MENU

Argomenti liberali contro le “riforme” di Renzi e Berlusconi

luglio 28, 2014 • Contributi dei lettori, z in evidenza

renziberlusconi

Riceviamo epubblichiamo l’editoriale di LIBMOV, per la penna di Giulio Ercolessi.

 Merita di essere letto, soprattutto da quei pochi liberali sparsi che si trovano occasionalmente in Parlamento, e che dovrebbero riflettere prima di ingoiare, o anche solo di non contrastare, la pietanza avvelenata che il duo Renzi-Berlusconi sta propinando alla democrazia italiana. “La scarsa attendibilità di molti degli oppositori e il loro carattere estremamente eterogeneo non devono velare gli occhi di fronte a una dolorosa realtà. Probabilmente la ministra Boschi è perfino sincera nella sua convinzione che le riforme costituzionale ed elettorale, di cui il governo sta forzando l’approvazione, non costituiscano una svolta illiberale e autoritaria. Ma è una sincerità che nasce dall’insipienza. Un’insipienza frutto di vent’anni di intensa diseducazione civica, che hanno azzerato la cultura politica e costituzionale, sia della classe politica, quasi per intero, sia di gran parte della “società civile”. Un’insipienza che, sommandosi alla secolare debolezza della cultura liberale in Italia, impedisce alle forze politiche che dovrebbero essere le più responsabili di vedere i tremendi rischi cui l’Italia viene sottoposta.

Mentre in Italia, nell’UE e all’estero ci si attende dal governo Renzi il varo delle riforme economiche indispensabili a far uscire l’Italia da una inarrestabile spirale di declino e rinviate da decenni, il Presidente del Consiglio ha invece deciso di puntare tutto su una riforma costituzionale autoritaria, e del tutto inutile alla ripresa, e su una riforma elettorale, che priveranno dei diritti di partecipazione politica chiunque non si riconosca nei partiti di Renzi, di Berlusconi e di Grillo e che spianeranno la strada a qualsiasi nuovo ciarlatano populista o totalitario di cui i nostri illuminati concittadini elettori dovessero invaghirsi in un prossimo futuro. Per consentirgli di impadronirsi totalmente dell’Italia, del suo sistema costituzionale, di ogni garanzia delle libertà e dei diritti umani e delle regole del gioco democratico, semplicemente vincendo una singola tornata elettorale.

Nessuno mette in dubbio che una riforma della legge elettorale sia essenziale. Ma con la loro riforma Renzi e Berlusconi hanno semplicemente deciso di spazzare via per legge ogni possibile futura concorrenza: senza bisogno di vincere nelle urne, ma impedendo per legge ad ogni serio outsider di potere realisticamente concorrere alle elezioni. Partendo da zero, superare la soglia dell’otto per cento prevista dal progetto Renzi-Berlusconi per i non coalizzati – soglie del genere esistono soltanto in paesi come la Russia, la Turchia, l’Azerbaigian – potrebbe essere possibile solo per movimenti estremisticamente demagogici o dotati di mezzi finanziari illimitati, non certo per nuove forze politiche che rappresentino minoranze responsabili.

La coalizione che raggiungesse il 37 per cento dei voti alle elezioni politiche vincerebbe automaticamente il 55 per cento dei seggi nella Camera di Deputati. E se nessuno raggiungesse il 37 per cento, si terrebbe un ballottaggio fra i primi due: così, una coalizione che raggiungesse una qualunque maggioranza relativa nel primo turno (teoricamente anche il 15 per cento o perfino di meno) avrebbe poi la maggioranza assoluta dei seggi nella Camera. E la maggioranza assoluta nelle due Camere è sufficiente a far passare qualunque stravolgimento della Costituzione, salva l’eventualità di un referendum (che non riguarderà quasi mai il merito, ma che quasi sempre rispecchierà solo gli umori politici del momento).

Nessuno mette in dubbio che l’attuale bicameralismo perfetto possa essere utilmente superato. Ma questo accordo costituzionale di Renzi e Berlusconi non si limiterebbe affatto a questo, ma farebbe del Senato la marionetta della maggioranza nella Camera – cioè del governo. E, ciononostante, conserverebbe in capo al Senato le stesse attuali funzioni in materia di garanzie costituzionali. Renzi e Berlusconi vogliono che il Senato non sia più eletto dai cittadini, ma autonominato dalla politica: dai loro partiti, attraverso i consigli regionali e i comuni maggiori. Con queste norme, un accordo a due fra i partiti di Renzi e Berlusconi potrebbe perfino legittimamente decidere di escludere quasi per intero ogni altra voce dal Senato, dato che non è difficile prevedere che le nomine verrebbero effettuate attraverso un accordo nazionale fra i partiti, uguale a quello con cui vengono oggi nominati i “rappresentanti delle regioni” che concorrono con il Parlamento in seduta comune all’elezione del Presidente della Repubblica.

