MENU

Craxi, l’ultimo visionario

gennaio 20, 2015 • Contributi dei lettori

craxi

di Giuliano Morlando

Craxi nel Pantheon degli statisti, con Cavour, Giolitti, De Gasperi, Saragat, Moro e Fanfani.

Dai buoni rapporti coi paesi arabi, a Sigonella. I socialisti possono continuare a parlare.

A 15 anni dalla scomparsa di Craxi, voglio ricordarlo così, con questa bella foto che lo ritrae con Valdo Spini e Claudio Martelli, i due vicesegretari, uno foto che metteva speranza. Era un gruppo dirigente intelligente, quello socialista, pieno di vitalità e di idee. Senza pregiudizi e senza preconcetti. Aperto alla discussione, plurale ed eretico, che si dilaniava su qualsiasi problema, che appoggiava e sosteneva il dissenso nel nuovo e nel vecchio mondo, che guardava all’Europa, al Mediterraneo e ai paesi arabi, che si faceva rispettare dagli interlocutori politici e non aveva rispetto reverenziale per nessuno, fosse anche l’America, come avvenne a Sigonella. Perché dalla sua aveva la forza delle idee, la forza della tradizione, ed aveva l’orgoglio che ti viene dal sapere di essere nel giusto, ma anche gli attributi e lo spessore del leader.

Libertà e Giustizia sociale erano le due stelle polari, i binari delle nostre idee. Era una classe dirigente che voleva cambiare l’Italia e le Istituzioni, guardando ai meriti e ai bisogni, senza trascurare né l’uno, né l’altro, come ancora oggi si tenta di fare senza riuscirci. E Craxi era un leader forte e determinato, che incarnava tutto questo e che piaceva, non solo ai socialisti.

Credo, l’ultimo visionario che l’Italia abbia avuto. Come pochi altri nella storia del nostro Paese, l’ultimo che avesse una visione sul futuro del proprio paese.

Nel mio piccolo Pantheon degli uomini di stato dell’Italia unita, con Cavour, Giolitti, De Gasperi, Saragat, Moro e Fanfani, c’è anche Lui.

Per la mia appartenenza familiare al socialismo fin dalla fine dell’800 potrei dire che ero socialista prima di Craxi, ma ogni socialista che si rispetti, nel bene e nel male ne ha condiviso a tratti o per intero il percorso, ed è stato segnato dall’epopea craxiana e dal suo epilogo tragico e triste, che fu principalmente “barbarie”.

Non si può negare che furono commessi degli errori, forse tanti. Ma con coraggio e onestà intellettuale, Bettino Craxi, come non altri, li ammise quegli errori. Fece un passo indietro e li ammise in Parlamento, perché furono principalmente errori politici e quindi li ammise nel luogo più consono alla politica, chiamando in causa un intero sistema quello dei partiti e della prima repubblica, con la guerra fredda e il mondo diviso in blocchi. Un mondo in cui i costi, e pure gli abusi della politica, erano diventati un’ossessione e una usanza. Un mondo che di lì a poco tracollerà, salvo rinascere più volte, con ipocrisia, sotto diverse spoglie e peggio di prima.

Implicitamente in seguito Craxi, dicendo che “la situazione gli era sfuggita di mano”, ammise e forse comprese tardivamente, che la corruzione era diventata dilagante. Ma senza volerla sminuire, e senza voler cercare attenuati, credo anch’io che fosse un costume comune della politica, o meglio della cattiva politica. Più o meno come continua adesso, a fasi alterne. Io stesso da giovane professionista ne denunciai anzitempo, nel ’87, su un periodico a tiratura locale, l’aberrante diffusione, ma allora credevo che sarebbe bastato aumentare gli stipendi dei politici per arginarne le tentazioni. E mi sbagliavo. Molti cercarono di dire che era usanza diffusa tra tutti i partiti. Il che era vero, ma a me questa cosa poco importava. A me importava del mio partito.

