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Bioetica clinica e Counseling filosofico

settembre 18, 2014 • Io Leggo

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La riflessione di Paolo Cattorini:

Paolo Cattorini, medico e filosofo, è docente di bioetica presso l’Università degli studi dell’Insubria a Varese. In questo libro tratta del rapporto tra la bioetica clinica, che è quel settore della bioetica che si occupa dei problemi che sorgono al letto (klinos) del malato, e la consulenza filosofica. La bioetica, molto in generale come ben si sa, è l’etica applicata alle pratiche di cura, alle attività di ricerca sull’uomo, alle scienze della vita.

L’etica è la filosofia morale che rappresenta il tentativo di fornire una giustificazione razionale a delle valutazioni morali. Quindi il bioeticista clinico è un consulente filosofico, secondo il nostro Autore, perché aiuta operatori sanitari e istituzioni sanitarie ad approfondire i dilemmi morali che incontrano e a elaborarne, quando possibile, una soluzione convincente. Date queste premesse, dice Paolo Cattorini, è singolare che i rapporti tra bioetica e consulenza filosofica siano così sporadici.

La bioetica è nata una decina d’anni prima della consulenza filosofica che ha iniziato a essere una professione nel 1981, ma questo non basta a giustificare la mancanza di contatti tra le due discipline. Si può pensare che la bioetica sia un’impresa interdisciplinare e la consulenza sia filosofia allo stato puro. In effetti il bioeticista non si limita ad accostare saperi differenti ma deve farli interagire. Lo sforzo consiste nel leggere i dati da ottiche differenti e nell’interpretare, a partire dalla propria i dati di altri domini teorici o pratici. Questa interazione può avvenire a opera di un comitato o di un singolo, come il bioeticista clinico che è dotato di entrambe le competenze. Cattorini porta l’esempio dell’embrione.

La domanda se l’embrione sia persona umana non riceve risposta da una sola scienza. Embriologo, filosofo e teologo si siederanno allo stesso tavolo e dovranno mettere in tensione le proprie prospettive per cercare criteri intermedi che consentano di interpretare eticamente i dati della scienza per potersi avviare verso la soluzione del problema. Il compito della filosofia, in questo caso, è quello centrale perché garantisce il comune livello comprensione alle varie discipline, di modo che queste possano dialogare fra di loro. Nel corso del lavoro interdisciplinare ciascuna disciplina è tenuta a fare un passo indietro per riflettere sui postulati teorici e operativi che essa impiega.

Questo passo indietro è un movimento di ordine filosofico che si può realizzare perché la volontà scientifica di sapere custodisce una valenza filosofica, è un ramo della volontà filosofica di sapere che può venire riattivata quando sorgono problemi di fondo. In ogni scienza che sia metodologicamente consapevole, l’idea di un incondizionato che fa da orizzonte è presente ed è quella che dà coscienza dei limiti e delle parzialità. La coscienza metodologica è dunque quel tanto di filosofia che ogni scienziato deve possedere

La bioetica, come filosofia morale applicata, come consulenza quindi, non differisce sostanzialmente dalla consulenza filosofica in senso generale, che rivendica una fecondità vitale. Allora tutto ciò non porta soltanto a costruire sistemi logicamente coerenti ma aiuta a pensare l’esistenza, ad avere un atteggiamento interiore più autentico. Autorevoli pensatori hanno individuato nell’etica la filosofia prima e si può distinguere come faceva Hadot l’etica applicata, l’arte di applicare l’etica, di valutare e proporre azioni buone dall’etica teorica, ovvero la riflessione intellettuale che sistematizza i principi del giudizio morale all’interno di teorie il più possibile universali. Si può concludere dicendo che il bioeticista clinico è un consulente filosofico e che questo è un professionista dell’etica applicata.

Uno degli elementi importanti da considerare quando si fa consulenza filosofica è il concetto di visione del mondo che dobbiamo a Jasper. Si potrebbe dire che ogni soggetto morale mentre agisce esprime la propria visione del mondo e nel contempo la verifica e la corregge. Si è già sempre gettati in una prospettiva che sembra essere stata scelta in un tempo che non ci si ricorda. Si vive dunque in una visione del mondo che non è stata creata arbitrariamente e che varia nel tempo. Non è qualcosa che si possiede e si può cambiare. Questa visione si articola in due componenti: l’immagine e l’atteggiamento. L’immagine rappresenta il versante oggettivo della visione e contiene una filosofia, una teoria dell’essere, del bene. L’atteggiamento è invece il versante soggettivo, è il modo che il singolo individuo assume nei confronti della vita e delle sue situazioni.

È come uno stile generale. L’immagine e l’atteggiamento, a loro volta, si influenzano l’un l’altro e la persona è da considerarsi sempre in cerca dell’interezza delle sue espressioni. Un atteggiamento può intaccare l’immagine teorica o viceversa, e ogni esperienza che trasforma, compresa la consulenza filosofica, porta a una situazione di squilibrio che necessita di una forma di ristrutturazione. In fondo si tratta sempre di una ricerca etica, non, come pensa certa psicologia riduzionista, di un conflitto tra istanze psichiche. La persona desidera essere morale, desidera che le passioni e le ragioni che la scuotono siano portate all’unità, ovvero il desiderio cerca sempre una ragione che lo giustifichi, una norma che lo regoli. La ragione tende alla verità, così immagine e atteggiamento continuamente dialogano e si influenzano.

E l’etica? La consulenza filosofica? Sono il momento riflessivo, il momento in cui valori e teorie vengono pensati, rivissuti, riesaminati. A questo momento e movimento che portano alla domanda di senso Jasper dava il nome di struttura antinomica dell’esistenza, ovvero l’aspetto oggettivo della contraddizione, le antinomie reali che si incontrano volendo pensare e valutare. A questo, sul piano soggettivo corrisponde l’esperienza del soffrire che accompagna l’esistenza umana. Per risolvere questa tensione sta al consulente filosofico muoversi per un’esplorazione in quattro direzioni.

L’identità (che cosa ho percepito di me?), la passione per la vita buona (che cosa voglio? A quali desideri ho detto si?), l’immagine del mondo (che cosa so e che cosa ho percepito del mondo?), la speranza radicale (che cosa spero dalla vita?). Questa esplorazione è praticamente interminabile perché ogni volta che si progredisce su un asse ne viene una nuova luce sugli altri percorsi, con ricadute e conseguenze sovente impreviste.

L’impegno è quello di portare alla luce in piena consapevolezza le antinomie, così da impegnarsi nella ricerca di nuove integrazioni tra esperienze e ideali di vita buona. Ecco perché, in questo tipo di analisi esistenziale, la consulenza filosofica e la bioetica clinica sarebbero da definire come un’impresa morale che si rivela in uno scambio di fiducia e di promesse. Sarà sintomo della qualità di questa impresa l’atmosfera, fin dai primi incontri, come l’atteggiamento non giudicante e il piacere di dialogare indirettamente con i grandi filosofi.

Ma questo non deve rimanere un esercizio soltanto intellettuale, bensì trasformarsi in un esercizio pratico che sarà anche luogo di decisioni. Non c’è la parola fine a queste tematiche perché da sempre il pensiero dell’uomo si affanna a cercare soluzioni alla complessità della vita e delle vicende umane, sovente intrise di una sofferenza alla quale è necessario dare un senso.

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