Agorà, z in evidenza

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di Maurizio Ricci

Stanchi delle prediche? Ogni volta che qualche ministro tedesco dice che, per uscire dalla recessione, Italia e Francia devono fare le riforme, sbuffate con impazienza? Be’, avete ragione. L’Italia ha bisogno come il pane di profonde riforme – lavoro, giustizia, scuola, ricerca – per rilanciare il proprio sviluppo a lungo termine. Ma a breve termine, qui ed ora, per allentare, insomma, il cappio della crisi intorno al collo, le riforme non servono. Quello che occorre è un rilancio della domanda che ridia fiato all’economia, restituendole quel po’ di grasso che le consenta di sopportare le riforme. Perché, proprio in virtù degli aumenti di efficienza che generano, nell’immediato le riforme sono lacrime e sangue e possono aggravare la crisi, prima di superarla.

Chi lo dice? I tedeschi, anche se non lo sanno. O, meglio, lo dice l’esperienza storica della Germania, che i politici tedeschi sembrano aver dimenticato. A Berlino si ama attribuire il miracolo tedesco, che ha tenuto il paese al riparo della crisi, al “pacchetto Hartz”, le riforme del mercato del lavoro attuate fra il 2003 e il 2005 e che vengono additate come esempio al resto d’Europa. Quello che, però, le riforme Hartz sicuramente non hanno fatto è stato stimolare la domanda interna, che è ciò che occorre in questo momento.

Fra la metà del 2004 e la metà del 2014, in dieci anni, la domanda interna tedesca è cresciuta, al netto dell’inflazione, dell’11,2 per cento. Cioè, poco più dell’1 per cento l’anno. Difficile parlare di miracolo. In buona sostanza, la reazione del settore privato tedesco alle riforme – ha spiegato Martin Wolf sul Financial Times – è stata di mettere i soldi in cassa e accumulare, semmai, beni all’estero. Contemporaneamente, la decisione di stringere i cordoni della borsa statale, tagliando il deficit, per lasciare spazio alla spesa privata, non ha avuto effetti: la spesa dei privati non è cresciuta. Del resto, le riforme non sono servite neanche a centrare lo scopo più diretto: dal 2007, la produttività, nell’industria tedesca, ha smesso di crescere.

E il miracolo tedesco? La disoccupazione sotto il 5 per cento? Viene dall’estero, dalle esportazioni. E questo lo rende improponibile, come ricetta per il resto d’Europa. Anzitutto, perché i tempi sono cambiati: il miracolo tedesco ha potuto sfruttare appieno gli anni grassi, quelli fra il 2004 e il 2008, quando il resto del mondo, prima della crisi, gonfiava consumi ed investimenti. Ma anche perché quello che è possibile alla Germania da sola, non è possibile all’Europa tutta insieme.

L’oro della Germania è in un avanzo nei conti con l’estero di 300 miliardi di dollari (è la cifra del 2013), il più alto del mondo. Per mettersi nelle stesse condizioni, cioè per avere un surplus nel commercio estero dello stesso peso rispetto al Pil, l’Europa tutta dovrebbe mettere insieme un avanzo di 900 miliardi di dollari. Americani e cinesi manderebbero le cannoniere sulle coste dell’Unione. O, più semplicemente, l’euro si rivaluterebbe a tal punto (cosa che per la Germania da sola non si verifica) da vanificare l’aumento delle esportazioni.

In più, i numeri tedeschi sono anche con il trucco. Buona parte del boom dell’export tedesco è avvenuto, infatti, sulle spalle degli altri paesi europei. Il 60 per cento delle esportazioni tedesche si dirigono, tradizionalmente, verso i colleghi della Ue. Ma se tutti i paesi sono strangolati dall’austerità, spinti tutti insieme a comprimere la domanda interna per valorizzare quella estera, a chi dovrebbero vendere i loro prodotti gli altri paesi europei? Il 62 per cento delle esportazioni dei paesi dell’Unione europea resta dentro la Ue. In poche parole, i paesi in crisi d’Europa dovrebbero realizzare attivi commerciali alla tedesca, facendo leva solo sul 40 per cento delle proprie esportazioni. I risultati sono quelli che si vedono nelle statistiche che, mese dopo mese, raccontano il disastro dell’economia europea.

fonte: ildiariodellavoro.it

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