Tuttavia, credo anche che il Craxi degli anni ’90 avesse esaurito la sua carica politica innovatrice, si era in un certo senso appannato, lo percepii l’ultima volta che venne a Napoli, al Maschio Angioino, credo nell’autunno del ’91 o poco prima della caduta, con Pedullà al seguito, di lì a poco destinato alla presidenza Rai. Quel calo di lucidità riformatrice lo portò, credo, anche a commettere l’errore di volersi annettere dopo la caduta del muro di Berlino, gi eredi del PCI con troppa costrizione e forse anche con troppa ingenuità, convinto che fosse solo una questione di “aver ragione”, che per loro non c’era altra strada, e che quindi i tempi fossero maturi. Il tempo invece, e le attuali vicende, ci faranno comprendere come il cammino verso la socialdemocrazia, del popolo del PCI, sia stato invece lento e complicato.

In ogni caso, il giudizio su Craxi credo debba essere politico, perché le intuizioni, i fatti positivi e gli errori che fece, furono quelli di un leader politico, inserito in un contesto politico. La sua vita e quella della sua famiglia, il suo stile, fu sobrio e distaccato dal lusso e dalle ricchezze, sempre. Per questo noi socialisti non abbiamo mai creduto all’ipotesi di arricchimento personale di Craxi. Ma qui non voglio analizzare quei fatti, più invece mi preme parlare degli stati d’animo e di come, noi socialisti vivemmo e sentimmo quel periodo e il dopo.

All’epoca, dopo le sue invettive in Parlamento, molti, fecero finta di niente. Tanti pensavano che si sarebbero salvati e invece furono travolti. Altri cavalcarono il pardo ma furono disarcionati da quella fiera impazzita, a cui con troppa disinvoltura, si erano appigliati. Per molti altri ancora, il tempo si incaricherà di ripagare con moneta falsa la loro disonestà reale ed intellettuale, nonché le loro smisurate ambizioni.

La figura di Craxi è ancora molto controversa, per anni non ne ho voluto parlare. Per oltre un anno mi svegliavo di mattina pensando al mio partito, al partito di mio padre e mio nonno, che non c’era più, quello dei Fratelli Rosselli, Matteotti, Labriola, Pertini, Nenni, Anna Kuliscioff e Di Vittorio. Molta responsabilità la ebbero i socialisti, ma molte furono le esagerazioni. Troppe, anche nei confronti di incolpevoli giovani dirigenti di partito che avrebbero potuto riprenderne le redini.

Ero angosciato dall’idea che fosse morta, con esso, anche l’idea del socialismo liberale e democratico, che alla fine era stata identificata con Craxi. Sembrava che per quella “antica ostilità, anche linguistica nei confronti della parola socialista”, (come l’ha chiamata Arnaldo Sciarelli), che ha avuto la sinistra più radicale, ci fosse stata una damnatio memoriae, e la nostra storia con le nostre idee, benché giuste, fosse stata cancellata o addirittura non fosse mai esistita. Ma per fortuna non è andata così.

Francesco De Martino, il senatore a vita, già segretario del PSI, ad un compagno che andò a fargli gli auguri nel Natale nel ‘93, disse: «Tra venti anni si ritornerà a parlare di socialismo». Sì, perché allora non la potevi neanche nominare quella parola “socialista”. E il vecchio professore napoletano, aveva ragione; oggi addirittura siamo, sono tutti socialisti. E così il più grande partito italiano, il PD, è nel PSE, si richiama a quei valori e guarda alle socialdemocrazie del Nord Europa.

Ma il clima sta cambiando, sembra esser cessato anche l’ostracismo verso Craxi, tanto che l’ex procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli, capo del pool “mani pulite”, già nel 2011 diceva: «Dovrei chiedere scusa, non valeva la pena buttare all’aria il mondo precedente per quello attuale», e persino Antonio Di Pietro, di recente ha smesso di ingiuriarlo e di chiamarlo delinquente e latitante, riconoscendone la valenza politica, e ammettendo che: «quella di Craxi è una storia che dovrà essere ancora scritta… la sua fu una scelta dignitosa che io rispetto», riferendosi all’esilio.

