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Siria, ad un anno dal massacro di Ghouta

agosto 21, 2014 • Mondo, z in evidenza

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di Elena Calogiuri

Oggi è il primo anniversario del massacro di Ghouta, nella provincia orientale della capitale siriana. Un anno fa i telegiornali di tutto il mondo mandavano in onda i video registrati dai media attivisti siriani: schiere di bambini senza vita raccolti nelle case e in grandi padiglioni, la pelle gialla, la bava dalle bocche.  Piccoli corpi chiusi in sacchi di plastica nera in mezzo a grandi blocchi di ghiaccio che ne rallentavano la decomposizione.

Discordanti sono le fonti sul numero di morti (dai 281 ai 1429 civili), quel che è sicuro è che la maggior parte erano bambini. Nella notte del 21 agosto 2013 Ghouta Est, assediata dall’inizio della rivoluzione dal regime siriano, veniva attaccata con 350 l di gas sarin per mezzo di razzi terra con su stampati caratteri cirillici, lingua slava utilizzata anche in Russia.
Tale collegamento, secondo osservatori ONU è tra le prove schiaccianti per stabilire che le armi, vendute da Putin ad Assad, fossero in possesso del dittatore siriano, quindi responsabile del massacro di Ghouta.
Inoltre i razzi venivano da nord ovest, zona sotto il controllo delle forze lealiste dove si trova una base militare vicino Damasco, mentre se fossero stati lanciati dal FSA sarebbero provenuti da sud est. Non solo l’ONU individuava come responsabile del massacro il regime siriano; gli seguivano il capo dei servizi segreti americani, James Clopper, l’Inghilterra e la Francia.
Intanto, alcune personalità, cominciavano a sostenere tesi contrarie, come il generale francese Dominique Delawarde secondo cui i “ribelli” avrebbero sequestrato civili, li avrebbero asfissiati con gas e poi avrebbero fatto immediatamente quei video giunti sino ai media occidentali.

Forse meno contorta, anche se meno dettagliata, è la tesi di quest’anno del premio Pulitzer Seymur Hersh secondo cui il massacro sarebbe stato compiuto da “ribelli” sostenuti dalla Turchia.

Tra tutte queste polemiche a dare conferme e/o risposte è sempre il tempo: il 18 agosto la Casa Bianca ha emesso un documento in cui comunica esplicitamente che le armi più letali che erano in possesso del regime siriano sono state distrutte a bordo della nave americana M/V Cape Rey, aggiungendo che è un grande passo per la OPCW (Organization for the Prohibition of Chemical Weapons). A seguito i ringraziamenti al Direttore generale della OPCW, al coordinatore della missione Sigrid Kaag e ai partners Danimarca, Norvegia, Finlandia, Grand Bretagna e, a sopresa, anche l’Italia. Il 12 agosto il Pentagono aveva dichiarato pubblicamente di aver distrutto le armi chimiche dell’arsenale siriano damasceno, neutralizzando il 100 % dei componenti usati per la fabbricazione del gas sarin.

Ombre sull’attacco chimico di ieri avvenuto a Jobar, nella provincia di Damasco. Ad ora al Arabiya comunica che cinque sono le vittime con evidenti segni di soffocamento.

Intanto, dal 16 agosto 2014, è iniziato per gli attivisti della Rivoluzione siriana il countdown per commemorare ciò che, tra tante polemiche, è certo: la vita strappata ingiustamente ai bambini innocenti di quel massacro, compresi tra le 180,000 circa di una guerra la cui fine sembra sempre più lontana.

 

fonti: Ansa, Il sole 24 ore, Panorama, The White House,

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