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Loquor ergo sum

settembre 1, 2014 • Cultura e Società, z in evidenza

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Cartesio ha indubbiamente lasciato una pesante eredità, la sua famosa asserzione “cogito ergo sum”. Penso dunque sono.

Una grande responsabilità, un prezzo pesante per esistere. Ma nel tempo si potrebbe pensare che essa è stata mutata dalle abitudini in l”oquor ergo sum”. Parlo dunque sono. Un costo per esistere che deve essere sembrato molto più lieve. Ma questo cambiamento, purtroppo, ha provocato un danno non facilmente riparabile.

L’ininterrotto cattivo uso e lo spreco hanno fatto ammalare le nostre parole più importanti. Oggi le parole che sono usurpate, abusate, violate, deformate, stravolte sono tante e sono le parole più importanti che noi possiamo pronunciare. Importanti per la nostra vita. Parole come trasparenza, equità, giustizia, concretezza, diritti, crescita, lavoro, sviluppo, le sentiamo pronunciare vanamente da parecchi anni, e poco alla volta abbiamo dovuto dolorosamente constatare che hanno perso il loro senso. Sono divenute un fantasma cui ogni parlante poteva dare voce e, subito dopo, un altro, se non il medesimo, lo smentiva.

Eppure di queste parole è fatta la nostra vita, sono intessute le nostre speranze, con queste parole vogliamo delineare il futuro nostro e dei nostri figli. Queste parole, le nostre parole, che con l’aiuto di tutti, dalla classe politica all’ultimo imbonitore televisivo, si sono ammalate, vanno ora medicate, con molta cura e delicatezza.

Bisogna rianimarle, aiutarle a ritrovare il loro significato originale, non soltanto interpretandole ma ridando loro la vita. Ridando loro la dignità e il valore che spettano a ognuna. Diamo di nuovo il valore originario a queste parole, che la trasparenza sia davvero qualcosa che tutti possono vedere, che la giustizia non sia più essere governati da persone che l’hanno calpestata, ma da persone che la rendono presente in ogni loro atto, che la concretezza sia davvero un fare, un fare insieme, che la crescita non sia quella di un debito, perché quella non è crescita, è fallimento. Che lo sviluppo sia armonia per tutti, che l’equità rispecchi la sua etimologia: moderazione, giustizia, imparzialità.

Se non vogliamo stare senza pronunciare queste parole ferite, le dobbiamo curare per poterle di nuovo pronunciare nella pienezza del loro significato e con la riconquistata dignità che loro spetta. C’è la possibilità di ridare vita a queste parole, di farle tornare idee e ideali da raggiungere, di provare a realizzarle con un atto che ne esprima la piena e reale potenzialità.

Questo è un atto di grande coraggio civile ed è un atto basilare per parlare di nuovo di politica: una passione e una capacità che hanno sempre contraddistinto l’uomo, che già Aristotele chiamava il vivente politico. Politico, polis, città, partecipazione alla cosa pubblica. Anche le parole sono cosa pubblica, purtroppo anch’esse sono cosa pubblica svilita. Bisogna di nuovo imparare a collegare il senso dell’esistenza alla capacità di pensare.

Non si debbono più pronunciare parole importanti in un contesto pubblico senza avere un riferimento intellettuale e morale. Sempre più ci si nasconde dietro formule collaudate per riscuotere successo e simpatia che, se analizzate, si dimostrano vuote di ogni significato. Ma quel vuoto è ben dissimulato dall’affollamento dei termini, dove la mancanza di valore dell’uno è compensato dall’esuberante mancanza di senso dell’altro.

Ricominciare a pensare e ad articolare il pensiero sobriamente è esercizio faticoso, difficilmente l’esempio verrà dall’alto, come si diceva una volta, proviamo allora, dal basso, a minare l’edificio di cartapesta.

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