MENU

Riforma del Senato o ritorno all’Ancien Règime?.

agosto 21, 2014 • Politica, Uncategorized, z in evidenza

Senato-Ghigliottina1

Il 31 Marzo scorso era stato approvato il testo del disegno di riforma costituzionale in Consiglio dei Ministri tra veleni e dichiarazioni arroganti di chi vedeva nella riforma un traguardo di un immobilismo trentennale causato, a loro dire, da continue prese di posizione dei “professoroni o presunti tali”. Ad eccezione dei “quattro paletti” (il Senato non vota la fiducia, non vota le leggi di bilancio, non è eletto e non ha indennità) imposti dal premier, il Governo si professava aperto alle modifiche di una riforma che voleva portare a casa ad ogni costo (su questo punto Renzi diceva di giocarsi tutto)

. L’8 agosto, così, prima della sospensione feriale, dopo mesi di discussioni polemiche rotture ed emendamenti a valanga – conosciamo le cronache – il Senato, con 183 voti a favore, ha approvato in prima lettura il disegno di legge di riforma costituzionale che dovrebbe superare il bicameralismo paritario

. Il disegno di legge, per diventare legge, dovrà ancora passare alla Camera e poi di nuovo al Senato per altre tre letture (quattro in tutto) ed esiste anche la possibilità, più volte prospettata consapevolmente dalla ministra Boschi, che sia sottoposto a referendum popolare confermativo qualora la legge di modifica costituzionale non venisse approvata da en­trambi i rami del par­la­mento con la mag­gio­ranza dei due terzi. Il testo approvato al Senato a inizio mese differisce dal testo approvato in Consiglio dei Ministri a Marzo in pochi punti e non sensibili, per cui risulta veritiera l’affermazione di chi sostiene che questa è ancora la riforma del patto del Nazareno a firma Renzi-Berlusconi

. In ordine alla composizione, il ddl approvato in prima battuta al Senato prevede che il nuovo organo si componga di 100 senatori non eletti direttamente (dunque un primo paletto viene mantenuto) e garantiti da immunità, di cui 95 rappresentanti delle istituzioni territoriali e cinque nominati dal Presidente della Repubblica (non più 21 come nel ddl governativo) con carica settennale. Di questi 95 rappresentanti che varcheranno la soglia di palazzo Madama, 21 sono riservati ai sindaci, uno per ciascuna Regione, eletti dai consiglieri regionali, i restanti 74 sono, invece, essere eletti con metodo proporzionale dai Consigli regionali e dai Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano tra i propri componenti. Dunque anche il paletto della non eleggibilità diretta dei componenti si è mantenuto inalterato.

La ripartizione di questi 74 seggi deve avvenire in maniera proporzionale alla popolazione ma ad ogni Regione deve essere attribuito un numero minimo di seggi, nella misura di tre. Questo significa, visto l’esiguo numero di componenti, che le Regioni più popolose avranno pochi seggi in più di quelle più piccole con conseguenza possibile la distorsione delle politiche a favore delle Regioni più piccole. Da contrappeso però il fatto che il Senato possa occuparsi solamente di alcune materie e la previsione del giudizio preventivo di legittimità costituzionale su ricorso motivato di almeno un terzo dei componenti di una Camera sulle leggi che disciplinano l’elezione dei parlamentari

. Rimangono invariate le previsioni sulla durata delle cariche senatoriali e rimane invariato l’altro paletto relativo alle indennità, prevista solamente per i membri della Camera dei deputati. Questo, insieme all’abolizione delle province e del CNEL, dovrebbe portare a quel miliardo di euro all’anno di risparmi che fu la vetrina della riforma a Marzo in piena campagna elettorale per le europee insieme agli 80 euro. Interessante, invece, la previsione aggiunta in ultimo comma all’art. 64 così come pensato nella riforma in cui si stabilisce il dovere per i membri del Parlamento di partecipare alle sedute dell’Assemblea e ai lavori delle Commissioni. Magari, nell’ottica di contrasto all’assenteismo parlamentare, si pensa di vincolare i parlamentari di Camera e Senato alla pretesa dei cittadini di essere rappresentato, pretesa che potrebbe essere, almeno in teoria.

Una differenza minuta che salta subito agli occhi è che il Senato torna a chiamarsi Senato della Repubblica, si abbandona quindi l’idea del Senato delle Autonomie; mentre si aggiunge la previsione che le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere debbano promuovere l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza. Come nel ddl di matrice governativa, si mantiene la titolarità del rapporto di fiducia con il Governo in capo alla sola Camera dei deputati – paletto mantenuto dunque – Camera che esercita la funzione di indirizzo politico, quella di controllo dell’operato del Governo e la funzione legislativa, non più esercitata collettivamente dunque. Così, sulle leggi di bilancio la Camera potrà decidere a maggioranza semplice, di non conformarsi ai rilievi posti dal futuro Senato, che sarà anche escluso dal potere di concedere amnistia e indulto.

