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La salute dei cittadini, intervista a Carlo Flamigni

ottobre 29, 2014 • Bioetica, z in evidenza

Flamigni

di Maria Teresa Busca

Pubblichiamo l’intervista al Professor Carlo Flamigni, relativa alla presentazione del suo ultimo libro “Nelle mani del dottore?” Franco angeli edizioni.

Professor Flamigni, ho letto con piacere che lei parla del cittadino-paziente, riconoscendo così al paziente il ruolo di cittadino. Tipicamente si è sempre soltanto parlato del rapporto medico-paziente, dove la parola medico indica uno status e la parola paziente, messa in subordine, fa pensare essenzialmente a un malato che non deve perdere la pazienza. Le chiedo: allora il cittadino può perdere la pazienza?

Oggi sono cambiate le condizioni del malato, una volta la malattia era una maledizione e non c’era il medico ma il chirurgo che asportava le parti malate. Poi c’è stata l’epoca dello stregone e del sacerdote. In seguito abbiamo avuto i primi tentativi con le erbe. In questa prima fase il vero protagonista è il paziente.

L’altra persona accetta di curarlo e il malato deve promettere di obbedire. In una fase successiva questa posizione si è attenuata e il medico ha fatto da padre al paziente il quale, come un figlio che non discute, gli doveva concedere il suo rispetto. Cure e opzioni non venivano discusse ma imposte.

È stato un lungo periodo di paternalismo fino a quando non sono emersi i diritti del paziente. Se riscrivessimo questo libro dovremmo ragionare sul fatto che non esiste la medicina, piuttosto esistono le medicine. C’è un numero infinitamente variabile di cittadini malati. Esistono malati e malattie che variano molto a seconda anche delle zone della terra. In certi paesi dell’Africa piuttosto che costruire istituti dove si fa della buona genetica, che non servono a nessuno, è meglio costruire le fognature.

Nei Paesi dove la rivoluzione industriale ha creato un finto benessere, che peraltro è abbastanza diffuso, il discorso è ancora diverso. La medicina privilegia e investe su alcune malattie, ma la scienza è al servizio dei cittadini, dunque sono i cittadini che devono dire cosa serve loro per migliorare la qualità di vita, le direttive le deve dare il cittadino, non possono provenire da piccole nicchie di persone ricche.

Bisogna anche accettare che nessun paese può investire su tutti i problemi di salute e bisogna scegliere su quali posare l’attenzione, come a esempio fanno in Canada. Si investirà allora sulla salute degli anziani, sui neonati o sui tumori, decide il cittadino e poi sarà lo stato, di necessità, a dire che non si può andare oltre. Tutto questo però è sporcato dallo straordinario potere dell’industria farmaceutica che inquina e corrompe. Ma è poi così difficile corrompere i medici? Ho la sensazione che per molti medici l’onestà sia un principio di vita ma rimane un discreto numero che non è difficile corrompere.

La ricerca è figlia della curiosità positiva ed è rivolta ad allargare le conoscenze. A volta è invece la curiosità è stupida. Vediamo la storia di Tuskegee in Alabama, una vicenda iniziata nel 1928 e proseguita fino al 1972. Nel 1928 a Tuskegee duecentonovantanove afroamericani malati di sifilide, che erano lavoranti nei campi, furono seguiti senza terapia, volutamente tenuti lontani dalle medicine e imbrogliati. Tenuti in vita per studiare l’evoluzione di una malattia che era già nota fin dal 1495. Un vero disastro per queste persone e per tutti coloro che li avvicinarono

. I medici hanno pubblicato i risultati di questa sperimentazione addirittura due volte. La malattia era già conosciuta nei minimi termini. Che razza di malsano sentimento li spinse a fare ciò? Per vedere il loro nome sulle riviste scientifiche? I medici di Tuskegee volevano imitare i ricercatori belgi che provarono a valutare la differenza fra trattare subito il malato di sifilide e trattalo dopo poco.

A Tuskegee un’associazione dava soldi per questi esperimenti, ma poi nel 1929 fallì. Ma l’esperimento continuò all’insegna della menzogna e della mancanza di trasparenza e di rispetto. Le scuse ai pochi familiari sopravvissuti arrivarono soltanto nel 1990 dal presidente Clinton. Un altro esempio è ciò che successe in Guatemala negli anni 1946-48 quando quattrocento prigionieri furono infettati per studiare i primi momenti della malattia. Mancava infatti l’osservazione della primissima fase.

Purtroppo ci sono infiniti esempi di come il potere del denaro, ragione fondamentale della cattiva medicina, e una strana colpevole ottusa curiosità abbiano saputo dare un quadro della medicina poco gradevole. Citerò un altro esempio molto semplice e vicino a noi. Io mi occupo di sterilità. Sta crescendo il numero delle donne che faticano ad avere un figlio perché lo cercano tardi. L’età ideale sarebbe tra i diciotto e i ventidue anni. Quindi abbiamo mediamente un 15% di donne che non riesce a rimanere incinta subito.

