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Sardegna, la guerra della vergogna

settembre 20, 2014 • Politica, z in evidenza

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di Luigi Coppola – inviato in Sardegna

Bisognerebbe (forse) riscrivere o ricordare la storia della Sardegna per capire quello che succede (da anni) nell’isola. Non potremmo farlo (ovviamente) in questa sede, probabilmente nessuno ci riuscirebbe in altre, con una ragionevole chiave d’interpretazione.

La vicenda dello scorso 4 settembre che manda al rogo 35 ettari di macchia mediterranea isolana per le negligenze operative durante le esercitazioni militari di due tornado dell’aviazione tedesca, ha dell’incredibile, in un contesto di convivenza civile europea.

Una replica già vista di ordinaria follia italiana, già vissuta in altri drammatici casi recenti (già dimenticati) nell’applicazione in ambito militare del diritto internazionale. Con dei livelli sconosciuti -almeno sino al recente passato – e delle modalità di governo, a dir poco sconcertanti, non solo per un moderno Stato di diritto. Con procedure non note ai più, gestite, apparentemente, con totale arbitrio da strutture militari nazionali e internazionali, con troppi intolleranti silenziosi assensi. .

Così il clamoroso incendio divampato nel Medio Campidano ha esalato fumi e nubi opache sull’annosa e pesante questione delle servitù militari in Sardegna, riaccendendo luci, non proprio chiare, sui danni ambientali prodotti in questi decenni di oscura presenza.

 Nell’isola insiste l’area star wars più estesa d’Italia. L’url istituzionale della Regione Sardegna, nella sezione dedicata all’ambiente ci informa che:

Sono oltre 35 mila gli ettari di territorio sardo sotto vincolo di servitù militare. In occasione delle esercitazioni viene interdetto alla navigazione, alla pesca e alla sosta, uno specchio di mare di oltre 20 mila chilometri quadrati, una superficie quasi pari all’estensione dell’intera Sardegna. Sull’Isola ci sono poligoni missilistici (Perdasdefogu), per esercitazioni a fuoco (Capo Teulada), poligoni per esercitazioni aeree (Capo Frasca), aeroporti militari (Decimomannu) e depositi di carburanti (nel cuore di Cagliari) alimentati da una condotta che attraversa la città, oltre a numerose caserme e sedi di comandi militari (di Esercito, Aeronautica e Marina). Si tratta di strutture e infrastrutture al servizio delle forze armate italiane o della Nato. 

Qualche numero: il poligono del Salto di Quirra-Perdasdefogu (nella Sardegna orientale) di 12.700 ettari e il poligono di Teulada di 7.200 ettari sono i primi due poligoni italiani per estensione, mentre il poligono Nato di Capo Frasca (costa occidentale) ne occupa oltre 1.400. A questo vanno aggiunte le basi tra le quali spicca il caso di quella Usa di S.Stefano a La Maddalena.” 

 Rimandiamo il lettore a questo indirizzo per riprendere cenni di memoria su fatti e vicende dai complessi sviluppi penali ancora in corso che hanno coinvolto vari soggetti con divise e stellette.http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/03/20/news/salto_di_quirra-52980833/

A nostro modesto avviso, più grave dell’accaduto, è parsa non adeguata la copertura mediatica, intensa ma piuttosto circoscritta al periplo insulare, rispetto alla complessa gravità del fatto e di tutti i fattori preesistenti che ne hanno favorito l’origine.

Dalle cronache riportate sulla dinamica dell’incidente la prima grossolana lacuna, denunciata con una nota ufficiale della Regione, si è manifestata nell’assenza di alcun presidio antincendio nelle aree blindate dedicate alle esercitazioni militari.

Imbarazzanti criticità nella catena delle comunicazioni fornite dalla Difesa, hanno prodotto ore di intenso lavoro, sino alle 18.30, per le squadre della guardia forestale accorse a domare l’incendio. Proprio il corpo forestale ha evidenziato la mancata collaborazione dei militari del poligono. I quali sarebbero stati impediti all’intervento perché sprovvisti di dotazioni antincendio.

