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Il riso abbonda mentre l’Italia affonda.

luglio 25, 2014 • Economia, Uncategorized, z in evidenza

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Nei giorni scorsi piazza Castello a Torino e molte piazze italiane, da Nord a Sud, sono state trasformate in piccole risaie da produttori coltivatori e mondine riuniti in corteo per chiedere un fermo alle importazioni di riso, soprattutto dalla Cambogia e Birmania, cresciute nei primi tre mesi del 2014 addirittura del 754%.
Sotto accusa il sistema delle preferenze tariffarie generalizzate, c.d. SPG (regolamento (UE) n.978/2012 ), un progetto di lungo corso, promosso dalla Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (UNCTAD) nel 1968 e adottato dalla Comunità europea nel 1971 poi più volte modificato, che ad oggi prevede, ex. art. 2 del regolamento sopra citato,  “un regime generale”, “un regime speciale di incentivazione per lo sviluppo sostenibile e il buon governo (SPG+) e  “un regime speciale a favore dei paesi meno sviluppati”, riconosciuti e classificati tali dalle Nazioni Unite.
La previsione di un regime speciale a favore dei PMA prosegue la strategia già avviata con l’iniziativa “Tutto tranne le armi” (“Everything But Arms”- EBA) , che ottempera ad un vecchio impegno assunto dalla Comunità europea nei confronti del WTO, l’
Organizzazione mondiale del commercio, ribadito nel 1999 durante i giorni degli scontri di Seattle (anche se è bene ricordare che l’attenzione per i paesi meno sviluppati è ancora meno recente) ed introdotta con Regolamento (CE) n. 2501/2001 ad inizio millennio.
L’intento dell’iniziativa di per sé è meritevole perché volto alla tutela del segmento più povero e debole della comunità internazionale, che di fatto si trova in una condizione di svantaggio nell’accesso al mercato rispetto agli altri paesi della comunità internazionale, a causa della inadeguatezza delle strutture, della mancanza di accesso alle tecnologie, a causa dei mercati sottosviluppati ecc.
Da qui, l’iniziativa “Everything But Arms”  della Comunità europea, poi Unione, che ha concesso ai prodotti originari dei paesi meno sviluppati la franchigia doganale senza limiti quantitativi, ad eccezione di armi e munizioni e con la costituzione di un regime transitorio per tre prodotti “sensibili”, che erano banane, zucchero bianco e riso semigreggio. Nel 2006 tale restrizione venne abolita per le banane, nel 2009 per il riso e lo zucchero.
In questo modo, si concede di fatti un vantaggio competitivo che compensa il deficit originario dei paesi beneficiari consentendo loro di aumentare le esportazioni all’interno del sistema commerciale globale, di svilupparsi attraverso maggiori investimenti e garantire un maggiore livello di occupazione e di crescita.
Attualmente però, i Paesi sviluppati, i benefattori diciamo, stanno attraversando una crisi turbolenta economica ed occupazionale che rischia di sovvertire i vecchi status assegnati ai paesi, divisi tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo.
In Italia, primo paese produttore di riso in Europa, dall’inizio della crisi ad oggi ha chiuso un’azienda su cinque e il settore, soltanto nel 2013, ha fatto registrare una perdita di trenta milioni di euro, con previsione ancora peggiori per il 2014.
Dai dati più recenti della Commissione UE emerge che dal 1° settembre 2013 al 30 giugno 2014, le importazioni di riso a dazio “zero” dalla Cambogia sono aumentate del 60% rispetto allo stesso periodo di un anno fa, e si avviano a superare le 250 mila tonnellate per fine agosto. Negli ultimi 5 anni (2009-2014) l’import di riso cambogiano si è quasi decuplicato, ovviamente a prezzi inferiori a quelli praticabili dai produttori italiani. Peraltro, l’obiettivo dei coltivatori esteri, multinazionali che sfruttano le terre e i lavoratori, è quello di esportare 5,5milioni di tonnellate di riso a dazio zero in tutto il mondo ovvero oltre il doppio dell’intero fabbisogno dell’UE.
Ecco perché, produttori coltivatori e mondine, esasperati dalle importazioni di riso dall’est asiatico, sono scesi in piazza per chiedere con forza alle istituzioni di intervenire.
Il Governo italiano, già la settimana scorsa ha consegnato un dossier e proceduto alla richiesta di adozione di misure di salvaguardia europee nei confronti dell’importazione di riso greggio cambogiano, poiché, come afferma il Vice Ministro dello Sviluppo Economico, con delega al commercio estero, Carlo Calenda, “l’aumento anomalo delle importazioni sta riducendo i prezzi di mercato del riso prodotto nell’UE al di sotto dei costi di produzione, con gravi danni per le nostre imprese.  Per questo abbiamo deciso di agire immediatamente presso le Istituzioni di Bruxelles.”
Il regolamento UE prevede difatti una clausola di salvaguardia che permette alla Commmissione di ripristinare i normali dazi della tariffa doganale comune qualora un prodotto originario di un paese beneficiario di uno dei regimi preferenziali, sia
importato in volumi e/o a prezzi tali da causare o rischiare di causare gravi difficoltà ai produttori dell’Unione di prodotti
simili o direttamente concorrenti tali da comportare un deterioramento della loro situazione  economica e/o finanziaria.
