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La cultura non è un optional

agosto 11, 2014 • Agorà, z in evidenza

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Nel circo mediatico quotidiano si susseguono dichiarazioni di giornalisti, studiosi, politici e amministratori di enti locali che ribadiscono il valore fondamentale della cultura ( talora estensivamente comprensiva anche di istruzione e ricerca) per il progresso materiale e spirituale della nazione.

Anzi, non manca mai il richiamo al fatto che la cultura è comunque anche un valore di tipo economico, per se stessa e per l’indotto che rappresenta, a partire da quello turistico. Persino l’attuale Presidente del Consiglio in carica aveva annunciato ai suoi predecessesori, in una nota trasmissione televisiva , che era pronto a dimettersi se gli si fossero imposti nuovi tagli ai finanziamenti della cultura. E in effetti, basta guardare le statistiche europee sul rapporto tra entità del PIL e entità delle risorse dedicate alla cultura per vedere che l’Italia occupa regolarmente l’ultimo o il penultimo posto della classifica.

Ma il fatto è che poi, in perfetta sindrome schizofrenica, quelle risorse in Italia continuano ad essere ridotte o azzerate. Anzi, usando la banale tecnica dell’intervista a campione con domande indirette per verificare la credibilità delle dichiarazioni di principio appena fatte, si scopre che l’opinione corrente, in alto e in basso, dai poteri forti a quelli più sconsolatamente plebei, è esattamente al contrario. (tipo: Domanda : lei è razzista? Risposta: assolutamente no. Domanda di verifica: ma lei consentirebbe a sua figlia di sposare un ne(g)ro? Risposta: ah no, mai! Ma che c’entra?). Provare per credere e si sentono affermazioni del genere: “la cultura è importante, certo, ma con questa crisi, mica possiamo sacrificare un asilo nido, un posto letto in ospedale, la cassa integrazione, la minestra dei poveri, ecc. ecc.”

A nessuno sembra venire in mente che porre l’alternativa in quei termini prefigura già l’ovvietà della risposta. E che magari l’alternativa andrebbe posta con qualcos’altro di meno lodevole della cultura. Tipo i privilegi della casta politica nazionale e locale, le spese per infrastrutture pleonastiche e destinate a restare incompiute e inutili a tutti tranne che alle mafie che vi hanno guadagnato i relativi appalti, consulenze super pagate e super inservibili, stipendi e pensioni d’oro di manager pubblici e privati, spese militari incomprimibili a prescindere da ogni considerazione di razionalità operativa e magari di coordinamento europeo, gettito della quota statale dell’8 per mille, gettito dedicato ricavato dalle scommesse, totocalcio , lotti e enalotti, gratta evinci, e magari modici contributi di solidarietà per ogni euro speso in stadi calcistici, discoteche e sballi vari…. ecc., ecc.

Come si vede l’elenco potrebbe essere molto più lungo e persino più incisivo e plausibile. Ma se queste scelte di semplice buon senso non si fanno non è soltanto per infingardaggine o rozza ignoranza (ben presenti entrambe comunque, non illudiamoci!). C’è qualcosa dietro di più profondo e celato che forse merita una riflessione più attenta.

E qui soccorre allora la parafrasi del titolo di quel bel racconto di Raymond Carver, che è appunto: “Di che cosa parliamo quando parliamo d’amore?” Infatti, se non si chiarisce prima che cosa effettivamente significhi per la maggior parte delle persone quella parola (in questo caso, cultura) i risultati saranno sempre deludenti. Senza bisogno di ricorrere a sofisticate indagini sociologiche, è di comune evidenza che i più attribuiscono alla cultura un valore sussidiario (se c’è, bene; se no pazienza) e che tale collocazione, nella gerarchia dei bisogni da soddisfare, discende dalla radicata opinione che la cultura è pur sempre un lusso, un divertimento, un ornamento, un abbellimento dell’esistenza, o, peggio, il narcisistico piacere dell’artista od operatore culturale che dir si voglia. Come avrebbero detto certi antichi filosofi: un accidente e non una sostanza!

E infatti, proprio come il manzoniano don Ferrante, anche l’Italia rischia di morire di questa implacabile nuova pestilenza (l’inedia culturale) non avendo preso nessuna precauzione, ma soltanto prendendosela con le stelle “come un eroe del Metastasio”. Questa drammatica e sconcertante sottovalutazione della funzione della cultura, prima ancora che del suo valore (materiale spirituale) a sua volta sembra scaturire da un’altra e più complessa causa.

E cioè dal fatto che, a prenderla sul serio e non solo per ridere, la cultura fa paura. E fa paura precisamente perché esprime comunque un punto di vista critico sulla realtà scontata e prevedibile di una quotidianità artefatta dal conformismo delle abitudini. Qualunque atto creativo di tipo artistico e/o scientifico è pur sempre uno sguardo distinto e diverso sul mondo, fuori e dentro di noi. E come tale fa vacillare le certezze usate e di puro comodo dietro le quali siamo soliti barricarci. Ma se il mondo intorno a noi può essere diverso e altro da ciò che abbiamo sempre voluto credere, allora anche noi potremmo essere altri e diversi da quel che siamo! E qui entrano in crisi le nostre solide certezze identitarie. I razzisti, infatti, lo capiscono benissimo, in termini emozionali e belluini anziché razionalmente cognitivi e si comportano di conseguenza.

Ma c’è di più. La cultura tutta, scientifica non meno che artistica, nasce dalla gratuità dell’ispirazione, proprio come l’amore. In una dimensione esistenziale che dai pitecantropi all’homo sapiens ha sempre necessariamente privilegiato le categorie dell’utilità e dello scambio come base (vera, ma in realtà non unica) della sopravvivenza, ciò che si presenta come gratuito è assolutamente insostenibile. Lo si può accettare soltanto, proprio come l’amore, come una follia, talvolta meravigliosa ma inquietante e persino terribile, oppure un sogno, che si può reggere avendolo prima destituito della sua parallela realtà e verità.

Lo scandalo della cultura è lo scandalo dell’amore. Per questo come per quella occorrerebbe una pedagogia di massa dei sentimenti e delle emozioni anche più tenace e assidua che per quella della ragione. I grandi movimenti ideali e politici dei secoli appena trascorsi, a modo loro, questo lo avevano compreso e cercato di praticarlo.Ma se da lì non si riparte, non ritroveremo né cultura, né dignità personale, né riscatto sociale e nemmeno ripresa economica.

Si dice che Winston Churchill, mentre l’Inghilterra subiva i brutali bombardamenti nazisti ed era l’unica nazione in Europa che ancora resisteva a Hitler, di fronte alle richieste del ministro dell’economia di tagliare pesantemente la spese pubbliche e quindi anche quelle per la cultura, per poter fronteggiare le pressanti esigenze belliche, avesse risposto:” Ma come, la cultura! Ma se è per questo che stiamo combattendo questa guerra”.

Ma Churchill era un ruvido conservatore e i nostri attuali progressisti, di ogni colore e sfumatura, temo che stenterebbero a pronunciare con pari convinzione una frase del genere.

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