Netta la posizione del governatore Pigliaru nei confronti del ministero della difesa:“È inconcepibile che la Regione scopra da fonti non ufficiali che un grave incidente è avvenuto nel corso di una esercitazione militare. È altrettanto inconcepibile che la conferma reale delle dimensioni dell’incendio arrivi solo dopo l’intervento degli uomini del nostro Corpo forestale, e che il ministero della Difesa da noi interpellato attraverso canali informali, parli di un piccolo incendio già domato quando invece l’elicottero del Corpo Forestale era ancora in azione alle 18.30, cinque ore dopo che il proiettile aveva innescato il fuoco”.

 L’allarme incendio era stato dato dall’ex presidente RAS Mauro Pili, al quale, anche da attuale parlamentare della Repubblica, era stato inizialmente interdetto l’accesso all’area militare interessata all’incidente.

 Fra richieste di dimissioni del ministro Pinotti (evocate dall’ultimo ex governatore Cappellacci), ventilate bonifiche dei poligoni militari (in queste ore il ministero della Difesa sta approntando un piano ad hoc), riduzioni delle stesse aree militari, perseguite da mesi dallo stesso Pigliaru, le attività militari non cessano. Tutt’altro: sono confermate la realizzazione di due nuovi villaggi per simulazioni militari nel sud dell’isola. Mentre il d.l. 91 sulla Competitività include la possibilità di alzare i target di tossicità nelle basi militari, equiparandole alle aree industriali.

 Non è certo responsabilità della stampa nazionale l’occupazione militare dell’isola. E’ però certamente paradossale la priorità sulla scelta e sull’approfondimento delle notizie, fornita dal mainstream nazionale. Che prolifica paginate sulla morte del giovane napoletano, colpito dall’arma di un carabiniere, piuttosto che della stessa dipartita dell’orsa, uccisa in Trentino da una overdose letale di anestetizzante.

Di contro il primo quotidiano dell’isola, l’Unione Sarda ha promosso una campagna di informazione sull’accaduto, schierandosi come ultimo avamposto mediatico a tutela dei Sardi. Sopraffatti loro malgrado dalle reiterate politiche calate dall’alto. L’incidente ha, in parte, rafforzato l’azione politica del governatore Pigliaru che nello scorso giugno non aveva firmato il protocollo Stato Regioni circa le modalità di utilizzo delle servitù militari. Un irrigidimento passato anche per l’irrituale visita “privata” del ministro della difesa nei poligoni militari sardi: in giro per l’isola senza alcun coinvolgimento delle istituzioni locali (prassi peraltro già adottata nel passato da poco illustri predecessori), pochi giorni prima del rogo di Capo Frasca.

 Il rullo della stampa regionale e il coro unanime di tutto l’arco politico presente in consiglio regionale (con qualche sparuto propagandistico distinguo “fuori dal coro”) ha promosso la grande manifestazione popolare di pacifico dissenso alle servitù, consumatasi lo scorso 13 settembre a Capo Frasca. Anche in questo caso la volontà unanime di respingere l’arroganza di un sopruso “imposto” da un presunta ragion di stato “superiore” per la sicurezza nazionale, cozza con dei numeri pur importanti ( dai 5 agli 8 mila, la stima dei partecipanti) che non assicurano quella “spallata consapevole”, in grado di spingere interlocuzioni decisive nelle sedi romane. Sul fronte interno l’arcipelago (vasto e frammentato) dei movimenti autonomisti indipendentisti, sommati alla schiera delle sigle partitiche nazionali, sciolte in una comunità insulare, già soffocata dalla lotta quotidiana per soddisfare i beni primari, deve ancora affrancarsi dal puntuale ricatto: il baratto di un ambiente pulito e libero con l’embargo più drammatico dei posti di lavoro condizionati da proiettili e divise.

Le recenti contestazioni al Soru (ex presidente, euro deputato e probabile neo segretario regionale PD), ultimo samurai nella “cacciata” degli americani a La Maddalena sono significative.

L’attuale giunta regionale tende ad un restringimento parziale dei perimetri di tiro: il 21 settembre si torna a sparare.

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