Una sintesi obiettiva ed emblematica sulla controversa figura del leader socialista è stata fatta da Massimo Cacciari, all’indomani della sua scomparsa: «Craxi è stata una grossa personalità storica; un uomo decisivo nell’Italia degli ultimi trent’anni e a questo punto il giudizio può essere soltanto storico. Mi pare del tutto improprio confonderlo all’interno della bagarre politica attuale. Per molti era una speranza, non soltanto per me… e molti vedevano con favore il discorso di Craxi sulla grande riforma. È stato il primo a fare un discorso coerente sulle riforme istituzionali. La sua morte all’estero rimarrà una ferita aperta nella sinistra italiana».

Purtroppo nell’era facebook, qualsiasi cosa scrivi, prevalgono i giudizi sommari. Non tutti sono disposti a riflettere, ad approfondire, e a considerare il ruolo del leader e lo spessore dell’uomo politico, e magari si finisce alle ingiurie. Ogni volta dovresti spiegare che dietro a parole del tipo ”ebbe buoni rapporto col mondo arabo” c’è qualcosa di importante, di forte valenza politica, di molto attuale, forse proprio di questi tempi, con l’Occidente sotto attacco da parte degli islamisti. Nella crisi di Sigonella, nel ’85, Craxi favorì la fuga di Abu Abbas, il mediatore dei terroristi filo siriani, il che fu in sostanza un’azione tecnicamente “illegale”, ma servì a salvare un cumulo di vite e diede prestigio al nostro Paese. La Politica è anche questo.

Certe volte mi pongo questa domanda: “Sarebbe uguale il nostro tempo, se l’Italia in questi anni avesse avuto leadership politiche più forti e influenti nel Mediterraneo o a livello internazionale, magari anche meno prone alle politiche degli USA? E Craxi tra questi, col suo delfino Claudio Martelli del quale anche Raffaele Cantone dice sia stato il miglior Ministro della Giustizia, che ebbe l’intuizione di portare con sé a Roma, nella lotta contro la mafia, Giovanni Falcone, avrebbero potuto dare un contributo? Forse sì, ma chi può dirlo.

Nell’era renziana, in cui si bada più alla comunicazione che alla sostanza, può capitare allora di confondere i ruoli dei personaggi storici, e si possono prendere anche fischi per fiaschi. Così è capitato che alla domanda di Fazio, tre mesi fa: «Chi preferisce tra Craxi e Berlinguer..? », il segretario del mio PD abbia risposto: «…la domanda è facile: il secondo». No, è la risposta ad esser stata facile. Perché impegna di meno, e crea meno polemiche. Ma è una risposta storicamente sbagliata. Le preferenze caratteriali sono personali, ma quelle politiche devono esser misurate sulle idee e sulle azioni politiche. E in questo secondo caso, più pertinente alla domanda, sarebbe bene approfondire i fatti, ed evitare giudizi tranchant, perché i fatti dimostrerebbero il contrario.

Ma basta, oggi non voglio fare polemiche. Guardo al fatto che venti anni fa noi socialisti dicevamo: “Verrà il tempo che Craxi sarà riabilitato e rimpianto”. E forse quel tempo è arrivato prima del previsto.

Io sono rimasto sempre a sinistra, spesso con sofferenza e con contraddizione, spesso tormentato dal dubbio, ma l’ho fatto per coerenza con la mia storia, senza mai rinnegarla. Ho scelto la strada del sacrificio, a volte dell’oblio, non quella facile per far carriera, forse per ripagare gli errori fatti da tanti che si dicevano socialisti e invece ne hanno approfittato. Come in una sorta di nemesi storica, ho scelto di convivere con molti di quelli che politicamente hanno avuto torto dalla storia e che invece fanno di finta di niente, e che forse ebbero parte anche in certe esagerazioni. Ma rivendico le mie scelte e ringrazio Iddio per avermi dato la possibilità di vedere questi anni di “revisionismo” e forse di rinascita. Perché come il nostro giornale di una volta, guardo sempre Avanti.

Di recente è stata pubblicata una sua vecchia memoria, in cui il leader socialista poco prima di morire, dal suo esilio tunisino e con i suoi scritti dice: «io parlo e continuerò a parlare».

E il bello è che anche io, noi socialisti oggi possiamo parlare e continuare a farlo, con orgoglio. Perché le nostre idee illuminate, la nostra storia, le ragioni del socialismo liberale e democratico valgono ancora, sono ancora vive.

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »