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The imitation game. Quando l’oscurantismo uccide un uomo

gennaio 13, 2015 • Cinema e Dintorni, z in evidenza

 

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di Maria Teresa Busca

Ci sono voluti sessantuno anni perché l’Inghilterra riconoscesse di aver sbagliato con Alan Turing, condannandolo nel 1952 alla castrazione chimica perché omosessuale. Due anni dopo Turing si sarebbe suicidato con una mela al cianuro.

La regina Elisabetta II nel dicembre 2013 ha accolto la domanda di grazia, anche se è dal 1967 che il reato di omosessualità non esiste più in Inghilterra. Turing è stato riabilitato in quanto scienziato.

Il mix omosessualità-servizi segreti è stato letale per lui. Eppure, come lo sanno adesso gli spettatori del film, l’Inghilterra sapeva da molto tempo quante vite avesse salvato decifrando i messaggi dei tedeschi, come sapeva che la guerra fu più breve e il nazifascismo vinto proprio grazie alle sue scoperte.
Il film che racconta la vita di Turing, uscito un anno dopo la concessione della grazia, a opera di un regista norvegese, Morten Tyldum, è bello, ben giocato su vari piani di racconto che si intersecano conferendo ritmo alla narrazione.
La storia di Turing, l’uomo che riuscì a decifrare Enigma la macchina attraverso cui passavano tutte le comunicazioni radio dei tedeschi, è narrata con intensa drammaticità. Ben evidenziata la motivazione della sfida intellettuale che lo spinse a lavorare per i servizi segreti: “mi piace risolvere problemi”. A questa sua capacità di risolvere problemi si deve anche la prima ed essenziale intuizione che porterà all’invenzione del computer.

L’attore che lo interpreta, Benedict Cumberbacht, gli somiglia molto e mette in scena un personaggio di particolare fascino. La genialità di Turing ma anche la sua complessa e fragile personalità sono ben rappresentate. Poco credibile, e per alcuni non storicamente accertabile, il patto con la spia che in cambio del suo silenzio non avrebbe reso nota la sua omosessualità, visto che sarà Turing stesso ad ammetterla quando denuncerà un amante che lo aveva derubato.
È un film da vedere, suggerisce meditazioni importanti anche oggi sull’intolleranza e sulle difficoltà in cui è facile imbattersi, anche se si è un genio e si è contribuito a salvare il proprio paese, se non si è perfettamente omologati con le opinioni più rassicuranti di un certo perbenismo retrivo.

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