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Un mondo, un commercio, un’anima. Il gioco del profitto e del potere

ottobre 18, 2014 • Politica, Uncategorized, z in evidenza

oligarchia

di Angela Savia Spiteri

Negli ultimi giorni si è discusso molto, e si continuerà a farlo, del T-Tip, ovvero Trans-atlantic Trade and Investment Partnership, l’accordo negoziato a partire dal luglio dello scorso anno da Stati Uniti e Unione Europea, ed attualmente ancora in corso di negoziato, “progettato – come si legge su sito della commissione europea – per incoraggiare la crescita e la creazione di posti di lavoro” .

Partorito dal Trans-Atlantic Business Council – una lobby euro-americana con la missione di promuovere un mercato transatlantico senza barriere appunto e favorire un dialogo tra i leader del mondo del business e di governo – e benedetto della Centre for Economic Policy Research di Londra, sinteticamente.

Il T-tip punta a creare il più grande mercato liberalizzato mondiale ed una volta attuato, l’accordo produrrebbe uno stimolo per l’ economia europea “pari allo 0.5% del PIL, o di €120 miliardi annui; per quella americana di 90 miliardi” mentre per l’intera economia mondiale si calcola un incremento di €100 miliardi.

Per realizzare questo grande mercato, le parti aspirano a trovare un accordo che li vincoli alla rimozione, in una vasta gamma di settori economici, dei dazi doganali, ad oggi già bassi, e – ben più importante obiettivo – alla rimozione delle altre restrizioni al commercio, quelle di carattere normativo, intraprendendo una battaglia contro le politiche nazionali ritenute “inutili”, di rallentamento del commercio e d’ostacolo agli investimenti.

L’accordo mira all’apertura di entrambi i mercati nel settore dei servizi ed anche appalti pubblici, assicurando al contempo la parità di condizioni per gli investitori europei e statunitensi – che sono poi quelli che tutti quei miliardi devono far girare – certezza del diritto attraverso l’armonizzazione delle norme e garantendo la massima tutela giuridica possibile per gli investitori europei, ed ovviamente viceversa.

Per rassicurare gli animi, la cornice è quella dell’utopico sviluppo sostenibile, quale obiettivo generale, dovendo in via di principio le parti concordare il rispetto degli accordi e degli standard ambientali – volendo ignorare che gli USA non hanno ratificato Kyoto – e promuovere oltre ad elevati livelli di protezione dell’ambiente, anche dei lavoratori e dei consumatori.

Tante dunque le aspettative, specie in un periodo di crisi economica ed occupazionale quale quella odierna; e mentre tutto dietro le quinte rimane strettamente segretato per ragione di “protezione degli interessi” (ad oggi è stato reso pubblico, di recente, il solo mandato del Consiglio dell’UE alle delegazioni incaricate dei negoziati reperibile dal sito della Commissione- http://trade.ec.europa.eu), la campagna di promozione per la sottoscrizione dell’accordo è invece già cominciata su entrambe le sponde.

Come già accaduto in passato , però, per l’Accordo multilaterale sugli investimenti (AMI) poi abortito, sono migliaia le voci che si sollevano contro la conclusione di un simil accordo e proprio la scorsa settimana tutta l’Europa è stata animata da centinaia di iniziative, anche in Italia, di associazioni organizzazioni sindacali e politiche che chiedono il blocco immediato dei negoziati.

La preoccupazione è rivolta al rischio di liberalizzazione selvaggia che metterebbe in discussione sostenibilità sociale ed ambientale a tutto vantaggio di grandi imprese e investitori. Maggiore preoccupazione genera poi la previsione di meccanismi di risoluzione di possibili controversie tra investitore e Stato, con l’accesso alle diverse forme di arbitrato internazionali, e dunque la possibilità per gli Stati di essere citati in giudizio e condannati a pesanti sanzioni commerciali a compensazione degli investitori qualora dovesse risultare che le legislazioni nazionali non siano compatibili con gli standard di trattamento, consuetudinario e pattizio, e abbiano effetti restrittivi.

I principali standard solitamente previsti (e che sono peraltro citati nel mandato sopracitato) comprendono una serie di principi quali il trattamento giusto ed equo, piena protezione e sicurezza per investimenti ed investitori, trattamento nazionale e clausola della nazione più favorita, ecc..

Questo genere di accordi – e il T-Tip infatti sembrerebbe seguire il modello dei tanti accordi, bilaterali o regionali e settoriali, già in vigore – limita la discrezionalità dell’esercizio dei poteri degli Stati nei confronti degli investitori esteri, ai quali è riconosciuta sempre maggiore forza, a discapito invece della sempre più ridotta sovranità statale, un concetto ormai risalente ad un’altra epoca storica. E proprio la diffusione del fenomeno dell’arbitrato internazionale – che ricordiamo non nasce con il T-Tip – è inteso dalla dottrina giuridica come un fenomeno di “crescita dell’autorità privata” a scapito degli Stati nel governo dell’economia globale.

Questo perché sono proprio gli attori privati, le multinazionali a partecipare e/o effettuare gli scambi commerciali e la quasi totalità degli investimenti internazionali; sono delle economie più forti di quelle degli Stati tradizionali e proprio per questa ragione sono in grado di condizionare – ed è evidente che sia così – le scelte politiche ed economiche degli Stati che le interessano direttamente o indirettamente.

Ed è nel loro interesse, di espansione e tutela delle attività economiche da loro esercitate, che le convenzioni internazionali, che limitano il potere degli Stati di adottare o mantenere misure restrittive, sono poste. Dunque nulla di nuovo sotto questo cielo; si continua sulla stessa linea di evoluzione della prassi convenzionale nell’ottica della creazione di un grande mercato globale.

