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Il “genocidio palestinese”: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

agosto 20, 2014 • z editoriale

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Opera del Maestro Reza Olia

Il mio pezzo precedente, sulla questione del preteso genocidio palestinese, ha suscitato una serie di reazioni negative (alcune, in verità, da bar dello sport) tanto nei commenti sul blog, quanto in fb o in mail. Alcuni usano le parole a caso, per cui genocidio, massacro, pulizia etnica ecc, sono tutti la stessa cosa. Si tratta di piccoli confusionari irresponsabili, che non si rendono conto dei danni che fanno, perché che “le parole sono pietre”, soprattutto in situazioni terribili come quella attuale in Medio Oriente.

La parole, se non si vogliono fare danni alla stessa causa che si intende sostenere, vanno usate con grande cautela e pesandole una per una. Non per “timore di finire in una lista nera” come qualche cretino ha scritto intervenendo in questo blog, ma perché occorre avere la responsabilità di quello che si dice. Ma su questo torneremo alla fine.

Conviene partire dalle cose più facili. Cosa è un genocidio? Chiunque consulti un dizionario della lingua italiana troverà definizioni di questo tipo:

Genocidio = distruzione sistematica di un intero gruppo, razziale o religioso”.

Ovviamente in un dizionario di diritto, di storia o di politologia la definizione sarà ben più articolata ed argomentata, ma sicuramente, ancora più restrittiva perché molti esigono la dimostrazione dell’intenzionalità. Ma qui stiamo sul semplice e accettiamo una corretta definizione in termini di linguaggio corrente. Vediamo se l’espressione può essere usata con proprietà di linguaggio nel nostro caso, partendo da un esempio, quello del concetto di “pandemia” che, sempre per il vocabolario, significa “manifestazione epidemica di una malattia su larghissima scala, anche planetaria”.

Ne consegue che, se abbiamo un certo numero di casi pari allo 0,1 per mille della popolazione osservata, si potrà parlare di una infezione diffusa, ma non di una epidemia, per la quale occorrerebbe un ordine di grandezza decisamente superiore (poniamo il 5-8%), ma ancora non si potrebbe parlare di pandemia, cioè di larghissima scala, per la qual cosa si richiederebbero numeri ben più alti. Una pandemia fu la grande peste polmonare del XIV secolo in Europa che sterminò un quarto della popolazione del tempo e contagiò più della metà degli abitanti.

Ma ne facciamo una questione di numero? Certo: ne facciamo una questione di numero, se le parole hanno un senso e devono descrivere un fenomeno in base alla sua ampiezza, i numeri sono importanti. Come dimostra il fatto che noi contestiamo quei Pm che parlano di “devastazione e saccheggio” per otto vetrine distrutte. O no?!

Naturalmente, non sempre le soglie sono definibili rigidamente: se una malattia contagia il 20% della popolazione e non il 30%, si può parlare di pandemia o solo di epidemia? E se i contagiati sono il 15%? A ciascuna soglia corrisponderà un certo protocollo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (ovviamente si tratta di soglie convenzionali) che deciderà il grado di allarme e le conseguenti misure da adottare; per cui se c’è rischio di pandemia si ordinano i test e la vaccinazione obbligatoria di massa. Ma se c’è una semplice infezione diffusa, una misura del genere produrrebbe danni, come un certo numero di shock anafilattici, che sono un prezzo sopportabile se c’è rischio di pandemia, ma che sono un errore madornale se questo rischio non c’è.

Veniamo al caso del “genocidio”: perché se ne possa parlare è evidente che debba esserci un numero importante di persone uccise relativamente alla popolazione considerata. Quello degli armeni fu un genocidio, perché nella marcia della morte, durante la deportazione, morirono non meno di 200.000 persone (secondo altri 350.000) sul 1.200.000 deportate che, a loro volta, rappresentavano più della metà della popolazione armena nell’impero ottomano.

Quello rwandese fu un genocidio perché produsse la morte violenta di quasi un milione di Tutsi (di cui 500.000 in soli dieci giorni) su circa 2 milioni. Quello dei nativi americani (pellerossa al Nord, precolombiani nel centro e sud America) fu un genocidio, peraltro riuscitissimo.

