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Quale destinazione culturale per la Cavallerizza?

settembre 4, 2014 • z editoriale

Cavallerizza-reale

 

di Marco Brunazzi

Il recente incendio di una porzione della Cavallerizza ha suscitato anche nuovi interventi sulla vocazione culturale che dovrebbe avere la futura Cavallerizza. In realtà, sia da parte dell’Amministrazione civica che da privati e potenziali acquirenti continuano a venire proposte che appaiono alquanto anguste, proprio sul piano culturale e sostanzialmente anacronistiche.

Si va da quella minimalistica (et pour cause, provenendo da immobiliaristi) che se la vorrebbero cavare con una sala o saletta teatrale al pian terreno lasciando il resto per esercizi commerciali, alberghi e residenze di lusso, a quelle più generose (da parte del Comune) negli spazi da dedicare alla cultura, ma che consisterebbero essenzialmente in qualche sala teatrale più o meno grande da riaffidare alla gestione del Teatro Stabile della Città. E ciò, ferma restando l’alienazione del resto per scopi di residenzialità commerciale o abitativa molto nebulose e incerte sulla loro effettiva consistenza e natura e compatibilità funzionale con il complesso.

In tutte queste ipotesi si conferma la vecchia idea di cultura come spazio bipartito tra produttori e fruitori della medesima, nella tradizionale concezione di passività di ruolo del pubblico e di “misteriosa invisibilità” dei creatori. Queste idee, nel dibattito culturale internazionale, ma anche italiano, sono da tempo considerate obsolete e si cerca di sostituirle con un approccio nuovo, come ad esempio sta avvenendo con la realtà museale. Ormai, in molte città europee, da Marsiglia a Barcellona, da Lipsia a Berlino, da Madrid a Mons, ecc., spazi paragonabili a quello della Cavallerizza torinese, per storia e condizioni di degrado e successivo riuso innovativo da parte di nuovi soggetti sociali, si sperimentano nuove e stimolanti esperienze.

In sostanza, si potrebbero immaginare di costituire numerosi spazi destinati a laboratori/atelier teatrali, musicali, di danza, per le arti visive, la fotografia, il cinema, ecc. finalizzati alla creazione/produzione e sperimentazione. La prossimità spaziale favorirebbe scambi, confronti, coproduzioni, ecc., anche, ma non solo, con le sedi istituzionali esistenti (Teatro Regio, Stabile, Accademia di Belle Arti, Conservatorio, Università DAMS, Museo del Cinema, ecc.) oltre che coinvolgere un pubblico desideroso di conoscere “l’officina”delle arti nel loro farsi.

La Cavallerizza ha tale vastità di spazi da considerare plausibile l’allestimento di un gran numero di simili laboratori e inoltre di spazi residenziali per gli artisti che volessero viverci accanto, ovvero per quelli esterni ed esteri che volessero giungervi per stage, ecc.. In tale ambito, si potrebbero forse immaginare anche spazi più specificamente museali , ove fosse possibile racchiudere documenti e cimeli utili per una storia della Cavallerizza stessa nei secoli e tale da attrarre un pubblico comunque “tradizionale”. Soddisfatte in tal modo le necessità più direttamente creative, si potrebbero quindi prevedere spazi residenziali coerenti con le caratteristiche culturali e di aggregazione sociale del complesso.

Innanzitutto residenze per studenti (e perché non anche visiting professor?), ma anche per anziani, in modo da offrire una opportunità di rivitalizzazione abitativa con il conseguente ripristino di relazionalità sociale e in quest’ottica si potrebbero anche considerare realtà associative affini. Anche la possibilità di aprire esercizi commerciali potrebbe avere un riconoscimento per tutte quelle eccellenze artigiane riconducibili alle necessità e alle coerenze del luogo, alle quali anche affidare eventualmente compiti di formazione professionale per giovani interessati a lavorare nei vari settori (falegnameria, scalpellini, giardinieri per i Giardini Reali attigui, sartorie teatrali, tipografia, impiantistica illuminotecnica, ecc.).

Tutte queste funzioni residenziali e commerciali sarebbero così anche in grado di fornire un reddito utile per sostenere , almeno in parte, le spese generali e di manutenzione. Come è evidente, l’obiettivo di un progetto siffatto non è soltanto quello di restaurare un edificio storico di alto valore artistico lasciato in colpevole degrado. Ma è quello di farne un centro vivo e vitale di socialità diffusa e veicolata proprio dall’ampiezza, varietà e originalità dell’offerta culturale.

Come dicevano i vecchi inquilini/abitanti della Cavallerizza, nei bei tempi andati a loro sembrava di vivere in un “Borgo”. Che la nuova Cavallerizza torni ad essere un Borgo, ma non tanto della memoria e della nostalgia,ma soprattutto della cultura e della socialità diffusa e consapevole è la scommessa di chi si sta impegnando nella e per la Cavallerizza. Naturalmente, resta tutta da affrontare la questione delle risorse da reperire e del modello di gestione del complesso. In linea di massima, si potrebbe pensare ad un team pubblico-privato fortemente partecipato dalla cittadinanza e aperto alle dimensioni e condivisioni europee. (anche finanziarie).

Ma questo aspetto richiede preliminarmente il consenso dei principali attori, istituzionali e non in campo, alle nuove finalità di cultura creativa, innovativa e partecipata sopra delineate e all’ipotesi di utilizzazione conseguente degli spazi fisici esistenti. Soltanto dopo tale verificato assenso sarà possibile incominciare a ragionare su modelli giuridici idonei e a titolarità condivise e reciprocamente garantite.

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