Non solo regioni e comuni sono eletti a loro volta con sistemi fortemente maggioritari: quindi, la voce delle minoranze verrebbe spazzata via anche dal Senato. Il problema più grave, la dimostrazione del carattere eversivo dei principi della democrazia liberale proprio dell’accordo Berlusconi-Renzi, consiste nel fatto che questo nuovo Senato non si occuperà affatto soltanto di questioni di interesse regionale o locale o delle relazioni fra i diversi livelli di governo. Dato che l’obiettivo primario, se non il solo, delle classi politiche regionali e locali sarà sempre quello di gestire la massima fetta possibile di risorse pubbliche, esse subordineranno sempre tutto a quello scopo. Il partito o la coalizione maggioritaria (in seggi, non in voti) alla Camera otterrà sempre da questa “controparte” tutto quello che vorrà in cambio dei denari dei contribuenti.

Le più delicate funzioni costituzionali – modificare la Costituzione, eleggere il Presidente della Repubblica, eleggere un terzo dei giudici della Corte Costituzionale – rimarranno di competenza di entrambe le Camere: di una Camera dei Deputati che non necessariamente rappresenterà la volontà della maggioranza dei cittadini e di un Senato di fiducia della classe politica (della “casta”), non degli elettori. E dato che la maggioranza nel Senato sarà perfino più facile da raggiungere, su qualunque “porcata”, che nella Camera dei Deputati, paradossalmente stravolgere la Costituzione o eleggere i suoi “garanti” forse richiederà qualche settimana in più, ma sarà addirittura più agevole che far approvare le leggi ordinarie.

In questo modo si azzererebbe la rigidità della Costituzione, del resto già fortemente ridotta, e, con essa, si azzererà ogni garanzia formale dei diritti costituzionali. Altro che sostenere che “i principi fondamentali non si toccano”! Semmai sarebbero proprio alcune norme contenute nella prima parte della Costituzione ad essere forse meritevoli di qualche aggiornamento, non le norme liberali sulle garanzie. Tutti i quorum di garanzia previsti dalla Costituzione erano stati stabiliti sulla base del presupposto, tacito ma all’epoca universalmente condiviso, secondo cui le leggi elettorali per l’elezione della Camera e del Senato sarebbero state proporzionali. Quando si introdussero leggi elettorali maggioritarie, non vennero adeguati, come sarebbe stato doveroso, i quorum costituzionali. Oggi siamo all’ultimo atto di questa soppressione del carattere sovraordinato della Costituzione rispetto alle leggi ordinarie. E infatti il governo Renzi pensa di poter usare della Costituzione come di una qualunque legge ordinaria, sovraordinando addirittura l’iniziativa del potere esecutivo al potere costituente delle Camere.

Con un quorum per la sua elezione così facile da raggiungere, Il Presidente della Repubblica cesserebbe di fatto di essere, come dovrebbe, il garante della Costituzione, per divenire un fiduciario e un passacarte del governo. Eppure il Presidente continuerebbe a nominare un altro terzo dei giudici della Corte Costituzionale: un Presidente direttamente nominato dalla sola maggioranza parlamentare, in questo quadro “decisionista” senza più i freni e contrappesi tipici del costituzionalismo liberale, nominerebbe ovviamente come giudici costituzionali altrettanti suoi pari. Cioè altrettanti ulteriori fiduciari della stessa maggioranza politica. Di conseguenza, il controllo di costituzionalità delle leggi, effettuato da una Corte Costituzionale per due terzi direttamente o indirettamente nominata dalla maggioranza politica parlamentare, verrebbe di fatto a mancare, o si ridurrebbe a una finzione se non a una barzelletta: facendo così venir meno quello che è stato, nonostante tutto, uno dei principali ostacoli agli arbitri e agli abusi dei diritti e delle regole costituzionali da parte della cosiddetta “casta” nei passati vent’anni di fango.