Da un punto di vista procedurale, la Commissione avvia un’inchiesta d’ufficio o su istanza su domanda di uno Stato membro,
di una persona giuridica o di un’associazione priva di personalità giuridica che agisce a nome dei produttori dell’Unione e se ritiene esistenti elementi di prova prima facie sufficienti, la Commissione entro un mese dal ricevimento della domanda apre l’inchiesta che dovrà concludersi entro entro dodici mesi dall’apertura.
Tuttavia, solo per motivi di urgenza debitamente giustificati legati a un deterioramento della situazione economica e/o finanziaria dei produttori dell’Unione e qualora il ritardo possa provocare un danno al quale sarebbe difficile porre rimedio, alla Commissione è conferito il potere di adottare atti di esecuzione immediata al fine di ristabilire i normali dazi della
tariffa doganale comune.
Dopo la presentazione della richiesta della clausola di salvaguardia da parte del Governo italiano, mercoledì 23 luglio, intanto, hanno avuto luogo due appuntamenti a Bruxelles.
L’ europarlamentare di Forza Italia Alberto Cirio, insediato da pochi giorni alla Commissione Agricoltura e sviluppo rurale dell’Unione europea, insieme al compagno-collega Antonio Tajani, vicepresidente del Parlamento europeo, ha organizzato un incontro tra il direttore generale dell’agricoltura, figura tecnica che affianca il commissario europeo all’agricoltura uscente Dacian Ciolos, ed una delegazione in rappresentanza dei produttori di riso italiani, Carlo Riva Vercellotti, Forza Italia pure lui nonchè presidente della Provincia di Vercelli, e Paolo Carrà, presidente dell’Ente Nazionale Risi, “a sostegno degli imprenditori delle aziende risicole esposte alla concorrenza sleale da parte dei produttori esteri”.
 Mentre nel frattempo in Commissione agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento europeo, presieduta da Paolo De Castro (PD), si teneva l’audizione del direttore generale della politica agricola, il polacco Jerzy Bodgan Plewa, che ha ribadito che la Commissione Ue è a conoscenza delle crisi e sta monitorando da vicino i mercati per attivare al più presto le procedure previste e le misure da prendere e che accanto ad eventuali valutazioni sulle clausole di salvaguardia, sarebbe opportuno valutare contemporaneamente strade e strumenti alternativi da attivare con urgenza.
Come sottolinea infatti il direttore di Coldiretti Piemonte Antonio De Concilio, non soltanto “dobbiamo lavorare a livello comunitario per l’applicazione della clausola di salvaguardia nei confronti delle importazioni incontrollate ma anche a livello nazionale dove occorre introdurre l’obbligo di indicare in etichetta la provenienza, dare pubblicità ai nomi delle industrie che utilizzano riso straniero, ma anche l’istituzione di una unica borsa merci e la rivisitazione dell’attività dell’Ente Nazionale Risi”.
D’altronde se andassimo a leggere la risposta dello stesso Cialos a nome della Commissione del febbraio 2014 ad una interrogazione parlamentare del 3 dicembre 2013, scopriremmo la raffinatezza con cui è possibile declinare ad una domanda di intervento:  “Nel considerare l’eventuale esistenza di un deterioramento della situazione economica dei produttori – si legge –  la Commissione tiene conto, tra l’altro, dei flussi di importazione e dell’andamento dei prezzi. Da quanto precede emerge chiaramente che attualmente queste condizioni non sussistono. In ogni modo, la Commissione monitorerà da vicino l’evoluzione degli scambi commerciali a titolo dell’iniziativa EBA e i suoi possibili effetti sui mercati dell’Unione europea e si impegna a fare in modo che sia mantenuto un equilibrio soddisfacente del mercato in questo settore importante.”
Riconosciamo quindi che sarà difficile ottenere una risposta alla richiesta avanzata dagli italiani proprio per i vincoli derivanti dagli obblighi internazionali e perché, come dice lo stesso Carrà “dobbiamo considerare che la Commissione europea nell’esame del dossier terrà conto anche del contesto politico europeo in cui stiamo vivendo. I Paesi PMA godono di una protezione politica e vengono considerati destinatari di misure di sostegno alle loro economie e per di più -e soprattutto aggiungiamo noi – ci troviamo, a elezioni europee appena concluse, con l’esecutivo non ancora definito.”
In attesa di sapere se la Commissione ritiene o no se esista un fondato pericolo per i risocoltori italiani resta la possibilità di scelta dei singoli consumatori di acquistare solo riso certificato di provenienza Italiana, ad un più caro prezzo certamente. Una scelta difficile in tempo di crisi ma a doppia protezione, della produzione nazionale e, soprattutto, della salute propria, visto che si denunciano tracce di pesticidi non autorizzati utilizzati per evitare la formazione di larve durante i trasporti in stiva di tonnellate di riso.
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