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L’uomo che ripara le donne

agosto 7, 2014 • Cultura e Società, z in evidenza

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Opera del Maestro Beppe Gallo

 

Dice il Signore: «Poiché si sono insuperbite le figlie di Sion, procedono a collo teso, ammiccando con gli occhi, facendo tintinnare gli anelli ai piedi, il Signore renderà tignoso il cranio delle figlie di Sion, il Signore denuderà la loro fronte». In quel giorno il Signore toglierà l’ornamento di fibbie, fermagli e lunette, orecchini, braccialetti, veli, bende, catenine ai piedi, cinture, boccette di profumi, amuleti, anelli, pendenti al naso, vesti preziose e mantelline, scialli, borsette, specchi, tuniche, turbanti e vestaglie. Invece di profumo ci sarà marciume, invece di cintura una corda, invece di ricci calvizie, invece di vesti eleganti, uno stretto sacco, invece di bellezza bruciatura. Is 3,16-24 (765 a.C.) È una storia molto lunga quella della violenza sul corpo femminile.

La donna che si adorna, si insuperbisce e va punita. La donna che si mette in mostra può essere violata. La donna bella e curata va punita e mutilata. Perderà i capelli, non odorerà più di profumo ma di marciume, la sua bellezza sarà bruciata, ci saranno cicatrici. Queste parole del profeta Isaia hanno avuto sempre un tragico riscontro nella realtà, perché la violenza sulla donna è una costante di tutte le culture. Questi versetti dell’Antico Testamento sono una profezia ex eventu, ovvero descrivono una situazione esistente e preannunciano che continuerà. E così è davvero successo. La donna viene sottoposta a violenza dal marito, dall’amante, dai nemici del suo popolo, non c’è bisogno di motivazioni particolari per infierire fisicamente sul corpo della donna.

Può venire punita per colpe che non ha e che se anche avesse non giustificherebbero mai il comportamento violento del maschio. Sono tante le forme di violenza sul corpo della donna, ne sa qualcosa il dottor Mukwege, perché ha curato migliaia di donne stuprate, circa quarantamila, nella Repubblica Democratica del Congo. Hanno provato a ucciderlo decine di volte e la comunità internazionale l’ha lasciato solo. Denis Mukwege è il ginecologo che nell’ospedale di Panzi, nell’arco di tredici anni, ha accolto e operato più di quarantamila donne violentate e mutilate. Oggi continua a girare il mondo per denunciare, su ogni palcoscenico che gli viene concesso, come le Nazioni Unite o il Parlamento Europeo, quello che definisce, senza esitazione, un crimine contro l’umanità.

Tredici anni fa ha fondato l’ospedale a Panzi vicino a Bukavu, all’estremo est di quest’immensa nazione incastonata nel centro dell’Africa, tra paesi in procinto di entrare in guerra tra loro ogni giorno, o di disgregarsi sotto i colpi di movimenti armati intestini. Questo ginecologo di 57 anni, specializzatosi in Francia, dal 1999 accoglie donne vittime di ogni sorta di violenza sessuale; è una celebrità non soltanto nel suo paese ma anche nella comunità internazionale e ora tiene simposi e convegni per spiegare il dramma della violenza sessuale che sono costrette a vivere le donne nel suo paese. La sua celebrità è arrivata anche a orecchie avverse, tanto che, il 25 ottobre del 2012, cinque uomini armati hanno fatto irruzione nella sua abitazione immobilizzando le guardie del corpo, i domestici e la famiglia in attesa del suo ritorno. Appena la sua auto è arrivata i cinque gli sono piombati addosso, l’hanno fatto scendere con una pistola puntata alla tempia. Quando ormai ogni speranza era persa, uno degli uomini della sicurezza è piombato addosso al sicario urlando. Qualcuno ha fatto fuoco uccidendolo con due colpi di pistola e il dottor Mukwege nella confusione si è ritrovato a terra tra il sibilo delle pallottole.

La guardia del corpo ha sacrificato la propria vita, salvando quella del dottore e delle persone a lui vicine. I sicari sono poi fuggiti. La notizia ha fatto immediatamente il giro del mondo e gli attestati di solidarietà non hanno tardato ad arrivare, anche da parte di importanti organizzazioni umanitarie come Amnesty International e Physicians for Human Rights. Il giornalista del New York Times, Nicholas Kristof, ha scritto sul suo blog: “Hanno cercato di uccidere uno dei miei eroi”. Secondo il giornalista il motivo dell’attentato, potrebbe essere dovuto al discorso tenuto da Mukwege a settembre alle Nazioni Unite sull’impunità degli stupratori nella Repubblica Democratica del Congo. Il dottore e la sua famiglia, sono stati immediatamente trasferiti in Burundi e poi in Europa e la notizia ha gettano nello sconforto la comunità congolese.

Il 21 novembre è stata organizzata una manifestazione dove centinaia di donne sono arrivate con ogni mezzo e con i loro bambini in spalla, davanti alla fondazione di Mukwege per chiederne il ritorno. Sebbene assieme agli attestati di stima siano arrivate richieste di investigazioni e di garanzie sulla sicurezza del dottore, il governo congolese non ha mai  soddisfatto alcuna di queste condizioni per garantirne un rientro in patria in piena sicurezza. Tornare nel suo paese è importante per il dottore, lo dichiara ogni volta che ne ha la possibilità e, nel periodo della sua assenza forzata, ha comunque dato disposizioni affinché l’ospedale resti aperto e le pazienti non soffrano della sua assenza.