Il Senato della Repubblica, invece, rappresenta le istituzioni territoriali e concorre in maniera paritaria rispetto alla Camera nella funzione legislativa nelle materie etiche, di cui agli articoli 29 (famiglia e matrimonio) e 32 secondo comma (trattamenti sanitari imposti con legge), una piccola aggiunta questa, nonché negli altri casi e secondo modalità stabilite dalla Costituzione. Si aggiunge anche, per specificazione, che continuerà a concorre ad esprimere pareri sulle nomine di competenza del Governo nei casi previsti dalla legge.

In ordine al procedimento legislativo di approvazione delle leggi, rimane il meccanismo farraginoso disegnato nel provvedimento adottato in Consiglio dei Ministri a Marzo per cui al Senato viene attribuita una funzione legislativa secondo modalità e con poteri ambigui che di fatto risultano svuotati. La vita parlamentare è scandita poi secondo gli stessi termini precisi come nelle previsioni del ddl governativo; ma una piccola aggiunta, tattica, viene fatta all’originaria formulazione della particolare ipotesi che prevedeva, nel ddl governativo, il dimezzamento dei tempi nel caso in cui il Governo chiedesse alla Camera dei deputati di deliberare che un disegno di legge fosse iscritto con priorità all’ordine del giorno si aggiunge una piccola postilla per cui basta che il disegno di legge venga indicato come essenziale per l’attuazione del programma di governo, per far scattare la priorità.

Per il resto poco cambia, dunque, e poco cambia anche in ordine alle previsioni di iniziativa legislativa di parte governativa. In ordine invece all’iniziativa legislativa popolare, viene aumentato, triplicandolo, il numero di firme necessario alla presentazione di una legge di iniziativa popolare da cinquanta mila a centocinquantamila elettori; al contempo se ne garantisce la discussione e la deliberazione conclusiva nei tempi, nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari, vincolandole dunque a queste che non sono leggi o atti aventi forza di legge, con ciò che ne discende in ordine alla loro insindacabilità.

Al fine di favorire la partecipazione dei cittadini alla determinazione delle politiche pubbliche si aggiunge la previsione dell’adozione, futura, di una legge costituzionale che stabilisca condizioni ed effetti di referendum popolari propositivi e d’indirizzo – altra novità –  nonché di altre forme di consultazione, anche delle formazioni sociali. Un’altra piccola postilla aggiunta da non sottovalutare riguarda il referendum abrogativo qualora la proposta fosse avanzata non da cinquecentomila elettori, o cinque Consigli regionali, ma soltanto da ottocentomila elettori, la maggioranza richiesta non è quella degli elettori ma la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera dei deputati.

Altra novità si riscontra in merito all’elezione del Presidente della Repubblica, con l’introduzione di un nuovo quorum: il Capo dello Stato sarà eletto dalla platea di deputati della camera e dai 100 senatori a scrutinio segreto a maggioranza dei due terzi; poi, non più dopo il terzo scrutinio sarà sufficiente la maggioranza assoluta, ma dopo il quarto scrutinio sarà sufficiente la maggioranza dei tre quinti dell’assemblea e dopo l’ottavo basterà la maggioranza assoluta.

Si prosegue dunque con la soppressione del CNEL e la riforma del Titolo V, con abolizione delle provincie e scomparsa della legislazione concorrente tra Stato e Regioni. Anche in questo caso le modifiche apportate rispetto al testo governativo di marzo sono poche: lo Stato potrà esercitare una “clausola di supremazia” verso le Regioni a tutela dell’unità della Repubblica e dell’interesse nazionale e tra le competenze assegnate allo Stato centrale quella che permette il commissariamento di Regioni ed enti locali in caso di grave dissesto finanziario. In ordine alle modifiche al titolo VI della Costituzione, in merito all’elezione dei giudici della Corte costituzionale, infine, si mantiene l’impianto del ddl governativo.

È inutile aggiungere che le preoccupazioni ante e precedenti il ddl di riforma del Senato unitamente a quelle per la riforma della legge elettorale sono tutte confermate e il pericolo risiede proprio nella costituzionalizzazione della sudditanza del Parlamento con la riduzione delle Camera, o meglio della futura Camera dei deputati, a funzione di ratifica delle decisioni dell’esecutivo.  

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »