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Siria, la strage degli innocenti

dicembre 30, 2014 • Mondo, z in evidenza

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foto di Sebastiano Nino Fezza

 

di Nuccia Decio

Impossibile non andare con il pensiero in Siria in questo fine anno segnato da una tragedia umanitaria che colpisce prevalentemente i bambini, li vogliamo ricordare, perchè il loro è un tragico Capodanno di fame e sofferenza. La guerra che sta distruggendo la Siria e il suo popolo entrerà nel suo quarto anno, e probabilmente non sarà l’ultimo poiché non ci sono segnali, al momento, che ne possano decretare la fine.
Un tempo questo Paese veniva chiamato La Grande Siria e rappresentava un luogo ideale dove far convivere le tre più grandi religioni monoteiste. L’ebraismo, il cristianesimo e l’islam; ma la sua collocazione geografica l’ha posta nel mirino di grandi superpotenze, tanto da renderla un perfetto campo di battaglia di diverse guerre fra le maggiori potenze straniere.
Quando l’allora Presidente Hafez –al Assad morì nell’anno 2000, gli succedette il suo secondo figlio , Bashar , un oftalmologo che viveva a Londra. Un presidente giovane, che aveva vissuto e studiato in Occidente, che aveva sposato una donna sirio-britannica, intelligente ed affascinante. Questa ventata di innovazione aveva instillato nei siriani la speranza di un possibile cambiamento , mutando la situazione lasciata dal padre, caratterizzata da corruzione, da privilegi verso alcune classi sociali, indebolendo la media borghesia fino ad impoverirla e ad accrescere un forte senso di rabbia ed ostilità verso il regime.
Dopo il suo insediamento, Bashar cominciò ad attivarsi verso una politica internazionale, anche a carattere commerciale, finalizzate ad apportare alcune riforme politiche ed imprenditoriali da tempo richieste, dimostrandosi così un Presidente ad ampie vedute. Ben presto però i detentori della vecchia corruzione riapparvero ancor più rafforzati, e quanto promesso dal Presidente nel suo discorso di insediamento ben presto svanì.
Iniziò così una protesta popolare contro la corruzione, che non solo penalizzava il popolo siriano dal punto di vista economico, con un abbassamento della qualità della vita, ma attuava interventi repressivi nei confronti della libertà. Una successiva protesta dovuta alle disattese alle aspettative del popolo in merito alle tanto agognate riforme scatenò una grave azione militare repressiva da parte dei governativi, nei confronti di coloro che da manifestanti, sarebbero poi divenuti ribelli. L’impossibilità di far fronte ad un esercito ben strutturato, spinse alcuni degli oppositori a chiedere aiuto a governi stranieri.
Ben presto ai ribelli si sostituirono dei terroristi. Purtroppo ai primi sentori di quanto stava avvenendo lo statico Occidente non volle considerare la corretta interpretazione dell’analisi, effettuata in campo, dalla magistrata svizzera Carla Dal Ponte, incaricata dall’UN, che ben aveva evidenziato l’inizio di un’ingerenza straniera.

Ma non voglio addentriamoci in eventi che hanno già distrutto la storia, la cultura, praticamente tutto il Paese, focalizziamo l’attenzione su un aspetto più umanitario.
Dal 2011, anno dell’inizio del conflitto siriano è in atto la peggior crisi di profughi dal genocidio in Rwanda nel 1994, ma pochi sembrano accorgersene. La popolazione è allo stremo, affamata, gira per la strade delle città nascondendosi dietro coperte, appese a quel che resta dei palazzi, per evitare i cecchini.

Quelli maggiormente colpiti sono i bambini. I morti sono tanti, anche se i dati non possono essere precisi, dato che il contesto sociale è alquanto frammentato. Uno degli ultimi rapporti pubblicati dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) delinea una situazione drammatica.
Centinaia di migliaia di bambini siriani sono rifugiati in Giordania, Libano e Turchia; sono rimasti orfani, abbandonati a se stessi. Molti all’età di sette anni sono costretti a lavorare, anche per molte ore, con paghe fatiscenti in condizioni di pericolo e di sfruttamento. Nel campo profughi di Zaatari, considerato un modello, la maggior parte dei 680 negozi impiega bambini.
La vita nei campi profughi è difficile, è fatta di silenzi ed urla, di freddo, di paura, di sbarre e di filo spinato. Le poche agenzie umanitarie rimaste non si risparmiano nel portare medicine, alimenti, generi di prima necessità quali coperte ed abiti, dato il clima alquanto freddo. Hanno anche dato vita piccole scuole. Ma mancano finanziamenti, per la sopravvivenza di troppe persone. La solidarietà privata non è più in grado di far fronte alle gravi necessità.
A questi bambini, è stata rubata la normalità, quella normalità che a volte , invece annoia i bambini che vivono da quest’altra parte del mondo.
Dovrebbe essere compito anche dei media avviare una seria campagna di sensibilizzazione su quanto sta accadendo ,dobbiamo noi dare voce a questi bambini , dobbiamo offrire una possibilità di non sopportare altre sofferenze. Diversamente il dolore dei bambini della Siria non verrà assolutamente considerato. Ed un’intera generazione verrà annientata. Qualche giorno fa, Rayan di cinque anni, saltellando diceva: “Tanto a chi importa, noi siamo solo siriani.” Ha ragione Rayan prima o poi saremo tutti solo siriani”.

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