In un’intervista rilasciata ad Annick Cojean, giornalista di Le Monde, a Bruxelles il 6 novembre 2012, il dottor Denis Mukwege ha mostrato ancora voglia di lottare ma, nel profondo, si intravede una sofferenza: “Sono stanco” ha dichiarato “di parlare a vuoto. Stanco di cercare invano di scuotere le coscienze. Stanco di raccontare la tragedia delle donne congolesi senza che niente cambi. Stanco di scrivere di stupri e torture spaventose, di citare numeri raccapriccianti senza che nessuna autorità politica internazionale si dia da fare per prendere provvedimenti concreti”. I numeri parlano da soli: 500 mila donne violentate in sedici anni, un numero che supererebbe ogni tipo di piaga sociale.

Il dottor Mukwege ha prove, fotografie e testimonianze ma non sono mai servite a nulla e lancia un allarme “Non si potrà dire, come accaduto in altri momenti bui della storia, che la comunità internazionale non sapeva. Loro sanno tutto“. Gli occhi del dottor Mukwege si riempiono di tristezza e di orrore, al solo pensiero di quando ha accolto la prima donna vittima di uno stupro da parte di un gruppo di soldati; le avevano sparato più pallottole nella vagina e quella donna era sopravvissuta per miracolo. Alla fine del 1999 aveva già esaminato 45 casi simili, l’anno successivo erano 135. Nel 2004 i casi erano diventati 3604. Con orrore il dottore ha scoperto, prima della comunità internazionale, che dove non bastavano armi da fuoco o da taglio, si ricorreva alla violenza sessuale. Nella Repubblica Democratica del Congo lo stupro collettivo è diventato un’arma di guerra da usare davanti a figli e mariti con anche i vicini costretti ad assistere sotto minaccia. Clitoridi sfregiati, seni, labbra e nasi tagliati. Questo è stato l’orrore con cui ha dovuto confrontarsi per salvare delle vite umane che vengono usate per ricordare chi domina in quella zona.

La lotta per il potere passa tramite la mutilazione e l’umiliazione sistematica di civili inermi, donne, la cui unica colpa è sempre stata quella di trovarsi nel posto sbagliato, al momento sbagliato. Nel 2002 Human right watch ha pubblicato un rapporto intitolato La guerra nella guerra, il dottor Mukwege era convinto che avrebbe segnato un punto di svolta, nell’inattività della comunità internazionale ma si sbagliava: “Non è cambiato niente”. Da allora gli stupri sono addirittura aumentati e ormai vengono utilizzati come una tattica di guerra da tutte le fazioni: i ribelli hutu, i combattenti mai-mai, gli insorti dell’M23, i soldati ruandesi e le stesse forze governative congolesi. In una folle corsa verso l’orrore i gruppi addirittura: “Rivaleggiavano in crudeltà. Perfezionando la tortura e i supplizi. Riesco a riconoscere la loro firma sul corpo delle donne” ma non finisce qui. Con voce velata e monocorde il dottore racconta ad Annick Cojean, ciò che ha visto: “Vagine con dentro pezzi di legno, di vetro, di acciaio. Vagine lacerate con lame di rasoi, coltelli o baionette. Vagine dentro cui avevano versato gomma bollente o soda caustica. Vagine riempite di benzina e date alle fiamme”.

La maggior parte di queste donne non potrà più avere figli, le altre invece, contaminate dall’AIDS o da ogni sorta di altra malattia, diventano a loro volta: “sorgenti di virus, strumenti di morte per i propri compagni”. I bambini nati dagli stupri verranno emarginati dalla comunità lasciandoli a loro stessi; quelli che sopravviveranno saranno, probabilmente, arruolati come bambini soldato. Colette Braeckman, giornalista e scrittrice belga da sempre interessata ai problemi della violenza in Africa, ha definito il dottor Mukwege “l’uomo che ripara le donne” e questo è lo scopo che il dottore ha deciso di portare fermamente a termine. Continuerà a formare équipe mediche e a operare, arrivando anche a dieci interventi ogni giorno.

Il dottore conclude il suo racconto straziante con una considerazione: “Molti uomini credono che lo stupro sia soltanto un rapporto sessuale non consenziente. Ma non è così. È la distruzione della persona e nella Repubblica Democratica del Congo va avanti sistematicamente da sedici anni. Sedici anni di demolizione delle donne, sedici anni di disgregazione di una società. E la situazione non fa che peggiorare”. Quanto predetto dal profeta Isaia deve ancora avverarsi per tanto tempo?

Il libro di Denis Mukwege L’homme qui répare les femmes. Violences sexuelles au Congo. Le combat du docteur Mukwege sarà pubblicato in Italia da Fandango in autunno. Denis Mukwege sarà ospite a Internazionale festival a Ferrara dal 3 al 5 ottobre 2014.

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One Response to L’uomo che ripara le donne

  1. sessuologo comportamentale ha detto:

    le ferite, visibili sul corpo (dopo un incidente) si rimarginano e le cicatrici possono essere tolte dal chirurgo estetico, oppure, più economicamente mascherate da un sapiente trucco. Quelle invisibili, interne, da traumi incidentali della vita, oggi possono essere superate (con procedure di desensibilizzazione e rielaborazione) tramite un capace psicoterapeuta meglio se è in grado di applicare con competenza la recente metodica EMDR . Di questo si tratta anche alle pagine 302 e 521 de Il manuale pratico del benessere, patrocinato dal club UNESCO ed edito (nella prima e nella seconda edizione italiana) da Ipertesto di verona

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