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L’Egitto potenzia il canale di Suez

settembre 8, 2014 • Mondo, z in evidenza

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L’Egitto intende aumentare la portata del canale di Suez, infrastruttura fondamentale per il traffico marittimo fra Europa e Asia.

Il Cairo controlla il canale dal 1956, data del ritiro delle truppe britanniche dal paese. Il controllo del canale ha sempre garantito al paese anche aiuti militari da paesi esteri – in primis dagli USA.  Il progetto avrà un costo di $4 miliardi e dovrebbe essere terminato entro un anno.

Prevede non solo di raddoppiare o ampliare i tratti dove ora il passaggio è a senso unico, in modo da ridurre i tempi di attesa, ma anche di costruire sulla riva mediterranea un porto per container, una nuova area industriale e una zona economica speciale per attrarre investimenti esteri. 

Così l’Egitto intende trasformare il canale in una grande arteria commerciale. Agli scavi, iniziati il 5 agosto sotto la supervisione dell’esercito egiziano, partecipano numerose aziende, ognuna delle quali incaricata di scavare sezioni di 2 km per un tratto lungo 35 km. Per completare l’opera l’Egitto, pur disponendo di una base industriale dignitosa, dovrà comunque ricorrere all’assistenza tecnica dall’estero, il che probabilmente farà slittare i tempi di realizzazione.

L’Egitto ha la popolazione più vasta del Nord Africa e un tasso di disoccupazione altissimo, che tocca punte dell’80% fra gli under 30. Ancora memore del ruolo svolto dai giovani durante le proteste che hanno portato alla caduta prima di Mubarak e poi di Morsi, al Sisi e l’establishment militare hanno deciso di puntare sull’ampliamento del canale di Suez per creare occupazione – sia durante la fase di costruzione che dopo, con l’ampliamento del traffico commerciale.

Il progetto non è nuovo, è in progettazione da anni. Sotto il governo Morsi, il progetto esisteva già e doveva essere finanziato dal Qatar. Ma il nuovo governo di al Sisi, ostile ai Fratelli Musulmani, ha rapporti poco amichevoli con il Qatar. È aiutato finanziariamente e politicamente dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Arabia Saudita. Questi paesi però temono che il progetto egiziano sottragga clienti e traffico ai loro porti nel Golfo Persico, per cui difficilmente saranno disposti a finanziarlo. 

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