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11 settembre, riflessione storica sul golpe in Cile

settembre 11, 2014 • Agorà, z in evidenza

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di Marco Brunazzi*

Tra le molte riflessioni che si vanno facendo per la commemorazione del quarantunesimo anniversario del golpe cileno, ne vorrei privilegiare solo una. Non perché le altre, le molte altre che tutta la pubblicistica italiana e internazionale sta proponendo in questi giorni, siano superflue: tutt’altro. La tragedia di una esperienza pacificamente rivoluzionaria quale quella tentata nel Cile di Salvador Allende, la brutalità della sua repressione, le molte lezioni politiche che se ne trassero, a partire dalla proposta del “compromesso storico” del Partito Comunista italiano, le modalità stesse, anni dopo, della graduale fuoruscita del Cile dalla dittatura militare, sono tutte vicende che meritano di essere ricordate e ancora utilmente analizzate.

Vale la pena oggi istituire una sorta di parallelo tra il contesto politico internazionale dell’epoca e quello, non tanto politico, quanto economico, sociale e culturale di oggi. Allora, negli anni Sessanta e Settanta, le due superpotenze atomiche , USA e URSS, delimitavano con durezza e protervia i rispettivi campi di egemonia e influenza, quelli che in America si chiamava “il cortile di casa”.

Nel 1968 i carri armati sovietici avevano posto fine alla “primavera di Praga”di Aleksander Dubcek e nel 1973 il golpe sostenuto dagli Stati Uniti aveva sanguinosamente annientato il governo di Unità Popolare a Santiago. Vale la pena di ricordare che sia il partito comunista cecoslovacco che il governo socialista di Allende, pur promuovendo una pacifica rivoluzione politica, sociale e culturale rispetto alla precedente situazione, non intendevano sovvertire le rispettive appartenenze nell’ambito dei due grandi blocchi contrapposti.

La Cecoslovacchia restava nel Patto di Varsavia e al momento sempre governata da un partito comunista; il Cile nella famiglia dei paesi latino americani, con un governo basato sulle forme e regole della democrazia rappresentativa. Ma quello che l’Unione Sovietica non intendeva accettare era che l’egemonia del partito comunista a Praga non fosse più garantita dalla dittatura e dallo stato di polizia, ma dal consenso liberamente ricercato e ottenuto dai cittadini.

In altre parole, un nuovo modello politico comunque incompatibile con le ferree regole del suo “campo socialista”. D’altra parte, quello che gli Stati Uniti non potevano accettare dal Cile di Unità popolare era una rivoluzione economica e sociale, anche se realizzata nel rispetto della democrazia e delle sue leggi.

Anche questo, quindi, un modello politico inaccettabile a fronte di quello imposto a tutti i paesi del Centro e Sud America (con la sola eccezione di Cuba, a fatica tollerata e imposta soltanto dal compromesso con i sovietici dopo la crisi dei missili del 1962). Naturalmente, il mondo sembra radicalmente cambiato quarant’anni dopo, a partire addirittura dal dissolvimento dell’Unione Sovietica e della rilevanza internazionale del comunismo, sia come progetto politico e ideale che come movimento organizzato di una qualche peso ( a parte l’enigma Cina).

D’altra parte, l’America Centrale e Meridionale hanno visto l’affermarsi di nuove democrazie relativamente consolidate e socialmente progressiste, dal Brasile all’Argentina, dal Perù al Venezuela (quest’ultimo addirittura platealmente ostile agli USA e alla loro influenza). Eppure oggi in tutto l’Occidente e segnatamente in Europa l’egemonia del pensiero unico ultraliberista e della grande finanza speculativa sta svolgendo un ruolo analogo di intransigente custode di un modello economico, politico e sociale.

Analogo, si badi, anche nell’imporre, con la forza brutale delle armi finanziarie, governi ritenuti idonei a corrispondere ai suoi obiettivi. Questa affermazione sembra e in un certo senso è iperbolica, tenuto conto che in questo caso non si usano ancora le armi. Ma resta il fatto che dalla Grecia all’Italia sono stati imposti governi di unità nazionale e/o tecnici la cui politica si fonda sulla drastica riduzione del welfare e dei diritti sociali. La Banca Morgan ha addirittura recentemente rilevato che le costituzioni politiche adottate in Europa dopo la seconda guerra mondiale sono incompatibili con “le leggi del mercato” e vanno ridimensionate.

E infatti, anche in Italia, l’attuale maggioranza “sinistra/destra” sta imponendo al Parlamento un calendario rigidissimo e sbrigativo per garantire una rapida approvazione di riforme costituzionali dall’incerto profilo e sottratte ad una effettiva e larga discussione pubblica. In altri termini, mentre anche la superstite superpotenza americana mostra crescenti difficoltà a mantenere la sua egemonia politica e militare nel mondo, l”invisibile” potere delle oligarchie finanziarie sta ponendosi come unico ed effettivo gendarme di un modello economico e sociale sempre più incompatibile con la democrazia. Anche di questo, in qualche modo, ci parla oggi il ricordo dell’11 settembre 1973 in Cile. 

*Prof. Marco Brunazzi, Direttore Istituto studi storici Gaetano Salvemini

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