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“Il diluvio”, l’Isis e la concezione di Stato islamico

agosto 11, 2014 • Mondo, z in evidenza

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In occasione della festività di Id al-Fitr, che segna la fine del mese di digiuno del Ramadan, l’ISIS ha pubblicato il secondo numero della sua rivista in lingua inglese Dabiq. Il primo numero, uscito all’inizio del Ramadan, s’intitolava “Il ritorno del Califfato”, per celebrare l’avvenuta proclamazione del califfato da parte del leader dell’ISIS, Abu Bakr al-Baghdadi.

Il secondo numero s’intitola “Il diluvio” e ha un duplice obiettivo. Il primo è documentare i successi ottenuti dallo Stato Islamico sul campo di battaglia in Iraq e in Siria durante il mese di Ramadan. Il secondo è sfruttarli per affermare la leadership del gruppo non solo nel mondo jihadista, ma in quello musulmano. Piegando la storia del profeta Noè alla sua ideologia strettamente dualista, l’ISIS sostiene che per i musulmani esistono solo due opzioni: sostenere lo Stato Islamico o soccombere quando il gruppo sommergerà la terra come il diluvio universale.

Su Dabiq si sostiene che le recenti vittorie siano la dimostrazione della benedizione di Allah, e che dunque lo Stato islamico non possa che essere nel giusto nella contrapposizione ideologica con altri gruppi, fra cui al Qaeda. Nell’introduzione l’ISIS incoraggia i musulmani – anche quelli che vivono in aree governate da infedeli − a trasferirsi nello Stato Islamico, a “precipitarsi all’ombra dello Stato Islamico con genitori, fratelli, spose e figli.

Ci sono case per voi e per le vostre famiglie. Potete contribuire alla liberazione di La Mecca, Medina e Gerusalemme. Non vorreste arrivare al Giorno del Giudizio con queste grandi azioni da porre sulla vostra bilancia? (sic)”. [Nell’islam si crede che nel Giorno del Giudizio ogni uomo vedrà pesate le sue azioni su una bilancia; il maggior peso delle azioni buone o di quelle malvagie determinerà il paradiso o il castigo eterno, ndt].

Lo Stato Islamico, attraverso tutte le evoluzioni che lo hanno condotto alla forma attuale, è sempre stato un movimento di massa legato a una precisa area geografica.  

Mentre al Qaeda fu fondata da un ricco saudita e concepita per essere globale, Jamaat al-Tawhid e Jihad (il nome originario dello Stato Islamico) fu fondata dal malfattore giordano Abu Musab al-Zarqawi e riflette l’obiettivo più regionale del suo fondatore, oltre al suo odio per la Shia.

Le differenze tra le due organizzazioni emergevano chiaramente in una lettera di al-Zawahiri a al-Zarqawi, pubblicata dal governo americano nell’ottobre del 2005. “Tra le cose che i musulmani che ti sostengono non potranno mai apprezzare, vi sono le scene di esecuzione degli ostaggi”, scriveva al-Zawahiri. “Non ti devi far ingannare dell’elogio di alcuni giovani zelanti e dalla definizione di sceicco dei massacri che ti attribuiscono […] essi non rappresentano la maggioranza dei sostenitori della resistenza in Iraq”.

Secondo al-Zawahiri, per diventare una forza con un notevole sostegno regionale, capace di creare un sistema di governo islamico, al Qaeda in Iraq aveva bisogno di conquistare il sostegno popolare, tollerare la Shia, giocare con cautela la carta ideologica e comprendere che la maggior parte dei musulmani (specialmente gli ulema) non condivideva l’ideologia jihadista. Nell’ultimo mese lo Stato Islamico ha diffuso numerosi video di miliziani che uccidevano soldati iracheni fatti prigionieri e distruggevano moschee e santuari sciiti. È chiaro che, nonostante i consigli di al-Zawahiri, nell’ultimo decennio l’organizzazione non ha modificato il suo modo di agire. Questa intransigenza ha contribuito non poco ad alimentare dispute con altri gruppi ribelli in Siria.

Finora lo Stato Islamico ha realizzato molti attacchi terroristici contro le forze statunitensi in Iraq, ma – al contrario di al Qaeda − non è riuscito a colpire l’Occidente, né a ottenere il riconoscimento globale che sperava sarebbe seguito alla proclamazione del califfato; anche il numero di gruppi jihadisti che ha giurato fedeltà allo Stato Islamico è rimasto relativamente limitato.

In Iraq il quadro politico sta mutando e potrebbe derivarne una maggiore cooperazione tra il governo iracheno, i capi tribali sunniti e i Curdi iracheni. Sarà importante vedere se, quando questo accadrà, lo Stato Islamico sarà in grado di difendere le conquiste territoriali degli ultimi mesi. 

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