Ne consegue che il segno più evidente di un genocidio è un forte saldo demografico negativo, che segnala una decimazione della popolazione considerata. Se una popolazione cresce di numero, può darsi che qualcuno voglia sterminarla, ma evidentemente, senza riuscirci, perché la sua azione è molto al di sotto dell’obbiettivo cercato.

Vediamo ora i numeri del caso palestinese: secondo le stime più larghe, le vittime palestinesi sarebbero state 60-70.000 in circa 65 anni. Ovviamente le stime sono molto approssimative anche perché, al solito, è difficilissimo stabilire quanti siano deceduti per effetto di stenti, privazioni, mancate cure prodotte dalle condizioni imposte dagli israeliani nei campi di concentramento palestinesi.

A proposito si impone un’altra precisazione: l’esperienza nazista ha spinto a ritenere l’espressione “campo di concentramento” sinonimo di quello di “capo di sterminio”, ma se tutti i campi di sterminio sono stati campi di concentramento, non è vero il contrario perché non tutti i campi di concentramento sono stati anche campi di sterminio. Ad esempio, i campi di concentramento in cui erano detenuti i prigionieri di guerra inglesi o americani non erano affatto campi di sterminio, come dimostra l’alto tasso di sopravvivenza dei prigionieri lì detenuti (così come i campi di concentramento dei prigionieri tedeschi ed italiani degli inglesi non erano campi di sterminio).

Nel caso palestinese siamo di fronte a campi di concentramento, ma non di sterminio: non mi pare che ci siano camere a gas, forni crematori o fosse comuni e questo non lo sostiene nessuno, neppure la propaganda palestinese. Il che, ovviamente non toglie che si tratta di condizioni di vita molto dure, vessatorie e in alcuni casi inumane e che è intollerabile che questo duri da decenni.

Tuttavia, anche triplicando le stime più fosche, avremmo circa 200.000 vittime in 65 anni, numero sicuramente molto fantasioso che, comunque, dà una media di circa 3.000 all’anno: non è il numero di un genocidio. E, infatti, l’andamento demografico non segnala alcuna contrazione della popolazione palestinese che, grazie al maggiore tasso di fertilità, cresce ben più di quella israeliana: nel 1948 i palestinesi in zona erano 1.400.000 ed ora sono 5 milioni e mezzo, nonostante una diaspora che ha portato il numero dei palestinesi nel mondo a 11 milioni.

Insomma, con tutta la buona volontà e facendo le più spericolate capriole, proprio non si può parlare di genocidio. Dopo di che si può sempre parlare di “tentato genocidio” non riuscito, ma, insomma, con un tasso inferiore all’1 per mille è un po’ dura da far credere.

Semmai, è molto più credibile sostenere che siamo in presenza di un caso di “pulizia etnica”, come ammette anche uno storico di parte israeliana come Ilan Pappe e, tutto sommato, anche il suo critico Benny Morris, che contesta l’intenzionalità della questione, ma accetta che nei fatti il processo sia tale.

E, se contano anche le intenzioni, come nella bizzarra teoria del “tentato genocidio”, non sarei così sicuro che, se Hamas ne avesse le possibilità, non perseguirebbe obbiettivi di pulizia etnica a parti scambiate.

Ovviamente (e prego chi vorrà commentare questo articolo di tenere presente queste righe) la pulizia etnica è un orrore che va denunciato, ma è una cosa pur sempre diversa da un genocidio. Usare il termine pulizia etnica o massacro al posto di “Genocidio”, non implica affatto un affievolimento della denuncia (quasi che si dicesse “Ma no, non è un genocidio, possiamo stare tranquilli: è solo pulizia etnica!”).

Ma allora perché chiamare una cosa con un nome non suo? Solo un eccesso di esasperazione? La cosa ha un senso politico preciso: è una operazione di guerra psicologica che va spiegata. I palestinesi percepirono ben presto che l’opinione pubblica europea ed americana parteggiava apertamente per gli israeliani, per il forte senso di colpa seguito al genocidio ebraico, perpetrato dai nazisti e che gli altri non avevano saputo impedire. Antinazismo e appoggio alla causa ebraica furono la stessa cosa, anche perché i palestinesi non si presentavano bene avendo alla testa quel losco figuro del Gran Muftì di Gerusalemme, che, sono sino a pochi anni prima e per lungo tempo, era stato gradito ospite alla corte di Hitler. Dopo l’occupazione del 1967, esplose il problema della popolazione palestinese sotto dominio israeliano, con la tragica situazione dei campi. Ed, a quel punto,  i palestinesi iniziarono a parlare di genocidio, con l’evidente intenzione di ribaltare sugli israeliani l’accusa di nazismo, spezzando il loro principale argomento propagandistico, nello stesso tempo, il tentativo era quello di attirare su di sé i riflettori dei media mondiali con la denuncia di un crimine tanto grave.

