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S.O.S. Terra. La follia dell’umana specie.

settembre 20, 2014 • Economia, z in evidenza

impacts

 

di Angela Savia Spiteri

Domenica 21 settembre, a due giorni dall’ UN climate summit di New York, in centinaia di piazze di tutto il mondo si svolgerà la People’s Climate March, la più grande mobilitazione globale contro i cambiamenti climatici mai organizzata. In Italia, Power Shift Italia, Italian Climate Network, Legambiente  KyotoClub e Coordinamento FREE danno l’appuntamento ufficiale Roma, in via dei Fori Imperiali.

 

C’è un’altra emergenza oltre a quella economica occupazionale istituzionale politica, nazionale ed internazionale, umanitaria. C’è un’emergenza che incombe sui popoli di tutto il pianeta Terra ed è quella quella climatica.

La comunità scientifica internazionale è concorde nel ribadire che il clima terrestre si sta riscaldando e che il surriscaldamento osservato è attribuibile per la maggior parte alle attività umane, in particolare alla combustione di carbone fossile e alla crescita delle emissioni di gas-serra. Questo però veniva rilevato già più di un decennio fa, perché questa è una di quelle emergenze che si estendono in un perenne eterno, come altre tipo quella migratoria!

Così, ancora una volta i capi di Stato e di governo della Terra si incontreranno per discuterne, insieme agli esponenti della società civile, della finanza e del “business” e stavolta l’appuntamento è fissato per il 23 settembre al vertice sul clima di New York 2014, organizzato dal Segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon con l’obiettivo di mobilitare la volontà politica universale alla stipulazione di un accordo giuridicamente vincolante globale in vista della grande conferenza mondiale sul clima in programma a Parigi nel 2015. Si tratterebbe di un nuovo trattato, più ampio di quello di Kyoto, vincolante per tutti i Paesi e la cui efficacia si estende oltre la scadenza del protocollo di Kyoto, prorogata – e non da tutti, a conclusione dell’estenuante conferenza di Doha 2012 – fino al 2020. Attualmente il protocollo di Kyoto è l’unico accordo vincolante per lotta contro il surriscaldamento terrestre e ricordiamo che paesi considerati “grandi emettitori” ( tra cui Cina, Stati Uniti, Russia, India, Brasile) non hanno voluto vincolarsi agli obiettivi di riduzione di emissioni di gas serra. Dopo il 2020 non c’è nessun impegno.

L’emergenza climatica è un’emergenza non nuova. Il problema era stato avvertito già nel secolo scorso. Risale al 1979 la prima conferenza mondiale sul clima per invitare i Governi di tutto il mondo a “prevedere e prevenire potenziali cambiamenti climatici causati da attività umane che potrebbero avere un effetto negativo sul benessere dell’umanità”. Ne seguì l’istituzione da parte dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM) e del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) del Gruppo di esperti intergovernativo sull’evoluzione del clima,  dell’ International Panel on Climate Change ( IPCC ) con il compito di valutare lo stato delle conoscenze scientifiche, tecniche e socioeconomiche sulle cause e le conseguenze di un cambiamento climatico globale. Il panel ha periodicamente pubblicato dei rapporti in merito e numerose sono state le conferenze e i summit che sono seguiti, con in mezzo la Convenzione sul clima ( in occasione del vertice della Terra di Rio de Janeiro del 1992) ed il protocollo di Kyoto, atto primo (1997) e atto secondo (2012).

Come costante, il rilevamento della tendenza all’aumento della temperatura media globale superiore a quella registrata in passato ed il sospetto, ormai certezza, che tale riscaldamento derivasse dall’attività umana e non solo da cause naturali (la variabilità della radiazione solare e le eruzioni vulcaniche ad esempio).

Oggi una nuova scadenza per far fronte alla stessa emergenza cade a ridosso della conclusione del quinto rapporto dell’ International Panel – the AR5 Synthesis Report – che verrà presentato a Copenaghen a fine ottobre prossimo e nel quale si integrano e si sintetizzano, con uno stile povero di tecnicismi proprio per facilitarne la comprensione dei decisori politici, i materiali contenuti negli Special Reports già elaborati dai tre gruppi di lavoro dell’IPCC.

Negli “ Special Reports”  gli scienziati hanno evidenziato quanto il cambiamento del clima sia una realtà tangibile e quanto le cause siano imputabili per la maggior parte ai comportamenti umani e le cui conseguenze sono pericolose e probabilmente irreversibili.

