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Il senso della vita senza Dio. Prendere Darwin sul serio

settembre 11, 2014 • Io Leggo

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Steve Stewart-Williams, Il senso della vita senza dio. Prendere Darwin sul serio, Torino, Espress Edizioni, 2011, pp. 397.

Steve Stewart-Williams, docente di psicologia evoluzionistica alla Swansea University, offre un contributo di notevole interesse al dibattito su evoluzionismo vs creazionismo con questo libro scritto in prima persona in uno stile rigoroso, diretto e colloquiale. Tre sono i punti che l’autore definisce «scottanti» (p. 21) e riguardano le implicazioni che l’evoluzionismo ha sull’esistenza di Dio, sul posto degli uomini nella natura e sulla morale.

La tesi di fondo sostiene che la teoria proposta da Darwin per spiegare il fatto dell’evoluzione biologica è tale da escludere totalmente la presenza di un qualunque dio. Stewart Williams riesce a far emergere la proposta filosofica sottesa e implicita nella scoperta scientifica, una filosofia che è capace di modificare la prospettiva e gli atteggiamenti dell’uomo rispetto a quelli ricevuti dalla tradizione fondata sull’idea che il mondo e l’universo siano stati creati da un ente supremo.

I creazionisti, che condannano la teoria della selezione naturale come falsa o inadeguata, se non addirittura sollecitata da depravazione morale, propongono come alternativa forme di disegno intelligente. Stewart-Williams confuta questa possibilità perché è un’ipotesi generale priva di specifica forza esplicativa e si riduce quindi a un tipo di spiegazione ad ignorantiam che ancora oggi è una perdurante credenza che presume di celare un senso di recondita profondità. Il senso della vita senza dio vuole togliere la percezione di qualcosa di segreto che si celerebbe nelle cose, al di là delle cose stesse.

L’evoluzionismo darwiniano cambia radicalmente la posizione dell’uomo. Stewart-Williams, mettendo in discussione tutti i dualismi, che ancora appaionointoccabili e centrali nella visione del mondo più diffusa, quali mente e materia, uomini e animali, vivente e non-vivente, giunge ad affermare che la nostra coscienza non è coscienza dell’universo ma ne è parte, per cui «le menti coscienti sono parte dell’universo fisico» (p. 188).

L’autore si impegna molto nel confutarel’idea di un progresso evolutivo frutto di un cammino precostituito che avrebbe come compimento l’Homo Sapiens dotato di ragione e di linguaggio, qualità che lo distinguerebbero radicalmente dagli altri animali. Dopo Darwin, sottolinea,la terra forma una unica grande famiglia, dove tutti provengono da un medesimo processo in cui «l’ambiente non è stato creato per gli uomini, ma gli uomini si sono evoluti per adattarsi all’ambiente» (p. 206).

Dopo aver messo il lettore in condizioni di ragionare “à la Darwin”, Stewart-Williams viene alla domanda principale del volume: qual è il senso della vita in una prospettiva evoluzionista? La risposta è netta: «Perché siamo qui? […] siamo qui perché ci siamo evoluti, ma non siamo qui per alcuno scopo» (p. 235). Il senso dell’esistenza, quindi, non sta più in un fine ultimo che fa riferimento alla trascendenza, ma va rintracciatonegli svariati fini che gli umani liberamente si pongono e che sollecitano il loro impegno fino al conseguimento degli obiettivi prescelti. Grazie a questo modo di concepire il senso della vita, l’uomo è in grado di provare una nuova libertà che gli proviene dal desiderio e dall’impegno direndere il mondo un posto migliore per tutti, in cuivi sia meno dolore e più felicità. Con l’evoluzionismo, sottolinea l’autore, si può spezzare la catena sofferenza – premio che sta alla base della metafisica di certo cattolicesimo dolorista in cui l’attenzione è rivolta alla sopportazione del dolore stesso, invece che a una sua diminuzione.

Dissolta l’idea che l’uomo abbia una vita ultraterrena, si disgrega anche l’antropocentrismo che ha informato gran parte della cultura occidentale e che ha raggiunto l’apoteosi negli ultimi secoli. Infine, come già rilevato da James Rachel, viene meno e si svuota la dottrina della “dignità umana” che assegna alla sola vita umana un valore infinito conferitole dal fatto di essere dotata di un’anima immortale dono di Dio e di essere unica detentrice della razionalità. Al contrario, si deve riconoscere che la razionalità non è una prerogativa dell’uomo perché altri viventi la possiedono, anche se in diverso grado.

Nell’ultima parte del volume vengono affrontati anche i problemi concreti dell’etica applicata tra cui il suicidio, l’eutanasia e il corretto trattamento degli animali non umani. Se si osserva quello che è sempre stato definito il valore supremo della vita umana «con le lenti correttive della teoria dell’evoluzione» (p. 320), non c’è ragione di pensare che suicidio ed eutanasia volontaria siano necessariamente sbagliati in ogni circostanza. Pur nell’ambito di un discorso impostato con molta cautela, Stewart-Williams ritiene che la vita vada giudicata attraverso la felicità di chi la vive. Per quanto concerne il rapporto con gli animali non umani, molte sono le posizioni esaminate e criticate, evidenziando che soltanto con Darwin, e grazie alla sua opera, si incomincia a lottare contro lo specismo.

Il volume di Stewart-Williams è apprezzabile perché riesce a presentare in modo lineare e ben argomentato un gran numero di intuizioni che molti colgono in maniera frammentaria e disorganica. Queste tesi sparse, che a volte vengono accettate quasi istintivamente, trovano ora «un fondamento più solido rispetto all’idea che dio abbia conferito al mondo una serie di regole morali» (p. 368). Il risultato è che la moralità non ha più un principio remoto e inaccessibile, ora può essere ricercato nella teoria darwiniana, dove le sofferenze non hanno uno scopo superiore, l’uomo è «una particella insignificante» (p. 369) e il suo compito è quello di rendere il mondo un posto migliore per tutti.

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