Di solito l’attesa si protrae oltre tre anni durante i quali al 90 % delle donne viene prescritto l’acido folico per prevenire le malformazioni del bambino. Ma l’acido folico si trova in natura in tanti elementi, quali le verdure, l’insalata, il fegato. Basta mangiare questi alimenti. Pensiamo a che cosa guadagnano i produttori di folina. Ecco posso dire che è la cattiva medicina che rende i malati pazienti e non cittadini.

Obiezione di coscienza in sanità: come bilanciare diritti, pretese e doveri di medico e cittadino?

Quando, nel 1978, fu approvata la legge 194 che prevede l’obiezione di coscienza per l’interruzione volontaria della gravidanza, io fui favorevole all’obiezione. All’epoca c’erano molti medici anziani che pensavano all’interruzione di gravidanza come a un sacrilegio e di conseguenza avrebbero lasciato la professione. Queste persone dovevano restare. Poi, negli anni, l’obiezione di coscienza è diventata un problema concreto di carriera e di posizione sociale.

Le mogli e le fidanzate non avevano piacere che in giro si dicesse che in famiglia c’era un abortista. I direttori degli ospedali, in buona parte, hanno iniziato a favorire la carriera degli obiettori. Queste sono sostanzialmente le cose che hanno fatto crescere il numero degli obiettori. Qualche caso di coscienza e molti casi di interesse personale.

Persino i farmacisti vogliono diventare obiettori con la pillola del giorno dopo. Pillola che è stato accertato che non impedisce l’impianto dell’embrione. Perché arrogarsi il diritto di cose in cui non si ha competenza? Per secondi fini. Addentriamoci nel tema della comunicazione. In particolare mi interessa molto quella che lei chiama la comunicazione tra diseguali. Vuole dirci come si può superare questa diseguaglianza? Uno dei modelli correnti del rapporto tra medico e paziente, si finge non sia più il paternalismo, è il modello contrattuale.

Un contratto tra chi sa molte cose e chi ne sa molto poche. Dunque un contratto non equo. Il medico deve svolgere il proprio lavoro al meglio. Ma le statistiche dimostrano che la prima interruzione nel colloquio avviene da parte del medico dopo venti secondi perché si ritiene che il paziente tenda a deviare il discorso. Ma se il medico sa ascoltare impara molto su come trattare la sofferenza. Inoltre il modello contrattuale maschera anche l’atteggiamento difensivo del medico. Soventissimo oggi il paziente ricorre alla giustizia.

Il medico viene assicurato a prezzi molto alti e se sa che una certa scelta potrebbe giovare al paziente, ma potrebbe anche portarlo in tribunale, allora rinuncia. Purtroppo i giornali mettono la foto del medico con la scritta malasanità a tutte maiuscole, e il risultato per il professionista è tragico. Quando poi risultasse l’innocenza e l’assoluzione la notizia sarà data in fondo al giornale e con caratteri da annuncio funebre. A proposito del consenso informato lei ci ricorda che la Corte Costituzionale l’ha definito come “espressione della consapevole adesione al trattamento sanitario proposto dal medico” che “si configura quale vero e proprio diritto della persona”. Dunque principio fondamentale in materia di salute.

Quali riflessioni farebbe nel caso in cui il cittadino-paziente, pure compos sui, dovesse rifiutare l’informazione per affidarsi totalmente al medico? Sentirebbe accrescersi la responsabilità?

Questo mi fa venire in mente il modello di medicina che abbiamo chiamato delle piccole virtù. Sono dentro di noi e sono correttezza, pazienza, responsabilità, capacità d’ascolto, aggiornamento e altre ancora. L’incontro con il paziente va orientato su questo modello. In ospedale si firmano documenti per togliere responsabilità al medico. Invece ci dobbiamo sedere e parlare. Il medico deve sapere che il paziente ha capito.

Oggi, invece domina la fretta. Gli ospedali danno all’anestesista dodici minuti di tempo per visitare il paziente che dovrà addormentare. Ma questo non ha senso. Può essere necessaria un’ora come possono bastare cinque minuti. Nell’organizzazione ospedaliera si deve trovare il tempo che necessita. Bisogna trovare il tempo di vedere la sofferenza. Bisogna insegnare la compassione che è il sentimento che ci rende umani. E questo si insegna soltanto con l’esempio. L’umanità dei rapporti richiede tempo e educazione. Infermieri e medici devono avere un rapporto civilissimo con i pazienti, soltanto così sapranno ispirare fiducia.

Soltanto ancora una battuta: perché parla di alleanza terapeutica, quando alleanza suppone sempre una parte più debole, data l’origine veterotestamentaria del termine, ovvero l’assicurazione della conquista della Terra promessa da parte di Dio in cambio di obbedienza e fedeltà?

È una delle tante definizioni ma preferiamo quella dell’etica delle piccole virtù. Il problema è quello di come gestire una relazione di per sé asimmetrica. Non sarà mai simmetrica. Perché in ospedale mi devono dare del tu? In ospedale, in questo modo, mi fanno scendere di categoria sociale. Questo mi renderà ulteriormente insicuro. Bisogna preparare meglio i giovani medici e ricordare che il tono al reparto lo dà sempre il direttore.

Link correlati: http://caratteriliberi.eu/2014/10/19/cultura-e-societa/accesso-salute-democrazia/

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