In tal senso, è però doveroso osservare che a differenza degli USA, nella prassi convenzionale degli Stati, non uniti, d’Europa è tipica la previsione che l’investimento debba essere conforme alla legislazione dello Stato ospite europeo. Infatti, proprio nel mandato si specifica che, per quanto riguarda la tutela degli investimenti, le disposizioni dell’accordo non possano pregiudicare “il diritto dell’UE e degli Stati membri di adottare e applicare, conformemente alle loro rispettive competenze, le misure necessarie al perseguimento non discriminatorio di legittimi interessi di politica pubblica negli ambiti sociale, ambientale, della sicurezza nazionale, della stabilità del sistema finanziario, della salute pubblica – nessuna paura per gli Ogm -e della sicurezza.

L’accordo deve rispettare le politiche dell’UE e degli Stati membri per la promozione e la protezione della diversità culturale.” Chi valuterà il carattere discriminatorio dovrebbe appunto essere l’organo arbitrale. Così come dal report, a tratti contraddittorio, sulla parte normativa dell’accordo – sempre facilmente consultabile on line – attraverso una serie di domande e risposte autoreferenziali, si evince che comunque ai cittadini europei sarà garantito che, nonostante l’obiettivo del T-tip sia quello di aumentare il commercio e favorire gli investimenti privati, in alcun modo le tutele di cui godono, ad ogni livello della loro esistenza, verranno intaccate – e verrebbe da dire perché tanto saranno e sono già intaccate dall’interno.

Neanche le piccole e medie imprese, si specifica, dovrebbero temere, perché addirittura i vantaggi per loro sarebbero maggiori rispetto “a quelli ottenuti dalle grandi multinazionali” dato che le barriere normative e i relativi costi amministrativi attualmente ancora esistenti incidono maggiormente proprio sulle PMI. Il T-Tip potrebbe invece offrir loro grandi opportunità di accesso facile a nuovi mercati oltre oceano. Ma allora perché tante critiche si sollevano contro questo accordo? Perché questo accordo, che si inserisce in un più ampio quadro di altri accordi in fase di negoziazione già negoziati e non ancora ratificati o  già in vigore, deve essere contestualizzato nell’impianto post-globalizzazione della global governance economica, in cui gli Stati non sono più i principali interlocutori nelle relazioni economiche internazionali ma lo strumento attraverso cui gli operatori, privati, economici agiscono.

Questo accordo, insieme agli altri, è espressione della capacità dei privati di imporre ai singoli ordinamenti statuali l’accoglimento di regole e principi che restringono l’ambito di discrezionalità del potere statale, dovendosi ammettere, ed ormai è riconosciuto in dottrina, la loro capacità di influenzare la formazione delle norme pattizie, come nel caso del T-Tip attraverso l’opera del Tabc.

Se si incardina poi l’impianto normativo pattizio così ottenuto sul sistema arbitrale di risoluzione delle controversie, come si fa nella quasi totalità dei trattati conclusi a partire dagli anni ’70 – per cui uno Stato che venga meno agli obblighi può essere trascinato dal privato investitore dinanzi ad una istanza arbitrale internazionale, le cui decisioni sono vincolanti per i destinatari (che siano essi Stati o privati, quindi si equiparano giuridicamente due soggetti diversi per natura e per interessi, di natura pubblica l’uno, privata l’altro appunto) – si possono ben comprendere le preoccupazioni della società civile mobilitatasi la settimana scorsa e di quegli Stati, il cui numero è in aumento, che recedono dagli impegni assunti o evitano (come USA e Canada) di prevedere il meccanismo dell’arbitrato per la risoluzione delle controversie.

Arrivando alle considerazioni finali, la domanda principale da porsi è, materialmente, quale sviluppo si immagina, si disegna attraverso la stipulazione di questi accordi. Cosa si vuole commerciare e quali beni e in quali quantità produrre per il commercio, stando alla limitatezza delle risorse naturali e ai danni causati dallo sfruttamento intensivo del pianeta terra per la produzione e commercializzazione di beni di consumo di massa, in molte occasioni inutili. Facendo risultare, in questo modo, la logica di “collaborazione reticolare” dei soggetti della global economic governance, ispirata

E ancora. Sulla base dell’osservazione empirica del modus operandi dei maggiori operatori economici internazionali, nonostante la tendenza alla cosiddetta responsabilità sociale delle imprese perché queste assicurino la attuazione dei diritti fondamentali dell’uomo e la tutela dell’ambiente nello svolgimento delle proprie attività economiche, i riscontri applicativi sembrano denunciare una controtendenza ed un abbassamento, in realtà, delle tutele. ai principi di tutela dei diritti umani e di responsabilità sociale di impresa, non corrispondente alla realtà, una logica questa si del tutto utopica.

A ciò si aggiunga che la costante tensione tra diritti degli agenti economici privati e l’intervento pubblico nel settore dell’economia si è decisamente allentata in un contesto in cui a causa della “mercificazione del diritto” gli Stati tendono sempre più a giocare al ribasso (cd. Race to the bottom) su tutele importanti, pur di attrarre investimenti dall’estero e favorire il gioco delle multinazionali.

Ad ogni modo, i negoziati del T-Tip, che hanno indubbiamente anche un risvolto geopolitico, non sono ancora conclusi, i lavori infatti dovrebbero vedere la fine soltanto il prossimo anno e “l’esito finale non può essere previsto” sebbene dalla Commissione EU ci garantiscano che l’accordo finale – sempre che fosse possibile trovare un accordo – sarà quello giusto per l’Europa.   

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