Non contesto affatto il diritto morale dei palestinesi a fare questa mossa per difendersi (ogni guerra, lo ripeto, è anche guerra di propaganda e dalla propaganda è insensato attendersi la verità). Il guaio è che si è trattato di una mossa politicamente controproducente che, non solo non ha raggiunto i suoi scopi, ma si è trasformata in un’autorete, togliendo credibilità alla denuncia dei crimini di guerra israeliani (che ci sono e vanno denunciati). La ben più potente e raffinata macchina di propaganda israeliana non ha avuto molta difficoltà -con i numeri che abbiamo detto- a smentire che ci fosse in atto un genocidio e che questo, semmai, era l’ennesima riprova di “antisemitismo” dei nemici di Israele (peraltro, come se gli arabi non fossero semiti anche loro).

La taccia di “antisemitismo”, data con grande larghezza a chiunque osi criticare Israele per qualsiasi cosa, è il rovescio di quella di “genocidio” ma è ben più riuscita: il tentativo di colpevolizzare l’antagonista accomunandolo ai nazisti (un collega accusò me si antisemitismo –bontà sua “inconsapevole”- perché mi azzardai ad usare l’espressione “lobby israeliana” in un intervento in sede Sissco). Il fatto è che anche sul piano della guerra psicologica gli israeliani se la cavano meglio dei palestinesi, come dimostrano i larghi consensi raccolti dalla loro campagna in tema di antisemitismo. Mentre a convincersi della presenza di un genocidio in atto sono giusto quattro gatti iperidelogizzati, che credono, sbagliando, di sostenere la causa palestinese.

E guardatevi intorno (non solo in Italia) per costatare quanto sia minoritaria questa convinzione e quanto più diffusa sia la simpatia per Israele in tutta Europa, per non dire degli Usa. Qui si fa già molta fatica ad informare la gente dei delitti contro la popolazione palestinese, se poi ci si inventa un genocidio che palesemente non c’è, questo toglie ogni credibilità a chi sostiene le ragioni palestinesi. Usare termini, molto più appropriati,  come “pulizia etnica”, crimini di guerra o strage, sarebbe molto più incisivo sul piano della comunicazione politica. Ed è un errore accostare Israele al nazismo, perché Israele, pur nella brutalità dei suoi interventi, nazista non è affatto ed ha buon gioco a difendersi con il solito refrain dell’antisemitismo.

E questo è già il primo risultato politico negativo dell’uso del termine “genocidio”. Adesso lasciamo da parte altre questioni come se sia giusta o meno l’esistenza di uno stato ebraico, se ci sia un aggressore totale e delle vittime totali o sia in corso una guerra asimmetrica, eccetera eccetera, tutte cose su cui possiamo aprire un altro dibattito. Ora parliamo della conseguenza politica principale che ha l’uso di questo termine: è un macigno sulla strada della fine del conflitto. Infatti, è evidente che un nemico genocidiario è un nemico assoluto, con il quale non esiste possibilità di trattativa, ma solo sconfitta piena e resa incondizionata da ottenere. E’ questa la situazione del conflitto arabo-israeliano?

Di fatto, assumere il conflitto come assoluto e non mediabile è l’argomento principale dei falchi dei due schieramenti che, in questo senso, hanno un interesse convergente a presentare le cose in questo modo. Dire che è in atto un genocidio equivale a dire che la guerra deve continuare sino alla sconfitta finale di Israele ed incitare i palestinesi a fare i gladiatori nell’arena, beninteso, non negandogli il favore del tifo, dagli spalti del Colosseo mediatico.

Cari amici che sostenete questa assurdità, posso dirvi che moralmente mi fate un po’ ribrezzo per la vostra irresponsabilità?

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