E per di più, in questa situazione, un movimento populista estremista, guidato da un nuovo ciarlatano carismatico (magari ancor più pericoloso di quelli sperimentati negli ultimi vent’anni) non troverebbe sulla sua strada nessun freno o contrappeso, neppure quelli che hanno precariamente resistito nei vent’anni trascorsi, per instaurare un vero regime autoritario, magari su un modello simile a quello ungherese.

Ed è veramente emblematica dell’estraneità culturale totale dell’attuale leadership del Pd ai rudimenti del costituzionalismo occidentale e liberale una delle ultime trovate, che a dire del governo sarebbe in grado di confutare il carattere autoritario delle riforme proposte: la promessa che, comunque vada, la riforma costituzionale sarà sottoposta a referendum popolare. Come se un voto popolare che a maggioranza approvasse l’eliminazione delle minoranze dalla competizione elettorale o la soppressione dei freni e contrappesi al potere della maggioranza politica potesse magicamente cambiare la sostanza autoritaria di quel che viene votato. Come se, nella storia, non fosse mai accaduto che maggioranze popolari approvassero “riforme” e regimi ben più totalitari, dittatoriali o perfino sanguinari. Questa classe politica non ha neppure mai sentito parlare di Tocqueville, di Mill, di possibile “tirannide della maggioranza”. Si direbbe che il Pd democristianizzato di Renzi stia riscoprendo la teoria stalinista dell’“unità del potere statale”, contrapposta alla borghese “divisione dei poteri”, cui si ispirava il Pci negli anni Quaranta. In realtà di tutto questo gli attuali apprendisti stregoni sono semplicemente ignari. Assecondati, purtroppo, da un Presidente della Repubblica che sembra ripercorrere, senza schiamazzi ma effetti ben peggiori, la strada della distruzione costituzionale aperta da Francesco Cossiga.

È pura follia varare una riforma che spazza via i fondamenti del costituzionalismo liberale proprio nel momento in cui, ovunque in Europa, spuntano come funghi nuovi movimenti populisti e totalitari. Al momento l’Italia ne è stata in parte risparmiata, perché molti hanno visto una novità nelle irrealizzabili promesse di Renzi o nella demagogia di Grillo. Quando se ne stuferanno è probabile che non sarà più così.

La scommessa temeraria di Renzi e dei suoi è che saranno sempre loro a governare il paese per decenni e che queste nuove regole, potenzialmente micidiali per le libertà costituzionali, resteranno per sempre nelle loro mani. Probabilmente non riescono neppure a concepire che qualcun altro prima o poi possa prendere il loro posto. Eppure basterebbe pensare a quanto profondamente è cambiato il sistema politico italiano in un anno e mezzo per rendersi conto di quanto volatile sia il comportamento elettorale degli italiani. E non riescono neppure a capire, Renzi e i suoi, che le norme costituzionali non sono materia per mercanteggiamenti fra politicanti o per registrare rapporti di forza politici, ma sono il fondamento della convivenza civile e dell’identità stessa di un paese. E sono destinate a restare in vigore per decenni, non per la legislatura che li vede provvisoriamente vincitori.

Un nuovo ciarlatano carismatico, a capo di un movimento populista e autoritario, come quelli che pullulano nell’Europa di oggi, con queste nuove regole costituzionali ed elettorali troverebbe la strada spianata per restringere le libertà costituzionali, discriminare arbitrariamente i cittadini, calpestare i diritti umani, stravolgere ulteriormente le regole del gioco elettorale, imbarcarsi in avventurose politiche economiche dagli esiti catastrofici. In poche parole, per impadronirsi dell’Italia e mandarla definitivamente a fondo.

Solo vent’anni di diseducazione civica intensiva e di massa possono spiegare come gli oppositori – certo del tutto inadeguati – di questa follia, quando denunciano i rischi di autoritarismo, possano essere derisi e screditati proprio da chi nel passato, probabilmente senza neppure capire di che cosa stesse parlando, si erigeva a paladino della Costituzione repubblicana. Questa risente ovviamente del peso degli anni e potrebbe ben meritare qualche aggiustamento da parte di un Parlamento consapevole dei fondamenti del costituzionalismo liberale e del suo valore storico. Nessuno si dorrebbe del semplice superamento del bicameralismo perfetto.

Ma qui, in nome della lotta ai “privilegi della casta”, si vogliono distruggere i fondamenti dello Stato democratico e liberale sull’altare della vanitosità, dell’arroganza e dell’insipienza dei nuovi e vecchi capi della “casta”.

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »