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Chi è mia madre? Chi è mio padre?

agosto 13, 2014 • Agorà, z in evidenza

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È sempre stata giustamente data una grandissima importanza alle radici della propria esistenza, alla famiglia, al padre, dunque, e alla madre. Sapere di chi si è figli riveste da sempre grande importanza nel percorso di crescita dei giovani.

Fin dall’antichità la letteratura ha raccontato miracolose agnizioni e nel mondo reale la ricerca dei genitori biologici è stato un delicato momento nella vita degli adottati. Ma fino a poco tempo fa, almeno in Italia, un detto come mater semper certa non veniva messo in discussione. È questo infatti uno dei principi classici del diritto, fondato su una massima di esperienza secondo la quale, se è facile individuare la madre di un soggetto, invece ricercare il padre è spesso difficile e, in qualche caso, impossibile. Ecco perché la legge ricorre alla presunzione di paternità in base alla quale colui che è stato concepito durante il matrimonio si presume figlio del marito della madre. Anche l’origine religiosa ebraica viene trasmessa al nascituro se la madre è ebrea: secondo questo metodo di riconoscimento il bambino sarà ebreo sin dalla nascita.
Dunque nelle situazioni vissute fino a oggi, in Italia, una certezza c’era.
In questi giorni, con il caso dei due gemellini di Roma, è proprio questa certezza a crollare. Una signora ha partorito due gemelli impiantati per errore nel suo utero. La mamma genetica chiede che le vengano affidati, la mamma gestazionale li vuole tenere. Venerdì 8 agosto 2014, il tribunale di Roma ha deciso che i due gemelli dovranno crescere con la madre che li ha partoriti e il marito e non con i genitori genetici. “È la soluzione che meglio si concilia con gli interessi dei minori coinvolti”, si legge nel dispositivo firmato dal giudice Silvia Albano. Che inoltre ha deciso di non sollevare la questione davanti alla Consulta. Per il giudice “è l’utero che crea il legame con il figlio” e coinvolgere la Corte significherebbe esporre i gemelli al rischio, fra molti mesi, di essere separati dalla famiglia che li ha cresciuti con gravi conseguenze traumatiche. Questo caso ha molto appassionato l’opinione pubblica, ma situazioni del genere (anche se non in seguito a un errore) si sono palesate con i cosiddetti uteri in affitto nei paesi che consentono la maternità surrogata.
Negli Stati Uniti, per esempio, la procedura legale, che deve essere seguita da un avvocato sul posto, è particolarmente sicura e le sentenze hanno già riconosciuto la prevalenza dei genitori biologici rispetto alla portatrice.
In questi stati è consentito alla madre surrogata di rinunciare, ancor prima del parto, ai propri diritti a favore degli aspiranti genitori. Sulla base della rinuncia viene rilasciato il certificato di nascita su cui risultano come genitori quelli biologici (o uno dei due).
La maternità surrogata è praticata da molto tempo anche in Canada dove,
come negli Stati Uniti, si trovano agenzie specializzate in grado di seguire tutto il percorso.
Russia e Ucraina si affacciano ora alla maternità surrogata e a quella assistita. La rinuncia ai diritti di madre da parte della portatrice può avvenire solo dopo il parto, ma è possibile stabilirlo con un contratto da sottoscrivere prima della gravidanza.  In questi casi si è stabilito a priori chi è la madre e la legislazione prevede e tutela la scelta della madre genetica di affidare la gravidanza a un’altra donna.
Nel caso in esame è entrata in gioco la variabile dell’errore umano. Un operatore sanitario ha confuso le provette. Infatti era stato programmato che madre genetica e madre gestazionale corrispondessero. E non essendo prevista in Italia la maternità surrogata, alla cui normativa potersi rifare, per la prima volta, almeno ufficialmente, una donna ha cresciuto nel suo utero gli embrioni di un’altra, purtroppo contro la sua volontà. Dunque il legislatore ha dovuto intervenire su questo tema. La sentenza, stranamente è andata contro quello che capita nei paesi dove esiste la possibilità della maternità surrogata. È stata data la prevalenza al legame che si crea con l’utero ospitante ed è stato posto in secondo piano il legame genetico e famigliare.
In questa vicenda c’è più di uno argomento su cui riflettere. La maternità assistita è il punto di partenza. C’è una legge, la legge 40 del 2004, pezzo per pezzo decostruita e tuttora molto tormentata, che regola questo tipo di intervento. E tutta la prima parte della vicenda si è svolta in maniera regolare. Poi c’è stato il cosiddetto errore umano cui sono seguiti alcuni mesi di suspense. L’opinione pubblica si è ovviamente divisa sotto il medesimo stendardo del bene dei neonati che ognuno interpreta a modo suo. E l’unico interprete accreditato, il giudice, ha espresso con risolutezza il suo parere, contraddicendo l’intenzione della normativa che all’estero regola la maternità surrogata: al neonato, anche in caso di controversia legale tra le due madri, viene riconosciuta l’appartenenza alla famiglia genetica.

Oggi non è possibile prevedere quali saranno i futuri scenari in Italia per quanto concerne la riproduzione medicalmente assistita.
È dell’8 aprile 2014 la sentenza con cui la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità della norma che vieta il ricorso a un donatore esterno di ovuli o spermatozoi nei casi di infertilità assoluta.
Con decisione unanime del Consiglio dei ministri, il ministro Beatrice Lorenzin venerdì 8 agosto 2014 ha inviato una lettera ai capigruppo di maggioranza e opposizione in cui chiede che il Parlamento vari una legge per introdurre l’eterologa in Italia. Il governo ha dunque deciso che l’eterologa sia introdotta con una legge del Parlamento e non per decreto. Se ne discuterà a partire da settembre. Quindi un ulteriore ritardo. E per quanto riguarda percorsi controllati, perché non si ripeta l’errore che ha riguardato questo caso, non sono giunte voci. Quindi vien da pensare che quanto successo al Pertini, invece di favorire analisi e valutazioni per il raggiungimento di una legge chiara e di percorsi organizzativi più sicuri, abbia provocato riflessioni sonnolente.
L’episodio è grave e merita approfondita attenzione, non si scappa davanti a un interrogativo come questo. Invece il governo sembra latitare quando è di fronte ai cosiddetti temi sensibili che reclamano un diritto che non trova un immediato riferimento nella Costituzione. Sono temi complessi, vengono affrontati da poco tempo, per questo richiedono uno sforzo intellettuale e culturale approfondito e non semplice. Bisogna iniziare a interrogarsi seriamente, anche perché il futuro porterà tecniche sempre più perfezionate, più persone vorranno ricorrere alla riproduzione assistita e bisogna evitare che si generino situazioni drammatiche. Tutto questo è auspicabile che avvenga al di fuori e al di là della retorica di genere che tende sempre a impaludare il dibattito.

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