Dopo il record di gas serra nell’atmosfera fatto registrare nel 2013 (+2,9 ppm), il più forte degli ultimi diecimila anni, il rischio è che l’aumento anche solo di pochi decimi di grado nella temperatura atmosferica e superficiale, sia potenzialmente in grado determinare mutamenti significativi con pesanti conseguenze irreversibili sul pianeta terra: lo scioglimento sempre più rapido delle banchise polari e dei ghiacciai; l’innalzamento del livello degli oceani, con la possibile scomparsa di intere isole; anomalie nella quantità nel tipo e nella frequenza del precipitazioni con aumento di eventi climatici estremi (alluvioni, cicloni, allagamenti, bombe d’acqua di cui i media danno notizia con sempre maggiore frequenza) in alcune zone, mentre ondate di caldo siccità e desertificazione in altre con riduzione delle terre coltivabili; e ancora conseguenze gravi per la fauna e la flora; ecc ecc.

E se anche la crescita delle concentrazioni dei gas-serra nell’atmosfera venisse bloccata durante questo secolo, i cambiamenti climatici e l’innalzamento del livello del mare determinati dalle passate, attuali e prevedibili future attività umane continueranno comunque per secoli con un impatto grave, diffuso e irreversibile sui sistemi fisici e biologici e sulle comunità umane. Per questo non è solo necessario accelerare l’adozione di misure che riducano le emissioni, ma urgono strategie di adattamento ai cambiamenti già in corso. Perchè “se le emissioni di gas serra non saranno limitate – avvertono difatti gli scienziati – i rischi legati al cambiamento climatico saranno probabilmente alti o molto alti entro la fine del XXI secolo.”

I rischi e le conseguenze sono disastrose non solo in termini ambientali e l’impatto non sarà grave solo per gli ecosistemi naturali, ma per interi settori economici ( pensiamo solo alla silvicoltura o all’agricoltura). Ma anche in termini di stabilità, dobbiamo immaginare che sarà consequenziale l’aggravarsi dei conflitti per l’accaparramento delle risorse naturali, di terra di energia e di acqua. L’ aumento esponenziale dei prezzi del cibo aggraverà i problemi di fame per milioni di persone; in molte regioni ondate di caldo e carenza di cibo e acqua moltiplicheranno i problemi di salute della popolazione mondiale. L’ aumento della povertà e del numero di “rifugiati climatici” sarà esponenziale.

Queste le previsioni su cui i leaders mondiali continuano a confrontarsi e si confronteranno nuovamente martedì prossimo a New York. Nonostante tutti gli sforzi, l’azione negli anni è stata fallimentare e stando agli attuali tassi di incremento, la concentrazione atmosferica media della CO2 potrebbe superare la soglia indicata dagli scienziati come il limite da non oltrepassare per contenere l’aumento globale di temperatura entro i due gradi Centigradi già tra il 2015 e il 2016.

Se ad oggi la mancata collaborazione e volontà a collaborare tra Nazioni è stata determinante, con gli attuali scenari di guerra, pensare alla collaborazione per i problemi climatici e ambientali del Pianeta è ingenuo eppure forse è l’unico argomento razionale che dovrebbe mettere un termine a questa corsa folle all’autodistruzione per un modello di sviluppo che putroppo però non si accenna a voler far rallentare e ben si camuffa dietro pubblicità dipinte di verde.

Non è un problema di crescita o di decrescita, ma produrre un nuovo paradigma di sviluppo che rimetta al centro componenti esistenziali evidentemente andate perse a causa dell’insindacabile progresso non certo umano, come l’equilibrio dell’ambiente ad esempio; potrebbe essere l’unica via intelligente di pensare allo sviluppo “altro” umano su questo Pianeta,  intendere la vita oltre la limitatezza temporale di ciscun individuo per immaginare un futuro, di ridimensionamento dell’esperienza umana più che di “rallentamento della crescita”.

È una riflessione che deve partire dal livello istituzionale fino al più basso livello personale. Poiché così potrebbe non essere, l’altra opzione è necessariamente invertire l’ordine della riflessione. Auspicabile è in tal senso porre maggiore attenzione e unirsi ai sempre più numerosi movimenti di protesta di tutto il mondo.

 Segnaliamo infine che in Piemonte in concomitanza con la People’s Climate March, domenica 21 settembre alle ore 15 l’appuntamento è al parco del Valentino per il Bike Pride, la più grande festa a pedali d’Italia.  

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